ALICIA GIMNEZ-BARTLETT.
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SEGRETA PENELOPE.
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Titolo originale: Secreta Penlope. 2003.
Traduzione di: Maria Nicola.
2006. Sellerio Editore, Palermo.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Per chiunque abbia fatto parte della generazione che fu giovane negli anni Settanta del Novecento, la generazione dell'autrice, Sara, la Penelope segreta, che s' rifiutata di aspettare, di questa indagine narrativa su un suicidio,  un essere molto familiare. C'era una Sara, pi o meno vicina al modello, quasi in ogni gruppo, nota, conosciuta o mitizzata in ogni compagnia di amici e di colleghi di studio.
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Magnetica incarnazione dello spirito del tempo; prova apparente che il buon selvaggio non fosse un mito ma il futuro liberato dalla corruzioe del potere civile. E l'incarnazione si realizzava nella libert sessuale: naturale, autentica, mai esibita,
antiideologica, Eros trionfante su Thanatos, Dioniso su Apollo, l'innocenza infantile del piacere sulla malizia del vizio. E naturalmente tale identificazione della libert con la sessualit doveva apparire ancora pi naturale ed anticonformista nella Spagna da poco uscita dal bigottismo del Franchismo della Sara di questo libro.
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Ma nessuno sapeva cosa ne sarebbe stato di una Sara dopo il tragico inevitabile; dopo il trauma di scoprire che anche quella libert era solitaria e illusoria, e obbligatorio il ritorno ai ruoli donneschi di madre e di moglie. Il romanzo di Alicia Gimnez-Bartlett invece parte da qui. E mira a ricostruire che cosa successe a Sara nel corso del tempo del dopo. Lo rievocano, i giorni successivi al suicidio di Sara, le amiche che formavano il suo gruppo, il bolso personaggio che ne divenne il marito, la figlia che mai poteva amarla, fino alla scoperta del pi intimo ultimo segreto, dell'ultimo inaccettabile amore: pezzi di memoria strappati con dolore dall'amica che narra in prima persona; ricordi nostalgici e
pieni di un affetto senza comprensione; oppure le giustificazioni del conformismo alle ferite inferte come in riti sacrificali di espiazione.
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La rivincita sorda, progressiva e crudele dell'ordine sul caos creativo. E il ritratto della splendida persona sconfitta dalla Penelope segreta appostata in ogni vita di donna, si piega in modo inquietante a una domanda sul tempo: che  troppo e
troppo poco.

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L'AUTRICE.
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Alicia Gimnez Bartlett  una scrittrice spagnola, conosciuta principalmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno per protagonista l'ispettrice di polizia Petra Delicado.
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Alicia Gimnez Bartlett nasce nel comune spagnolo di Almansa (Albacete) il 10 giugno 1951, vive la sua giovinezza a Tortosa e dal 1975 si trasferisce a Barcellona. Studia Filologia spagnola presso l'Universit di Valencia e successivamente si laurea in Letteratura Spagnola all'Universit di Barcellona con una tesi sullo scrittore spagnolo Gonzalo Torrente Ballester, di cui pubblicher un saggio nel 1981.
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Inizia la sua carriera all'interno di un ambiente privilegiato, quello della capitale catalana di Barcellona che diede casa ai grandi autori del "boom latinoamericano". Lavora con la nota agente letteraria Carmen Balcells, e nel 1984 pubblica il suo primo romanzo, Exit (Seix Barral). Nel corso degli anni novanta, dopo la lettura di: Quel che rimane, della scrittrice statunitense Patricia Cornwell, compie il suo esordio nel campo dei romanzi polizieschi dando vita al personaggio che si riveler in seguito la chiave per la sua fama di scrittrice di gialli: l'ispettrice di polizia Petra Delicado, protagonista di ben dieci romanzi polizieschi.
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La serie, iniziata con Riti di morte (1996), avr molto successo anche al di fuori della penisola iberica, compresa l'Italia, e le far guadagnare numerosi premi, tra cui il Raymond Chandler nel 2008. Dopo la pubblicazione del primo romanzo di Petra Delicado, Alicia si occupa principalmente della redazione della serie, che sar adattata per la televisione, ma pubblica anche altri romanzi, alcuni saggi e numerosi racconti in collaborazione con autori stranieri.
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Con il romanzo Una stanza tutta per gli altri (1997) mette sono attacco, a partire dall'esame della vita privata e delle relazioni sociali intrattenute, ad esempio con la servit, la figura della scrittrice Virginia Woolf, icona del movimento femminista, notoriamente apprezzata per la sua immagine pubblica rivoluzionaria. Con questo scritto ottiene il premio Femenino Lumen (1997), il suo primo riconoscimento a livello letterario.
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Nel 2011 riceve il Premio Nadal per Dove nessuno ti trover (Donde nadie te encuentre), un romanzo storico sulla vita della rivoluzionaria anti-franchista Teresa Pla Meseguer, alias La Pastora, nascosta nei boschi di Tortosa, presumibilmente violentata nel 1949 dalla Guardia Civil. Gli onori di casa (Nadie quiere saber), pubblicato nel 2013, chiude le avventure investigative della detective spagnola. Alicia sceglie tematiche molto forti per le sue opere e questo perch dimostra di avere a cuore le questioni riguardanti le discriminazioni legate alla sessualit e/o al genere, i pregiudizi sociali che sono causa di emarginazione sociale e non permettono di vivere una vita secondo le proprie scelte.
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Segreta Penlope.
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1.
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Sto scrivendo nella mia casa. Vivo in un appartamento su due piani. Lavoro al piano di sopra, di sotto c' un mio amico. Se ne sta seduto, solo, davanti al
televisore. E' una situazione strana, del tutto insolita
per me. Gabriel mi ha chiesto di poter guardare un video perch lui non ha il videoregistratore n ce l'avr
mai. Si rifiuta di comprare elettrodomestici che non
abbiano una chiara ragione di esistere, e un videoregistratore, secondo lui, di ragioni di esistere non ne ha,
tranne che in rare occasioni, come oggi. Oggi deve vedere le riprese di alcuni quadri destinati a una mostra
su cui gli hanno chiesto di scrivere qualcosa. L'ho lasciato nel soggiorno con una tazza di caff. Mi fa
piacere che sia qui,  un amico ritrovato. Non ci vedevamo da molto tempo. E' rimasto uguale, lui  dei
pochi che sono rimasti uguali. Probabilmente si sente
invecchiato, o intristito, o forse meno capace di destreggiarsi nella realt, ma in apparenza la vita non gli
ha lasciato troppi segni sulla pelle. Continua a sorridere di tutto, a cominciare dall'arte e dagli artisti. Collabora con diversi giornali, ha curato diverse esposizioni. Si guadagna da vivere cos, non so con quale
fortuna, dopo tutto questo tempo non so se viva bene
o male. Qualcosa deduco dai suoi discorsi, qualcosa me
l'ha detto lui, nel suo stile un po' frettoloso, esattamente come faceva in giovent. L'et lo ha cambiato
nell'aspetto, lui  di quelli che si conservano bene. In
giovent era un ragazzo trasandato e bohmien. Adesso ha i capelli pieni di fili bianchi, ma poco di pi. Gli
occhi gli brillano della stessa luce smorzata di un
tempo, la luce di chi non crede quasi in nulla. Negli
anni sono arrivata a pensare che noi scettici invecchiamo meglio. Nemmeno io me la cavo troppo male.
Sono ancora magra, gambe forti e schiena diritta,
posso ancora spogliarmi in pubblico senza troppe
preoccupazioni. Non  il caso di aspirare a maggiori
belt quando si sfiorano i cinquanta.
Ci siamo incontrati il mese scorso al funerale di Sara.
Non mi aspettavo di trovarlo l. Non pensavo a lui, e
quando l'ho visto fra la gente mi  parso strano che si
fosse lasciato attrarre da un'occasione convenzionale e
grave come quella. Non ricordavo nemmeno se rientrasse nella cerchia pi intima delle amicizie di Sara.
Credo di no, ma non posso sapere se loro due fossero
giunti a qualche genere di intimit non registrata negli
annali della nostra anarchica giovent. In ogni caso,
Gabriel ha voluto rendere un ultimo omaggio all'amica morta nel pieno della maturit. Forse voleva sapere
che cosa fosse rimasto del suo mondo, vedere quale genere di cadavere avesse lasciato dietro di s quella
pazza di Sara, se la sua salma fosse bella e radiosa come le sacre spoglie di chi muore prima del tempo dopo
una vita di sfrenatezze carnali e piaceri intellettuali. Povera Sara! Per lei non  stato cos, ho l'impressione che
neppure la tunica di cui l'avevano rivestita fosse sua.
Doveva averla comprata sua sorella all'ultimo momento, dopo aver rovistato nell'eterogeneo guardaroba della morta senza trovare nulla di adatto per presentarsi con decoro nell'Aldil. I morti vestiti con
abiti di tutti i giorni sono strani, come se si preparassero a uscire di casa per sbrigare qualche faccenda di
cui a nessuno importa pi nulla.
Gabriel si  risposato per la terza volta solo qualche
mese fa. Io non sapevo neppure del suo secondo matrimonio, ma la cosa non mi ha stupita, ha sempre avuto successo con le donne, malgrado il suo aspetto trascurato e lontano da ogni civetteria. A me non  mai
parso bello, n attraente, n sexy. Aveva dei begli
occhi, questo s, ma non l'ho mai visto come un uomo
desiderabile, solo come un amico asessuato col quale ridevo molto. Era divertente e chiassoso, si prendeva
gioco di tutto. Sapeva fare splendide imitazioni dei nostri professori, dei compagni di studi e dei personaggi
famosi, astratte e sgangherate fino alla farsa, un papa
che impartiva l'urbi et orbi, un kamikaze giapponese
due secondi prima di saltare dall'aereo. Il suo pezzo
forte era la madre di Franco sul punto di partorire il futuro dittatore. Rovesciava gli occhi, gridava frasi patriottiche e si dimenava a gambe aperte con movimenti osceni. Ora tutto questo mi pare ridicolo e
idiota, ma allora mi piaceva, piaceva a tutti noi, ci divertiva.
La terza moglie di Gabriel  una giovane pittrice thailandese della quale si  innamorato senza incrinature.
Cos dice lui. Ha promesso di presentarmela. Dice
che  bellissima, che sulla sua pelle  impossibile scoprire la pi piccola imperfezione, anche se la guardi da
vicino, anche se  giorno, anche se le accendi una
lampada sulla faccia. Trovo buffo che ne parli come di
un vaso di porcellana privo di difetti. Dev'essere cos,
come una porcellana nuova e luminosa. Io non ho
mai avuto una pelle perfetta, mi spuntava sempre
un'infinit di lentiggini sugli zigomi, sul naso, qualcuna
anche sulle guance. E' curioso, ma non ho un ricordo
nitido di come fossi allora. Immagino che a quel tempo non dessimo importanza alla nostra bellezza e giovent. Peccato, perch forse era il momento giusto per
preoccuparsi di questo tipo di cose. Allora, non dopo.
Sara era sempre stata piuttosto bella, una bellezza di tipo ebraico. Non sar stata davvero ebrea? Portava
sempre i ricci raccolti sulla nuca, l'henne li tingeva di
riflessi rosso fuoco. A me piaceva molto il suo fisico,
era franco, definito, travolgente, nulla a che vedere con
la sua personalit, che non sapeva imporsi agli altri,
quegli stessi altri che poi l'hanno fatta coscienziosamente a pezzi per una vita intera.
Sara pensava che il nostro modo di vivere di allora fosse tutto quanto c'era al mondo: gli studi, l'amicizia...
non esisteva un futuro per lei, lei si muoveva sul piano
dell'astrazione, non aveva progetti concreti. In realt
quello non sarebbe stato che un periodo, il suo periodo di splendore. Poi, tutto sarebbe stato decadenza.
Chi mai avrebbe potuto pensarlo? Finisce sempre cos per tutti? Non lo so, per Sara  stato cos. Sara aveva raggiunto il massimo fulgore a venticinque anni, e
poi aveva cominciato a declinare. Quando, quando
fu il punto di inflessione? Fu la prima volta in cui accett un consiglio, credo. L sbagli.
Io ero insolente, viziata, prepotente, sicura di me fino
alla nausea, ma cercavo sempre un alibi intellettuale per
muovermi e continuare a vivere. Per questo ammiravo
tanto Sara, che non aveva bisogno di modelli, di idee,
di giustificazioni. Lei agiva e basta. Era l'essere pi
caotico del creato, il pi libero, il pi indifferente alle
norme, alla logica, alla morale. Lei non si interrogava
sui motivi n sulle ragioni, n si preoccupava di quel
che gli altri potevano pensare di lei, e nemmeno di quel
che lei stessa avrebbe potuto pensare di s, che  il giudizio pi difficile da accettare, a conti fatti.
Io stavo a guardarla affascinata. Capivo che era straordinaria, che sfuggiva alle regole del branco, di qualsiasi
branco. Non solo non seguiva la corrente, ma neppure
andava controcorrente. Io, Gabriel, tutti gli amici e gli
amici degli amici, non avevamo che due vie fra cui scegliere: a favore o contro. Lei no, lei partiva per la tangente, scartava di lato e non si collocava da nessuna
parte. Era libera come fumo, mentre noi facevamo la
parte del fuoco divoratore, consumandoci inutilmente,
bruciando a poco a poco nel gran fal generale, trovando sempre meno materiale da bruciare. Una volta,
quando era gi molto depressa e le sue difese psichiche
avevano cominciato a cedere, mi disse: "Credo che tutti i problemi che sto attraversando siano dovuti a un
calo ormonale. A noi donne gli ormoni cadono mentre
camminiamo per la strada, cos. Di colpo ti giri, guardi per terra e vedi quattro o cinque ormoni che sono
appena caduti gi". Era una spiegazione meravigliosa,
inaudita; soprattutto mi sembrava incredibile che a quel
punto del suo declino, quando gi aveva gettato la spugna mille volte e incespicato altre mille, avesse ancora
voglia di cercare una spiegazione, fosse pure quella sua
strana teoria pseudoscientifica, di ormoni che cadono
come foglie dagli alberi.
Lei aveva sempre avuto una vita segreta che sfuggiva al
controllo degli altri. Sapevo che conosceva un gruppo
di ragazze strambe, di ambienti emarginati, che non
aveva mai voluto presentare nella societ intellettualoide di cui facevamo parte noi studenti. Come le
aveva conosciute? Inutile domandarglielo. Sorrideva,
come quando ne aveva combinata una delle sue, e rispondeva: "E io che ne so? In giro!". Quelle ragazze
erano una sfida per me. Alcune si lasciavano maltrattare dagli uomini fino al limite del tollerabile. Ogni volta che Sara ne parlava, ero stupita che lei non giudicasse in alcun modo quei fatti. Si limitava a riferirmeli
e si divertiva nel vedermi scandalizzata. Erano ragazze senza istruzione. Io dicevo alla mia amica: "Perch
non cerchi di aiutarle, di dir loro che non devono lasciarsi umiliare cos?". E lei mi rispondeva: "Vuoi
che le riporti sulla retta via? Che metta su una comunit di beghine?" e rideva a crepapelle. Rideva delle
mie buone intenzioni che, probabilmente, rivelavano la
mia profonda ignoranza su tutto quanto si estendeva al
di l del mio ristretto campo d'azione.
Alcune delle sue amiche misteriose si facevano pagare
per andare a letto con gli uomini, ma solo quando erano a corto di soldi. Un'altra aveva un fidanzato in galera. Una, la sola che ebbi occasione di conoscere, si
strappava i capelli a ciocche davanti allo specchio quando le cose le andavano male. Si chiamava Yolanda.
Un giorno che andai a trovare Sara nel suo disastroso
appartamento, la trovai l. Stavano prendendo il caff.
Pensai che Sara sarebbe stata restia a lasciarmi partecipare ai loro discorsi, che avrebbe fatto di tutto per
buttarmi fuori il prima possibile o per allontanare la sua
amica, e invece non batt ciglio. Yolanda era affascinante. Era sboccata, ma lo era con indifferenza, non
con la ferocia che mettevamo noi nel turpiloquio, per
apparire trasgressivi, ma con vera volgarit e rabbia contenuta. Raccont una storia strana, di certa gente che
l'aveva assoldata per fare un'inchiesta per la strada.
Ci tenevano l ai semafori, sotto il sole. Bisognava
chiedere alla gente da dove passava per andare al lavoro. Era agosto e faceva un caldo boia, ma non ci lasciavano bere, nemmeno andare a pisciare. Una tipa 
quasi svenuta e non volevano saperne di darle un po'
d'acqua. E cos sono andata dal capo e gli ho detto:
"Senti un po', tu, cosa cazzo ti sei creduto, che siamo
delle bestie? Dalle dell'acqua o vedi". Quel figlio di
puttana mi ha tirato un cazzotto in faccia. "Se non ti
va hai solo da andartene" mi ha detto. Ho dovuto incassare, altrimenti non mi pagavano, ed erano pi di
cinque ore che sgobbavo, ma lo stronzo poi l'acqua
gliel'ha data.
Era molto di pi di quanto avessi mai sentito in materia di realismo. Da dove saltava fuori quell'eroica
Giovanna d'Arco che per, a dispetto del suo eroismo,
si faceva riempire di botte dal suo uomo senza fiatare?
Quando se ne fu andata tempestai Sara di domande,
ma non riuscii a cavarne nulla: "Non darle troppo
retta..." mi disse, "... magari se l' inventata sul momento. Ha tanta immaginazione".
Anni dopo, la nostra amica Ramona, ormai diventata
psichiatra, mi parl della tendenza di Sara a frequentare gente emarginata: "Lo fa per sentirsi superiore, per
cercare una normalit che non riesce a raggiungere
con il buon senso, dote di cui  completamente priva".
Era una spiegazione plausibile, ma molto dura, una dimostrazione della crudelt con cui Sara veniva trattata, e che l'ha trascinata a fare questa fine, il mese scorso. Un suicidio senza grandezza. Pastiglie buttate gi
con l'alcol. Proprio adesso che pareva rassegnata a
una vita senza smalto e senza ragioni, ma sufficientemente tranquilla per non soffrire. Sara stava svanendo
a poco a poco. In realt aveva gi perso ogni contorno
e ombreggiatura, ogni tratto e ogni colore della donna
che era stata e, giunta a quel punto, aveva preso la decisione di cancellarsi una volta per tutte, quando ormai
nessuno se lo sarebbe pi aspettato.
L'hanno sepolta un mese fa e non so ancora se la sua
morte mi rattristi. Immagino di no, alla nostra et 
troppo tardi perch un suicidio possa considerarsi un
atto di ribellione. Avrebbe potuto benissimo tirare
avanti, invecchiare come facciamo tutti noi.
Scendo in soggiorno per domandare a Gabriel se vuole un altro caff. Ho la sensazione di non essermi occupata di lui, di averlo un po' abbandonato, pensando
di farlo sentire a suo agio. Ora per si  addormentato. Si  avvolto nel plaid che tengo sul divano. Ha
un'aria infantile. Mi permetto di stare a guardarlo, anche se  strano vederlo dormire. Di solito vediamo dormire solo le persone con cui abbiamo un rapporto intimo. Per questo mi turba sempre un po' vedere qualcuno che si assopisce in autobus o in metropolitana.
Stranamente Gabriel, dopo il nostro ultimo incontro,
non ha cercato di giustificarsi con me per la sua vita
passata. Si  mostrato cos com', con naturalezza, lasciandomi trarre le conclusioni che desidero, e io non
desidero trarne nessuna. Continuo a baloccarmi con
l'idea che sia rimasto identico a com'era da ragazzo,
anche se so che non  possibile. Ha attraversato
due matrimoni e due divorzi, non  riuscito a diventare l'artista che avrebbe voluto essere, si  limitato ad attivit che ruotano intorno all'arte. Come
potrebbe essere uguale a prima? Ma forse lui  fra i
fortunati che sanno dimenticare quello che hanno vissuto e, soprattutto, quello che un tempo avevano in
mente di vivere. Uno di quei rari esseri umani che vivono ben installati nel presente come se fosse la loro sola casa. Come Sara. Ma a Sara non l'hanno
permesso. Perch a lui s? Forse lui ci ha saputo
fare. Ha giocato bene le sue carte e si  preoccupato
pi degli aspetti pratici della vita che dei talenti
che presumeva di avere. Una strategia intelligente, le
carte vengono distribuite a tutti i giocatori in parti uguali, i talenti no.
L'altro giorno, in cucina, mi ha confessato che la sua seconda moglie l'aveva abbandonato. La prima, l'aveva abbandonata lui. Faceva su e gi con la testa in un assenso universale e rideva sottovoce. "Il mercato amoroso  fatto cos, ma bisogna riconoscere che alla fine si arriva sempre a una certa parit. Non ci sono sorprese, sai? Se vedi un bell'uomo in coppia con una donna brutta, o vecchia, o monca, puoi star sicura che quella donna ha le qualit per stare con lui da pari a pari. Sar forse molto ricca, o molto intelligente, o un angelo di dolcezza e di bont. Non c' mai grande disparit in una coppia. Lo stesso vale per il disamore, oggi ferisci tu, domani ti ferisce qualcun altro. Pari e patta".
So che non lo pensa veramente, perch se lo pensasse
non si sarebbe risposato con una donna cos giovane.
Parla con freddezza delle questioni sentimentali eppure
sembra molto innamorato. Dev'essere confortante per
un cinquantenne vedere accanto a s al risveglio un volto su cui non si scorge la pi piccola macchia, anche se
vi batte il sole. Eppure, nel mese che  trascorso dal funerale di Sara, mi sono domandata pi volte come
mai venga tanto spesso a trovarmi, e perch lo faccia
sempre da solo, con l'aria lievemente annoiata di chi
non ha nient'altro da fare. L'altro giorno mi ha dato
una risposta senza che io gli avessi domandato nulla. La
thailandese non solo dipinge, ma lavora in un supermercato orientale per qualche ora al giorno.
Uno di quei negozi dove si riforniscono i proprietari dei ristoranti etnici: salsa di soia, alghe liofilizzate,
involtini primavera... che ne so io. Come pittrice,
non ha ancora il successo che meriterebbe. Be', almeno  riuscita a smettere di lavorare a tempo pieno, e
sposando me ha risolto i suoi problemi con il permesso di soggiorno.
Quando me l'ha detto ho pensato che forse la sua
teoria sulla parit in amore funziona davvero, e che
quella ragazza ha trovato in lui la stabilit necessaria
per vivere serenamente. Ma cosa sarebbe successo
quando i suoi quadri avessero cominciato a vendersi bene? Quando avesse ottenuto il successo che desidera
nel mondo dell'arte? Forse Gabriel avrebbe cominciato
a sentirsi meno bene, si sarebbe ricordato delle proprie
aspirazioni accantonate o, in altre parole, fallite. In genere, da questo punto in poi, le cose cominciano ad andare molto male in una coppia. Un mattino lei avrebbe potuto svegliarsi e vedersi legata a un vecchio leone
senza branco e senza aspirazioni. Forse quel giorno la
loro parit sarebbe andata all'aria.
L'ho lasciato dormire e me ne sono tornata al piano di
sopra. Era soltanto una teoria, una teoria sull'amore,
l'unico argomento su cui la gente non smette mai di
teorizzare. Sara non lo faceva.
Era vissuta per qualche mese con un ecuadoriano bellissimo e senza un soldo. Uno di quei satelliti che
comparivano di tanto in tanto nel firmamento della facolt di lettere senza che si sapesse da dove fossero
spuntati. Fuggivano dalla repressione, per dirla con le
parole di quel ragazzo, ma non si iscrivevano mai a nessun esame, non venivano a lezione, si limitavano a vagare per l'universit e, se avevano la fortuna di trovare qualcuno che li accogliesse in casa, si fermavano per
un po'. Sara si era scelta l'ecuadoriano e l'aveva adottato. Il problema di Sara non era che s'innamorasse
troppo in fretta, o degli uomini sbagliati. Il problema
di Sara non esisteva; a lei, semplicemente, piaceva
scopare. E naturalmente l'ecuadoriano si impegn a dovere. Scopavano di continuo. L'appartamento di Sara
non era mai stato un modello di ordine e pulizia, ma
nel periodo dell'ecuadoriano il disastro crebbe in misura esponenziale. Si accumulavano montagne di piatti da lavare, i panni sporchi erano sparsi ovunque.
Lui le aveva regalato un poncho, e Sara non se lo toglieva mai, lo portava anche sopra il pigiama. A me tutto l'insieme lasciava sbalordita. Ammiravo una donna
capace di vivere nel caos pi assoluto pur di scopare bene. Io ero molto pi tradizionale, e nel mio appartamento condiviso con due amiche si facevano le pulizie
generali una volta alla settimana, si cambiavano le
lenzuola, la cucina veniva rassettata. Certo, nessuna di
noi scopava tanto e cos bene come Sara con il suo
ecuadoriano. E n a me n alle mie compagne di appartamento era mai venuto in mente di raccogliere un
paria e di dargli un piatto caldo in cambio di sesso. Ma
a me piaceva che Sara lo facesse, mi pareva il colmo
dell'originalit, il massimo della liberazione. E lo era.
Lei non si vantava della sua audacia, credo non sentisse
alcun bisogno di vantarsene, non la riteneva una conquista personale, n un'impresa memorabile sul cammino della rivoluzione sessuale. L'ecuadoriano era felice. Aveva trovato l'ideale in quella bella bruna dall'aspetto ebraico che non gli chiedeva nulla e gli dava
tutto. Ma, come mi raccont Sara, dopo un po' il suo entusiasmo aveva cominciato a scemare.
Dice che non lo ascolto, che non gli do retta e non lo considero.
Ed  vero?
Ma cosa vuole? Parla sempre tanto! A me non piace
che gli altri mi raccontino la loro vita. Va bene, lo capisco, ha voglia di sfogarsi e di ricordare la gente che
ha lasciato al suo paese. E allora, che parli! Io non dico nulla, non lo interrompo, non metto il muso. Che altro posso fare ?
La diagnosi psichiatrica di Ramona, anni dopo, fu
che Sara mancava di umanit. Certo, bisogna riconoscere che Sara non era disposta a fare molte delle cose
che di solito gli altri si aspettano da un partner. Ma
perch mai avrebbe dovuto farle se ne offriva altre a
piene mani, e proprio quelle che nessuno  disposto a
dare? Quell'ecuadoriano viveva come un re in casa di
Sara. Mangiava, beveva, scopava, e fumava perfino sigarette americane a scrocco, visto che lei non gli rimproverava mai nulla. Perch diavolo pretendeva che si
mostrasse interessata o innamorata, quando lui la annoiava a morte?
Quanto a umanit, tutti noi siamo tutti un po' deboli,
non  giusto che soltanto Sara venisse giudicata in base a questo criterio e gli altri no. Diceva sempre: "Io
sono la mia musa", e aveva ragione, lei si autoispirava,
metteva una gioia speciale in tutto quel che faceva nella sua anomala esistenza. Se l'avessero lasciata continuare cos, tutto sarebbe stato diverso. Perch non
avrebbe dovuto farlo? Era proprio necessario che a partire da una certa et si trasformasse in una donna patetica? Immagino che se l'avessero lasciata in pace
avrebbe introdotto dei cambiamenti nel suo modo di
vivere, forse avrebbe scopato di meno, o non avrebbe
scopato affatto, ma avrebbe trovato la sua strada, ne
sono certa. Lei non era preparata ad affrontare gli
scogli della vita. E chi lo ? Ho la sensazione che
tutti cominciamo la nostra vita come se fossimo i primi in assoluto a popolare il pianeta. Per questo non siamo mai preparati ad affrontare gli scogli, che sono sempre gli stessi, non si prendono neppure il disturbo di
cambiare. Se non altro Zeus tentava diverse metamorfosi prima di catturare le sue vittime. Non c' da
stupirsi che fosse riuscito a trascinare via Europa per
aria, impigliata nelle sue corna come uno straccetto. Ma
nulla di tutto questo  necessario nel mondo dei mortali, Sara  stata trascinata via mille volte dallo stesso
toro e non se ne  nemmeno resa conto. Neanch'io sapevo dell'inganno, ma nel mio caso  diverso, io non
avevo mai aspirato alla libert assoluta, n mi trovavo
nelle condizioni in cui si trovava lei per imporre regole
indifferenti alla morale.
Un altro dei suoi ragazzi era un gagliego logorroico
espulso dalla facolt di medicina per motivi politici.
Uno che non era mai di cattivo umore. Gli piaceva
posare come modello fotografico per Sara. Le loro sedute
erano lunghe. Sara lasciava che assumesse le posizioni
che voleva, e lui dava libero sfogo alla sua fantasia celtica. Soprattutto gli piaceva afferrarsi il pene a due
mani ed esibirlo davanti all'obiettivo. Aveva un pene
enorme, turgido e sano come una pianta carnosa dal
grosso stelo. Ma la mia amica non si vantava delle sue
conquiste, si limitava a prendere parte a quelle cerimonie anarchiche che avrebbero voluto attuare una grande
rivoluzione sessuale frammentata in mille casi differenti. E tuttavia la realt era ben lontana dagli ideali. Io
andavo a letto con Pedro, e il nostro solo contributo alla rivoluzione sessuale degli anni Settanta fu la mancanza
di sensi di colpa nello scopare allegramente. I nostri amici facevano perlopi lo stesso, non c'era tanta promiscuit, il sesso era temperato dai sentimenti e zavorrato
dalla teoria. Interminabili discussioni teoriche e scopate fameliche, questo era il risultato, pi o meno soddisfacente, della nostra rivoluzione. Per questo mi affascinava la facilit con cui Sara collezionava cazzi senza ricorrere ad alibi intellettuali.
Tutto questo andava molto bene, ma una cosa era assistervi da fuori, alla distanza consentita dal racconto
e dalle visite occasionali, e un'altra, ben diversa, avvicinarvisi abbastanza da viverlo in prima persona.
Abitai con Sara soltanto una volta, per un periodo di
tre mesi. Fu un'esperienza terribile. La cosa peggiore fu
dover riconoscere che non ero fatta per la vita di
bohme, e che riuscivo a muovermi solo entro coordinate molto pi tradizionali. Ero delusa di me stessa, ma
non era facile imbattersi a ogni ora del giorno con i resti e gli indizi dell'originalit innata di Sara. Lei metteva i maglioni nel congelatore perch le avevano detto che cos non si formavano le palline di lana. Buttava i fondi di caff nei vasi che languivano sul balcone
perch le avevano detto che facevano benissimo alle
piante. Mangiava quando le pareva. Riceveva le sue
amiche sottoproletarie e offriva loro riso bollito con salsa di pomodoro. Tanto i suoi libri quanto le sue mutandine erano disseminati dappertutto. Di tanto in
tanto accoglieva in casa qualche gatto randagio e gli dava il diritto di pasteggiare liberamente. Apriva il frigorifero, quasi vuoto, e gli mostrava i pochi viveri
che avevamo a disposizione. "Cosa ti piace?" gli domandava, e la prima cosa a cui il gatto avvicinava il naso finiva fra le sue fauci. Appese in casa alle pareti del
soggiorno ingiallivano le fotografie del gagliego con l'arma sguainata. I piatti li lavava una volta alla settimana.
Per tutto quel periodo Sara me la ricordo avvolta nel
poncho ecuadoriano eredit del suo amante a tempo determinato. Girava per la casa come se fosse sempre indaffarata, anche se non riuscivo mai a capire cosa
combinasse. A un certo punto mi domandai da dove
fosse venuta fuori una ragazza simile. Chi pi, chi
meno, provenivamo tutti da famiglie molto normali, ma
Sara pareva uscita da un ambiente selvaggio dove nessuno le avesse mai trasmesso le regole fondamentali della vita. Nulla di pi lontano dalla realt. Era figlia di
un notaio di Toledo e aveva una sfilza di fratelli e sorelle. Rimasi stupefatta quando me lo disse. Un notaio
di Toledo. Ma il suo modo obliquo di raccontare non
rispettava la scansione abituale, in premessa, nodo,
scioglimento della storia. Diceva le cose a pezzi e bocconi. I suoi genitori erano cos osservanti che avevano
messo una tendina davanti al crocifisso in camera da
letto. Cos, se avevano un rapporto sessuale la chiudevano in segno di rispetto. Era vero? Poteva bastare
per farmi un'idea dell'atmosfera che regnava in casa
sua? Lei si piegava in due dal ridere quando raccontava
queste cose. Per la faccia che facevo, immagino.
"Ho un fratello gesuita, il pi grande. Una volta mi ha
detto che il suo sogno ricorrente era che venisse scaricato un camion di puttane nel convento".
Solo molto tempo dopo quella spruzzata di aneddoti inclassificabili mi rivel il nucleo centrale della sua storia.
A sedici anni era scappata di casa. Se ne era andata con
un ragazzo, ma era stata una fuga ridicola che non aveva nulla a che vedere con il sesso. Volevano andare fino ad Amsterdam in autostop, unirsi al movimento
hippy e vivere in una comune. Erano tornati a casa tre
giorni dopo, scoraggiati e affamati, senza essersi spinti oltre Madrid, con un senso di fallimento enorme e le
tasche vuote.
Figurati il casino che  scoppiato. Mio padre aveva
avvertito la Guardia Civile. C'erano due preti ad
aspettarmi. Erano venuti per confessarmi, ma visto che
nessuno si fidava troppo di quel che dicevo, mia madre
mi fece fare una visita ginecologica per assicurarsi
che fossi ancora vergine. E nemmeno quando il medico disse che lo ero si calmarono. Avevano paura che
potessi dare il cattivo esempio ai miei fratelli, e cos mi
mandarono a studiare a Madrid. All'inizio stavo in un
collegio di suore. Mi cacciarono. Poi in un altro. Al terzo collegio, mio padre si stuf. Potevo fare quello
che volevo: mi avrebbero dato un tanto al mese fino ai
miei venticinque anni, e poi basta. L'unica condizione
era che scrivessi a casa una volta al mese per dire come
stavo e che non mi facessi pi vedere, a meno che non
mi fossi decisa a cambiare vita.
E tu hai scritto?
All'inizio s, poi mi sono stancata. Ma scrivo una volta all'anno per Natale.
Non li hai pi rivisti?
No.
Nemmeno i tuoi fratelli?
No, per cosa? I miei avrebbero dato di matto se
avessero scoperto che ci vedevamo di nascosto, non valeva la pena. Mio padre mi risponde tutti gli anni.
Stanno tutti bene.
Era la figlia ribelle di una famiglia bigotta, benpensante, dura. Ma era davvero una ribelle? Non lo so.
Poteva sembrarlo, perch faceva sempre l'opposto di
quel che si considerava corretto, di quel che le si chiedeva. Eppure, ribelle  qualcuno che si oppone, e Sara non si opponeva. Semplicemente andava per la sua
strada, viveva fuori dal gregge, ignorava le norme sociali. Ma non si opponeva. Non la sentii mai lamentarsi
del rapporto con i suoi genitori, della severit di sua
madre, con la quale non aveva pi scambiato una parola e che nemmeno firmava le lettere annuali scritte
dal notaio di Toledo. Io, molto pi passionale e dogmatica, a quei tempi, criticavo l'atteggiamento dei
suoi ogni volta che lei me ne parlava. Dicevo che erano dei farisei, dei fanatici, degli ipocriti, degli schifosi. Sara stava ad ascoltare tutti questi complimenti
rivolti al sangue del suo sangue con un sorrisetto di
soddisfazione, le piaceva vedermi sul pulpito. Per
stava zitta.
Che non si lasciasse andare a imprecazioni contro la
sorte avversa mi sembrava una bella cosa, era come se
non si abbassasse mai al livello degli altri, come se fosse sempre al di sopra della situazione. In fin dei conti
una madre  un elemento accidentale nella nostra vita,
una formalit ginecologica necessaria per entrare nel
mondo. Se si fosse messa a piangere per le vicende da
romanzo d'appendice del suo passato, mi sarebbe parso un brutto segno. Che non rivangasse i traumi familiari dimostrava in lei una superiorit aristocratica,
un animo forte e indipendente, un autentico savoirfaire. Noi eravamo la generazione che rinnegava sistematicamente i padri, padri che avevano perso la guerra e tacevano, o che l'avevano vinta dimostrandosi ancora pi abietti.
Ma non riuscivo ad accettare che Sara non attribuisse
alcun fondamento ideologico al suo modo di vivere.
Non c'era nulla da perdere a compiacere di tanto in
tanto la dea ragione. Sarebbe stato facile, e io gliene offrivo il destro, ma lei non si lasci mai catturare dalla
mia tela di ragno progressista. Scopava come scopava
perch le piaceva. Se ne era andata di casa perch
non aveva potuto fare diversamente. Conduceva una
vita fuori da ogni norma perch quello era il suo modo
di vivere. Non riuscii mai a smuoverla di l. E non ci
provai neppure troppo. Anch'io ero stanca di applicare sempre gli stessi balsami a identiche ferite. Ma
non posso negare che il suo modo cos naif di condurre un'esistenza che era pura dinamite mi lasciava in
bocca il sapore amaro della frustrazione. Penso che se
fossi stata capace di vivere come viveva lei, avrei fatto stampare un pamphlet con la mia biografia e l'avrei
distribuito all'ingresso dell'universit.
I tre mesi che passai a casa sua mi parvero lunghissimi. Non ero all'altezza della sua personalit. Era
difficile riuscire a fare qualunque cosa accanto a lei,
studiare, leggere, dormire. La musica suonava di
continuo, a volume altissimo. Veniva sempre gente a
trovarla. Era la gente la cosa pi dura da sopportare.
Sara accoglieva chiunque in qualunque momento.
Veniva una vicina col bambino piccolo, una donna
ignorante e timorosa sposata con un viaggiatore di
commercio che non c'era mai. Si sedeva nel soggiorno e leggeva libri di storia mentre suo figlio scorrazzava in giro. Veniva anche gente della facolt, amici,
compagni di corso... Sara apriva la porta a tutti, li faceva entrare, lasciava che restassero quanto volevano,
anche se non si sentiva tenuta a offrire loro nulla o a
intrattenerli. Se poi si aggiungono a quella fauna variabile tutti i ragazzi che Sara si scopava e che passavano a trovarla o piantavano le tende per un po', 
facile immaginare quale genere di allegro e pittoresco
porto di mare fosse casa sua.
Naturalmente me ne andai, e lei fu comprensiva, cos
com'era comprensiva con tutti, senza stare troppo a
indagare. Eppure, malgrado la nostra convivenza fosse
stata breve e burrascosa, mi era piaciuto stare con lei per
un po'. Mi era servito per capire che tutto ci che lei
era, lo era davvero. Nessuna finzione, nessuna giustificazione, nessun bisogno di integrarsi a forza di alibi nel
mondo intellettuale. Tutto senza rete, tutto realt.
E poi, era stato divertente. Pu sembrare impossibile, ma qualche volta riuscimmo anche a stare da
sole. Mi pare di ricordare che facessimo colazione la
domenica mattina sul terrazzino interno dell'appartamento, al sole, fra piante che non erano mai state
innaffiate e pile di giornali vecchi induriti dalla
pioggia. In quelle occasioni parlare con lei era un
piacere, si lasciava andare. Io cercavo di farla parlare
dei suoi amanti, e lei mi accontentava, dopo aver accampato qualche falsa protesta. Grazie a quei racconti capii fino a che punto le piacessero gli uomini.
Aveva della bellezza maschile un'idea fresca e per
nulla contaminata dai luoghi comuni che affollano la
testa delle donne. Per lei un bell'uomo era un bell'uomo, punto.
Quando si spogliano mi fanno morire. Bisogna guardarli di nascosto, perch si imbarazzano. Appena si tolgono la camicia si diffonde il loro odore. Mi piacciono
i peli che hanno intorno ai capezzoli piccoli piccoli. Mi
piace l'ombelico, che  sempre come quello dei bambini. Ma la cosa pi bella  quando si tolgono le mutande. Se ce l'hanno duro  divertente, perch sembra
una di quelle scatole a sorpresa con il pupazzo a molla.
Ma preferisco quando ce l'hanno a riposo. Vedi il cazzo ancora nel suo nido, rannicchiato e addormentato. Poi si stacca e pende un po'. Ah, sarei capace di uccidere pur di vedere questa cosa. Non mi stanca mai, te lo assicuro, non mi stanca. Si alzava in piedi e cominciava a saltare su e gi per il terrazzo, ridendo come una matta. L'unica cosa che mi secca  che un giorno tutto questo finir, perch di sicuro verr il giorno che sar vecchia e non trover pi nessuno. Manca ancora molto.
S, molto, ma verr. E allora cosa far? Dimmi, cosa far?
Non lo so, potrai vivere di ricordi.
Sedermi in poltrona a ricordare le scopate del passato? Ah, no, manco per sogno! Magari me ne andr in Nuova Zelanda ad allevare pecore.
Era una buona idea, allevare pecore in Nuova Zelanda, molto meno assurda di quanto possa sembrare. Scapparsene agli antipodi quando ormai non c' pi nulla da
aspettarsi in questa met del mondo, arcinota e scontata. Darsi a una nuova attivit fra bestiole docili e soddisfatte. Era un raggio di speranza, s, con tutta l'irrazionalit che ogni speranza deve avere. Ma non
gliel'hanno lasciato fare. Sara non ha mai allevato pecore, n in Nuova Zelanda n altrove, non  diventata vecchia, non le era nemmeno rimasta la voglia di vedere gli uomini nudi, e questa  la parte pi tragica del
suo destino.
Cap perfettamente che me ne volevo andare da casa
sua. Io avevo bisogno di studiare, di leggere, di sapere in quanti ci saremmo seduti a tavola all'ora di cena.
Avevo bisogno di cenare ogni sera. E poi c'era Pedro.
Pedro non si sarebbe mai abituato a fare l'amore con
me mentre il bambino della vicina girava per casa. E
non solo questo. Mi ero resa conto che confondersi nel
numero degli uomini che venivano da noi per scopare
non gli piaceva affatto. Doveva sentirsi come una
specie di fuco, uno dei tanti dell'alveare, uno che
non viene preso sul serio, come un ragazzo a pagamento. Sara non gli era antipatica, anzi, la trovava divertente. Si facevano delle belle chiacchierate, loro
due. E' vero che Pedro preferiva non approfondire la
conoscenza dei miei amici, li considerava una specie di
magma indistinto caratterizzato dall'allegra follia degli studenti di lettere. Non gli andava di indagare
oltre. Ma sarebbe eccessivo dire che io avessi una
doppia vita: Pedro da una parte e la facolt dall'altra.
E sarebbe anche semplicistico. In realt cercavo di avere molte vite, pi ne avevo meglio era, ma tutte si limitavano all'osservazione, di rado mi lasciavo coinvolgere pienamente. Preferisco osservare.
Con Pedro intravedevo un futuro pieno di speranze.
Lui avrebbe progettato meravigliosi edifici di pubblica
utilit: ospedali, scuole, asili e tutto il resto, mentre io
avrei scritto opere immortali. Saremmo stati felici,
insieme, anche se a quel tempo si parlava poco di felicit. Ci non toglie che mi piacesse ficcare il naso in
altri mondi. Davo uno sguardo alla gente pi impegnata
politicamente, indagavo sulle ragioni degli studenti
pi convenzionali e ligi all'ordine, mi mescolavo a chi
faceva vita di bohme. Quella bohme di emarginati e
cani sciolti mi attirava. Molti erano impostori, illusi e
snob, ma nel complesso erano meno noiosi di altri. C'era chi lavorava al romanzo totale, altri coltivavano
progetti bizantini senza capo n coda. Qualcuno si
dava alle droghe. Falsi marchesi si facevano stampare
biglietti da visita con stemmi gentilizi e li distribuivano fuori delle aule... Un circo in piena effervescenza
che si guadagnava giorno per giorno il sospetto generale. Sara apparteneva a questa trib? Credo di no. Lei
teneva sempre un piede nella realt, faceva perfino degli sforzi per inserirsi nel mondo normale. Uno di
questi sforzi era rappresentato da me, dalla nostra
amicizia intermittente. E dalle altre due amiche comuni: Berta e Ramona.
Berta non rientrava in nessuna tendenza definita, ma
si teneva vicina all'establishment. Era bella e sicura di
s, decisa, positiva, dal giudizio rapido e chiaro. Aveva una risposta per ogni domanda e una soluzione
per ogni problema. Non si tirava mai indietro. Voleva
fare la carriera universitaria, diventare docente di inglese, e c' riuscita. Voleva condurre una vita utile e
trasparente, e c' riuscita. L'unico punto oscuro della
sua biografia era il fidanzato, un eterno studente di medicina col quale alla fine si era sposata. Che cosa c'entrava quel ragazzo cos banale, neanche tanto intelligente, nella vita di una donna che voleva mangiarsi il
mondo? Eppure lui c'era, dava e ridava gli esami senza successo, e aveva sempre una cartellina di appunti
sotto il braccio quando veniva a prenderla dopo le
lezioni. Alla fine riusc a laurearsi e si mise a esercitare come medico generico in un comune fuori citt. Cinque anni dopo il matrimonio, Berta si separ. In quei
cinque anni aveva preparato i concorsi da ricercatrice
e li aveva vinti. Aveva avuto due figli.
Berta era rapida, possedeva quel tipo di intelligenza che
vale la pena avere perch si applica alle cose pratiche
ottenendo buoni risultati. Nulla a che vedere con l'intelligenza speculativa e sterile allora tanto diffusa, oggi considerata una zavorra indesiderabile. Lei ed io ci
vedevamo spesso per studiare. Perfino nel modo di disporre sul tavolo i libri e gli appunti, di sottolinearli e
consultarli, dimostrava fino a che punto arrivasse la sua
efficienza. Spesso pensavo che mi sarebbe piaciuto
essere come lei. Stranamente, il suo matrimonio fin
malissimo. Fu uno di quei finali incomprensibili che
non hanno nulla a che fare con il resto della storia, come se un romanzo poliziesco si concludesse con l'arrivo dei marziani. Suo marito, il poco brillante medico
condotto, cerc di strangolarla. Proprio cos, strangolarla, per quanto possa apparire strano nella vita di una
coppia del tutto normale.
Quando avvenne il fatto, io vivevo da due anni con Pedro. Fu proprio Sara a raccontarmelo. A quanto pare
era successo un venerd sera all'ora di cena. Avevano
mangiato le lenticchie. Non ho mai capito come mai
Sara fosse a conoscenza di un simile particolare. Bene,
nel corso di quella che avrebbe potuto essere una rilassante serata di fine settimana, doveva essere scoppiata una lite. Sara non seppe dirmi il motivo che l'aveva scatenata. In ogni caso, la lite era giunta a un tale livello di violenza che Berta fu aggredita. Suo marito
cerc di ucciderla o, almeno, perse il controllo al punto da stringerle la gola lasciandovi un segno che ci mise giorni a scomparire.
E stato nel bel mezzo della cena, non sono neanche
arrivati al secondo, arrosto di maiale con patate, che 
rimasto intatto in cucina precis Sara.
In primo luogo era sorprendente che Sara avesse raccolto informazioni gastronomiche cos complete sulla
cena dei due contendenti, e che al tempo stesso non
avesse la minima idea del motivo che aveva provocato
la contesa. Anche se, conoscendola bene, non c'era da
stupirsi che proprio queste fossero le precisazioni che
aveva chiesto a Berta. Poi mi colp, certo, l'eccesso
rappresentato da un simile incidente in un ambiente civile, democratico e rispettoso delle norme come quello dei due coniugi. La mia mente, spinta da un'insana
curiosit, si lanci in speculazioni azzardate. Berta
era stata infedele a suo marito? Proprio lei, che sapeva sempre cosa voleva e lo faceva senza esitare? Sembrava assurdo, da parte di una che aveva sopportato
per tanti anni quell'inetto fidanzato e l'aveva perfino
sposato. Ma Berta non sembrava disposta a svelare il
segreto, n a me n ad altri. Eppure non tenne nascosta l'aggressione, non ebbe paura di critiche o ironie.
And a denunciare il marito. A quanto diceva, la sua
esperienza in questura era stata ancora peggiore del tentativo di assassinio.
Mi hanno affidata a un'unit speciale per la violenza
contro le donne, e due poliziotte mi hanno bersagliata di domande. E' stato orribile, in sala d'attesa c'erano delle tizie spaventose. Una aveva un braccio al
collo, l'altra piangeva, singhiozzava come una subnormale. Hanno cercato di fare amicizia con me, come
se fossimo tutte sulla stessa barca. Per poco non mi veniva un attacco isterico. Ma mi sono controllata, e sono riuscita a mettere in chiaro che il mio caso era ben
diverso.
Strana conclusione quella di Berta. Pensai che non intendesse dire esattamente questo, e invece no, sapeva
benissimo quel che diceva. Solo che non si rendeva
conto che la vera assurdit  un marito medico che tenta di strangolare la moglie docente universitaria.
Sara parl con lei dopo l'incidente, molto a lungo,
cosa che serv soltanto a chiarire altri particolari inutili.
Mi ha detto che quando lui ha cercato di strangolarla, gli ha dato uno spintone tale che  finito per terra. Poi ha preso le lenticchie rimaste nella pentola e
gliele ha buttate in faccia. Pare che ne avesse ancora
nelle orecchie quando l'hanno chiamato in questura.
Non la finivo pi di ridere, non perch quella lite
spaventosa mi divertisse, ma per come Sara la raccontava. Una cosa simile, in bocca a lei, era immediatamente smitizzata, ridotta all'assurdo, che forse era la
sua unica vera dimensione.
Neppure in quell'incontro fra Sara e Berta furono
menzionate le ragioni della disputa. Qualche giorno dopo, Berta ci fece sapere che aveva ritirato la denuncia
contro suo marito per non danneggiarlo nella professione. In cambio, lui si impegnava a concordare immediatamente le condizioni del divorzio, ottemperando a tutte le sue richieste.
In seguito a quella vicenda Berta acquist per me
un'aura di mistero, e la sua vita, per il resto abbastanza
lineare, mi divenne incomprensibile. Come pu scatenarsi una simile zuffa, con conseguente divorzio, fra
due coniugi all'apparenza cos normali? Come possono
due persone abituate a risolvere i conflitti parlando,
giungere a simili livelli di violenza? La nostra generazione,  vero, aveva passato tanto di quel tempo a parlare che ormai le parole sembravano aver perso ogni significato. Ma fino a questo punto?
Inutile dire che, anni prima, quando non si sarebbe mai
sognata che quel fidanzato un po' tonto avrebbe potuto
un giorno prenderla per il collo come una prostituta di
quart'ordine, Berta non vedeva affatto di buon occhio la
vita sregolata di Sara. Non le piaceva, e glielo faceva capire. La sgridava perch secondo lei perdeva tempo,
non andava a lezione e non studiava mai (qualcosa avr
pur studiato per, perch alla fine un diploma l'aveva preso). Cercava di convincerla a mettere giudizio ripetendole
che una donna deve essere in grado di guadagnarsi da vivere. E mi rendeva partecipe di tutte le preoccupazioni
che Sara le suscitava.
Va bene che non prenda le cose sul serio, d'accordo,
lei  fatta cos, ma non potrebbe almeno sforzarsi un
po'? Cercare di essere pi ordinata? Lei se ne frega di
tutto! Pensa forse di andare avanti cos per sempre?
Cosa far quando tutti noi avremo finito gli studi,
quando lavoreremo e avremo la nostra vita? Rimarr in
quell'appartamento che cade in pezzi a ciarlare con le
vicine, ad adottare gatti rognosi, ad andare a letto
ogni notte con il primo che capita?
Anche se metteva sullo stesso piano l'anarchica e fiorente attivit sessuale di Sara con la sua tendenza ad accogliere in casa gatti randagi, io sapevo bene qual era la
cosa che pi le dava fastidio, quella che secondo lei era
la causa di tutti i mali della nostra amica: la sua promiscuit, quello era il punto. Berta non era una bacchettona e non si scandalizzava facilmente, ma il suo carattere pratico la portava a considerare il disordine come
una fonte di dispiaceri e di inutili perdite di tempo. E
fra tutti i tipi di disordine del mondo, riteneva che
quello sessuale fosse il pi destabilizzante. Tanta gente
la pensa cos, anche se nessuno sa dire perch essere promiscui debba essere pi rischioso di altre attivit.
Avvertivo, nelle lamentele di Berta, nelle sue preoccupazioni da amica, il tono inequivocabile di chi penalizza il sesso pi di ogni altra cosa. E capivo che, parlando con me dell'argomento, mi muoveva un rimprovero indiretto. Quale? Io non criticavo gli amanti
di Sara. Quindi non la mettevo in guardia contro i pericoli che poteva correre, non la rimproveravo n cercavo di influire su di lei affinch, come diceva Berta,
almeno stesse attenta e non si lasciasse ingannare. Io
non potevo farlo, perch a me la collezione di cazzi di
Sara andava benissimo. Nulla mi induceva a pensare
che qualcuno di quegli amanti temporanei potesse ingannarla. A volte era evidente che cercavano solo la sua
ospitalit, o un piatto caldo, o l'atmosfera divertente di
casa sua. Ma cosa cercava in loro, Sara? Godere della
loro bellissima verga e vederli girare per il soggiorno
con l'allegria del maschio soddisfatto. Si ingannavano
forse a vicenda? No. Sara accoglieva gatti randagi e
prodigava loro affetto e premure. I gatti volevano solo poter mangiare qualcosa ed essere adottati come
animali da compagnia per qualche giorno, e poi sparivano senza lasciare traccia. Cercavano forse di ingannarla, i gatti? Certamente no, fra loro vi era una reciprocit senza impegni.
Io sapevo bene quanto Sara godesse degli uomini che
si davano il turno nel suo letto. Sapevo per di pi che
non era una donna fatale e che non si vantava delle sue
conquiste. Perch non lasciarla in pace, dunque?
Ma li hai mai guardati quelli l? mi diceva Berta. Se li cerca sempre tutti uguali, sembrano fatti con lo
stampino, tutti senza un soldo e senza un'idea in testa,
degli incapaci che non combineranno mai nulla e non
sanno prendersi un impegno.
Poteva essere vero, ma non lo era. Non tutti erano cos. C'era stato Andy, l'inglese venuto per una ricerca
oceanografica che Sara aveva conosciuto in un bar. Mi
piacque non appena lo vidi, aveva classe ed era un uomo speciale. E poi non assomigliava fisicamente agli altri. Gli uomini che Sara preferiva erano in genere
molto maschili, bruni e atletici. Andy invece era biondo, alto e magro, dinoccolato e infantile. Lo trovavo divertente, un po' pi vecchio di noi, pi equilibrato,
gentile e affabile.
Guardava Sara come chi ha trovato un gioiello. I capelli neri e gli occhi di giada della mia amica dovevano
sembrargli la cosa pi esotica che avesse mai visto. Se
la guardava istupidito. Era un uomo intelligente e
sensibile, non uno di quegli animali senza emozioni con
cui lei usciva di solito. Parlava uno spagnolo accettabile
e conosceva la poesia di Quevedo, di Lorca, il teatro di
Vallencln.
Nel periodo in cui Sara stava con lui, andavo pi
spesso a trovarla. Chiacchieravamo. Andy mi parlava
del suo lavoro, mi spiegava tante cose sui pesci, la flora marina, le catene alimentari. Collaborava con l'universit, e quel che faceva non sembrava noioso, ma
stimolante e pieno di creativit.
Come mi stavo rendendo conto a poco a poco, Andy si
innamor di Sara. Era cotto, pazzo di lei, preso da morire. Bastava guardarlo per accorgersene. Appena usciva dal laboratorio correva da lei. Le portava dei regali,
la viziava. Faceva perfino le pulizie e riempiva la lavatrice. Sara sembrava non accorgersi neppure di tante attenzioni, ma se ne accorgeva, eccome. Al punto che un
giorno mi confid di sentirsi soffocata dall'inglese.
E' pesante. Non so cosa pensare. Ha cominciato a domandarmi quali progetti ho per il futuro. Vorrebbe che
andassi a vivere a Londra con lui.
E tu?
Io, cosa?
Ci andresti?
Si strinse nelle spalle e fece una smorfia sardonica, forse cinica. Mi parve che volesse assumere un'aria falsamente ingenua.
Non ho neanche pensato a questa possibilit.
E' innamorato di te.
Lo so, ma cosa vuoi che faccia? Non ha il minimo
senso che io lasci tutto quanto per andare a Londra.
E se lui rimanesse qui?
Ma cosa dici? Non so nemmeno quanto durer questa storia. Perch pensare al futuro?
In quel momento ebbi una specie di premonizione di quel
che poteva succedere nella vita di Sara, e commisi l'errore
enorme di darle un consiglio. Fu un piccolo consiglio
da nulla, ma Sara lo prese come un'offesa personale.
Che io rimanga con Andy per tutta la vita? Ma sei
matta? Da dove la tiri fuori quest'idea? Non so perch
diavolo dovrei mettermi in testa una simile assurdit. E
i miei studi all'universit, e...? Dai, non dire fesserie!
Non disse mai: non lo amo, per la semplice ragione
che non era mai stata sfiorata dall'idea di innamorarsi,
n di lui n di nessun altro. Questa era la sua forza, il
suo talismano, la sua blindatura stagna, e tutti noi,
perfino io, quella volta, insistevamo come se fossimo i
suoi peggiori nemici affinch scoprisse il suo tallone
d'Achille.
Andy, che non per nulla era britannico, e che come
ogni buon cittadino britannico era capace di agire con
tutta la forza di una passionalit a lungo inibita, fin
per diventare davvero soffocante. La perseguitava, le
muoveva rimproveri dolorosi, la accusava di essere
insensibile, disumana, vedeva rivali e infedelt dappertutto. Si innamor fino al midollo, un midollo inglese tutt'altro che fatalista, convinto che a forza di insistenza avrebbe potuto piegare la volont della mia
amica.
Una delle particolarit di Sara era che lei non si sentiva
affatto lusingata all'idea di poter suscitare un amore di
quelli anteguerra. Al contrario, viveva la situazione come una grandissima seccatura, una contrariet, un
imprevisto che non aveva calcolato e al quale non sapeva come sottrarsi. Scappava di casa. Pass qualche
notte a casa mia, dove si presentava cos com'era,
senza neanche portarsi un pigiama.
Dovresti parlargli.
E inutile. L'unica cosa che riesce a dire  che mi
ama.
E tu gli hai detto che non lo ami?
Non c' bisogno di essere una lince per capirlo. Gli
ho detto tutto quel che mi  venuto in mente, che ho
intenzione di andare a stare in un kibbutz dopo la
laurea, che ho un trauma infantile e non mi posso
sposare.
Scoppiai a ridere. Come tante altre volte quando parlavo con lei, questo era il finale: matte risate. Mi sbalordiva la sua incapacit di capire le norme che regolano i rapporti fra le persone. Aveva i propri parametri, ma nessuno sapeva quali fossero. Nulla a che vedere con i valori morali, ideologici o esistenziali condivisi da tutti. Sara era viva, e oggi ho la sensazione
che, di tutti noi, fosse la sola a esserlo davvero.
La storia di Andy fin, naturalmente, e male. L'insieme assunse un'aria da farsa tragica con risvolti da
teatro dell'assurdo. Una sera, probabilmente perch
non ne poteva pi, Sara organizz una festa a casa sua.
Non seppi mai chi fossero gli invitati, ma posso immaginarmelo: un campionario della fauna marginale
che lei frequentava. Il fatto  che quando Andy rientr tardi dal lavoro, trov la porta chiusa da dentro.
Suon il campanello venti volte, e nessuno gli rispose.
Sul pianerottolo giungeva il chiasso di notevoli bagordi
e lui, esasperato, cominci a prendere a pugni la porta. I vicini uscirono a protestare, lo fecero smettere.
And in un bar. Bevve come un cosacco dopo una
battaglia vinta, ma con l'animo del perdente. Di tanto in tanto tornava in strada e guardava le finestre di
Sara, sempre pi sbronzo, sempre pi convinto che
quella fosse la fine.
Alle tre del mattino, con lo stato d'animo cupo e un
tantino infantile che  tipico degli anglosassoni quando eccedono nell'alcol, si piazz in mezzo alla strada e
si mise a urlare, a lanciare oggetti contro i vetri. Era
fuori di s, feroce come un leone ferito, come un toro
che carica senza capire perch gli facciano del male. Allora, e fu lui stesso a raccontarmelo, senza sottrarre
drammaticit ma nemmeno comicit alla cosa, la finestra si apr e qualcosa cadde sull'asfalto.
Era un pollo, un pollo intero e spennato che io stesso avevo comprato per la cena. Mi avvicinai e lo raccolsi. Era uguale a me, esattamente uguale a me, nudo,
freddo, ridicolo in mezzo alla strada. Sbattendo a terra aveva fatto un rumore particolarissimo, come la
testa di un suicida.
Se non mi vennero i brividi a sentire quella storia fu perch eravamo molto giovani e godevamo ancora di un'insensibilit protettiva, ma adesso mi sembra tremendo.
Un pollo che vola dalla finestra e finisce in strada alle tre
del mattino. Perch? Se Andy l'aveva comprato per la
cena, allora era come dire: guarda cosa ne faccio della tua
benedetta organizzazione, delle tue virt domestiche, del
tuo ordine, dei tuoi progetti matrimoniali, tienteli per te.
Forse la lettura simbolica dell'inglese era giusta, e quel
ridicolo pollo, che ritrovava la sua condizione di cadavere
e non di cibo, una volta strappato al contesto, era proprio lui: magro, indifeso, spennato. Non lo so, conoscendo Sara,  pi probabile che lei non c'entrasse per
nulla con la defenestrazione del pollo. Mi pare verosimile, piuttosto, che qualcuno dei suoi indesiderabili
amici, oltrepassati i limiti nel bere e nel fumare, avesse
aperto il frigo in cerca di un'arma da lancio senza pensarci troppo su. Non c'era nessun simbolo da leggere, e
dubito fortemente che fosse stata Sara a lanciare il volatile morto dalla finestra.
In seguito a questo spiacevole incidente, Andy cap che
doveva andarsene, rinunciare alle sue intenzioni, dimenticare tutta la faccenda. E cos fece, senza addii
spettacolari n frasi altisonanti, senza scenate di rancore. Quel pollo crudo in mezzo alla strada deserta era
stato una spiegazione pi che sufficiente.
Ignoro se Berta avesse rimproverato a Sara il suo
comportamento con Andy, ma credo di no. Andy non
le piaceva granch, e poi in quel periodo lei non era ancora pienamente entrata nel ruolo di consigliera. Era
troppo impegnata a viversi la sua storia, a pianificare il
suo futuro e ad affrontare le sue difficolt. Non aveva
tempo per gli altri come poi ne ebbe dopo.
Penso a Gabriel, addormentato al piano di sotto.
Non sta lavorando molto oggi. Non gli  mai piaciuto lavorare. Malgrado la donna meravigliosa che
ora ha accanto, credo pesi su di lui una lieve stanchezza del vivere. Questo non vuol dire che stia attraversando un momento doloroso. C' gente che
sfugge alla stanchezza aggrappandosi al quotidiano, senza porsi domande. Vanno a fare un giretto
quando escono dal lavoro, prendono un caff, non
guardano avanti n indietro. Vivono tranquilli, senza particolari angosce.
Gabriel  sempre stato un sostenitore del quotidiano,
anche quando la mentalit generale propendeva per le
grandi decisioni, le prese di coscienza e le rinunce. A
quel tempo ciascuno di noi impar qualcosa per prepararsi a vivere in un mondo che poi, nei fatti, non si rivel come lo credevamo. Io imparai a lavorare, in qualunque circostanza. Me lo insegn il mio professore di
letteratura. Anche se i tempi erano duri, dominati dalla politica e dalle rivendicazioni, non si poteva smettere
di lavorare. I grandi uomini avevano lavorato perfino in
carcere, perfino sotto il peso di domande filosofiche
schiaccianti. La difficolt stava nel coniugare la vita
quotidiana con i grandi ideali, con la lotta e la rivoluzione. La vita quotidiana  sempre un problema, un muro contro cui vanno a sbattere anche gli uccelli dal
volo pi sublime. Non riesco a ricordare molto della mia
vita quotidiana ai tempi dell'universit, ma so che lavoravo, che mi chiudevo in biblioteca, che leggevo
pi libri di quelli necessari per superare un esame. Mi
comportavo bene. Eppure, non avevo la sensazione di
vivere in un'oasi di pace intellettuale. Di tanto in tanto avrei avuto bisogno di sedermi in un chiostro di
Cambridge, in silenzio, e sentir pesare su di me la tradizione di migliaia di menti dedite allo studio. Ma
quelli erano tempi impetuosi e violenti. Se per tutti noi
c' un'et dell'oro, quella fu l'et dell'oro di Sara, il che
 tremendo, perch pi tardi ci  stato insegnato che
quella fu un'epoca sterile e che nulla di quel che sognavamo sarebbe diventato realt. E tuttavia furono
tempi concreti e reali, nei quali tutto quel che succedeva
era tinto di idee e di ragioni e si aveva l'impressione di
andare da qualche parte, anche se cos non era.
Poi venne la decadenza.
Senza dubbio, se Sara permetteva a Berta, a Ramona e
perfino a me di esprimere pareri sulla sua vita era perch
non voleva perdere la nostra amicizia. Per lei, la nostra
amicizia era importante. In fondo eravamo i suoi punti
di riferimento femminili, qualcuno a cui guardare e a cui
dimostrare che non tutto nella sua mente era disordine.
Avevamo personalit molto diverse, noi tre, ed era diverso anche il nostro atteggiamento nei confronti di Sara. Io rinunciai a dirle quel che pensavo, mentre Ramona
fin per dirglielo, quel che pensava lei, mossa unicamente
da interesse professionale. Berta fu la sola a credere, dal
profondo del cuore, di doverle dare dei consigli. E vero
che i rapporti fra loro erano qualcosa di pi di una
sporadica frequentazione. Berta si prendeva cura di
lei, correva a casa sua quando non stava bene, le prestava dei libri e si ricordava sempre di domandarle come
le andassero gli esami. Si interessava alla sua vita. Devo
riconoscere che Sara per me rimaneva una curiosit
antropologica. Le volevo bene, certo, ma non avrei
mai accettato di coinvolgerla nella mia esistenza, di lasciarmi inghiottire dalla sua anarchia. Come si suol dire,
ne avevo gi abbastanza dei miei problemi, dei miei dubbi, dei miei tentativi di scrivere qualcosa di accettabile,
del mio rapporto intenso ma civile con Pedro. Di nuovo,
la quotidianit si rivelava come il vero ostacolo da superare affinch le vicende della vita si compenetrassero,
si armonizzassero, assumessero un andamento liscio e regolare, una coerenza.
Com'erano diventate amiche Sara e Berta? Non lo so.
Gli opposti si attraggono, immagino, si cercano, si
toccano. La vita scandalosa della prima esercitava senza dubbio una profonda fascinazione sulla seconda. Ma
tutti noi eravamo affascinati da Sara, le donne soprattutto. Gli uomini avevano paura di lei, credo, i
compagni dell'universit, i ragazzi seri e normali che
appartenevano al nostro ambiente. Per questo lei andava in cerca di tipi un po' fuori di testa per scopare.
Perch Sara non aveva amici maschi, dei veri amici, voglio dire? Vi era in lei qualcosa dell'Eva primigenia che
suscitava diffidenza negli uomini. Nei rapporti fra i sessi  necessaria una chiara comprensione del gioco delle parti. Non c' modo di intendersi, di funzionare nelle diverse situazioni, se non si capiscono le mosse dell'altro. Quando manca questa comprensione c' sempre
qualcosa che stride. E il gioco di Sara non era mai
esplicito, nessuno sapeva mai con certezza cosa volesse. Lei non forniva indizi sulle regole che seguiva.
I miei amici la fuggivano come la peste. Perfino il grande
Arturo, simpatico, scafato, un tipo che nessuno avrebbe
mai potuto considerare convenzionale, amato dalle ragazze
ma senza fama di donnaiolo, me lo diceva:
Non so cosa pensare. Con lei hai sempre l'impressione di mettere il piede in fallo, non sai dove
stia andando, quindi non sai nemmeno dove stai
andando tu.
Immagino che smitizzare il membro virile come faceva
Sara, o forse considerarlo come un'entit a s stante,
non necessariamente legata al suo portatore, spiazzasse molto gli uomini. Ramona tracci una diagnosi diversa del problema molto tempo dopo. Secondo lei, Sara non si amava, quindi le era impossibile amare gli altri, e questo si vedeva a prima vista. Io penso invece
che si attribuisca eccessiva importanza all'amore. All'amore di s, poi. Noi apparteniamo a una generazione che non si ama per nulla, perch ne  stato dichiarato il totale fallimento. Che importanza poteva avere,
allora, che Sara si amasse o non si amasse? La realt
era che lei non pensava a se stessa, non aveva consapevolezza dell'immagine che dava di s, non si autoesplorava alla ricerca di genialit o virt nascoste, e questo mi pare sommamente desiderabile in un essere
umano, una perfezione rara.
Credo che la storia di Sara sia stata una tragedia, lo
credo fermamente, e questo  poco comune. Noi donne tendiamo a mettere insieme delle tragedie sommando le contrariet di tutta una vita.
La mancanza di attitudine all'amore avrebbe potuto costituire un vantaggio per Sara, e invece non fu cos. Io
avrei voluto essere come lei, essere capace di non mettere
me stessa in ogni relazione. Pensavo, e forse continuo a
pensare, che la facilit con cui noi donne crediamo nel
grande amore sia uno svantaggio gravissimo in molti
casi, e una stupidaggine in generale. Ma per praticare il
disamore consapevole, con tutte le conseguenze, bisogna
tenere gli occhi bene aperti e non lasciarsi influenzare
mai, resistere come gatte selvatiche, non dare ascolto,
guardare altrove, disdegnare i modelli precostituiti.
Sono convinta che nemmeno Ramona fosse dotata
per l'amore, solo che lei vi aspirava, e questo l'ha salvata. E Berta, Berta possedeva qualche grammo di
questa capacit? Sotto la sua apparenza di agente di
una multinazionale dell'amore, di donna capace di
amare il mondo intero, disposta a innamorarsi senza riserve, in realt, ne sono sempre stata convinta, lei
mentiva, mente ancora oggi. E io? Io ce l'ho la capacit di amare? Quale donna ce l'ha? L'amore  troppo
mescolato con la vita di una donna perch si possa distinguere il minerale puro. A volte penso che per amare davvero sia necessario essere uomini.
Ramona mi ha telefonato qualche giorno fa. Era molto colpita dal suicidio di Sara. Eppure, ci ha tenuto in
modo particolare a dirmi che da molto tempo Sara non
andava pi dallo psichiatra.
Era guarita?
Nel caso di una patologia di tipo emotivo  difficile
dirlo. Stava meglio, questo s. Da cinque anni non era
pi in terapia. Non l'avevo pi sentita lamentarsi.
Sembrava aver trovato gli appigli necessari per andare
avanti.
Abbiamo deciso di vederci per prendere un t e fare
due chiacchiere. La morte di Sara ha il potere di rimettere insieme le vecchie amicizie. Erano anni che
non vedevo Ramona. Mi aveva molto sorpresa la sua
trasformazione fisica il giorno del funerale. Era molto
appesantita. Eppure,  riuscita a schivare abbastanza
bene l'aspetto matronale, da signora benpensante inserita con successo nella societ. Senza traccia di truc-
co e con i capelli bianchissimi, sembra una scienziata,
una di quelle etologhe che si isolano dal mondo per an-
dare a studiare le scimmie in Africa o in America del
Sud. Ma i suoi occhi non riflettono l'innocenza di
una vita naturale accanto a creature selvagge, ha visto
troppe cose, si  sporcata di umanit.
Ai tempi in cui studiava psicologia riusciva sempre a in-
curiosirci. Arrivava carica di test al bar della facolt di
giurisprudenza dove avevamo l'abitudine di trovarci. Ci
passava i questionari e noi rispondevamo, in un ilare
esercizio di introspezione. I risultati erano strepitosi, tut-
ti uscivamo da quell'esperienza insigniti di qualche pa-
tologia grave: fobie, nevrosi ossessive, psicosi... Una vol-
ta ci mostr le enigmatiche macchie di Rorscharch. Mi
mise sotto gli occhi la tavola numero due e mi do-
mand: "Cosa ti suggerisce?". "Un animale investito da
un camion" risposi. Ramona si mise a ridere. "Rappre-
senta la figura paterna" fu il suo commento. La cosa mi
preoccup molto e volli saperne di pi, ma Ramona non
rispondeva mai a tono alle domande.
Perch ridi?
Non hai detto la solita cosa.
E qual  la solita cosa?
Non so, quasi tutti dicono che la macchia assomiglia a una pelle di animale.
E cosa significa che io l'animale lo veda investito da un camion?
Stai scherzando? Cosa posso saperne io? C' gente che dedica la vita intera all'interpretazione del test di Rorscharch. Ci sono specialisti che non fanno altro.
Come vuoi che io possa provarci?
Non mi aveva affatto tranquillizzata, ma fu impossibile smuoverla di l. Anche molti anni dopo, quando entr di diritto nel mondo della psicoanalisi, avrebbe mantenuto questo atteggiamento: suscitare la curiosit dell'interlocutore e poi starsene zitta. Ma con la psioanalisi pura e dura, gli scherzi finirono. Non si scherza con la religione.
All'appuntamento si  presentata con un quarto d'ora
di ritardo. Stavo gi pensando che se ne fosse dimen-
ticata; ma alla fine  comparsa, nervosa e trafelata,
chiedendo scusa. Aveva avuto un incidente nel suo stu-
dio. Uno dei pazienti, un bambino, aveva chiesto di an-
dare in bagno, durante la seduta. C'era rimasto un bel
po' e, quando lei era andata a chiamarlo, non aveva vo-
luto saperne di venir fuori. Solo dopo una lunga atte-
sa e una lunga trattativa attraverso la porta chiusa, ave-
va acconsentito a uscire.
Aveva defecato e raccolto il contenuto del water con
le mani. L'aveva spalmato dappertutto, sulle piastrel-
le, sullo specchio, sui vetri della finestra. Mio Dio, c'e-
ra merda ovunque! Ho lasciato la donna di servizio a
pulire, non potevo farti aspettare oltre.
Rideva, con la solita noncuranza di quando raccontava
questo tipo di episodi sconvolgenti per i profani. Ma io
ero decisa a non farle domande. Basta, non sarebbe pi
riuscita a scuotermi, ne avevo gi sentite troppe di sto-
rie fecali, di fantasie sessuali dei suoi pazienti. Ero gi
stata testimone della sua equanimit, del suo porsi al di
sopra del bene e del male, del suo mettersi sempre al ri-
paro da ogni tortuosit, da ogni vizio, da ogni follia.
Ho sorriso.
A parte questo inconveniente, tutto bene?
Be', lo sai com' la mia vita: lavoro, lavoro, lavoro.
Tutto bene.
Non si era sposata, n aveva mai avuto una storia
durevole con nessuno. Questo l'aveva fatta soffrire, ma
ora non gliene importava pi.
Hai parlato con Adrian?
E' venuto a trovarmi un paio di giorni fa.
Ne ha sofferto molto?
Cos ha detto.
E tu non gli credi?
Non lo so, Ramona, davvero.
Mi ha guardata con occhi maliziosi, ma io dicevo sul se-
rio. Mi pareva che l'atteggiamento del marito di Sara si
dovesse a una chiarissima sindrome di Ted Hughes.
Chi pu avere una buona opinione del marito o dell'ex
marito di una suicida? Tutti i sospetti sulle cause di squi-
librio e di infelicit della moglie ricadono su di lui.
Dev'essere difficile affrontare gli altri dopo una cosa si-
mile. Se tenti di dare delle spiegazioni passi per colpe-
vole. Se ti mostri rassegnato puoi sembrare insensibile.
Non resta altra via che la manifestazione del dolore. An-
che se nel caso di Sara e Adrian, le manifestazioni di do-
lore, che implicano una certa dose di sorpresa, non po-
tevano apparire verosimili. Si erano sposati, si erano se-
parati, come tanti altri. Poteva essere stata una sorpre-
sa per Adrian che Sara si fosse uccisa? Era stata una sor-
presa per gli altri? Ramona aveva le idee chiare su que-
sto punto, e me le ha esposte mentre soffiava tranquil-
lamente sulla sua tazza di t bollente.
Da quando aveva finito la terapia la vedevo molto di
rado. In cinque anni ne succedono cose, ma sai, io ten-
do a pensare che non sia successo nulla di speciale. Sa-
ra era fatta cos, era nella sua natura la possibilit
del suicidio, pu darsi che la tentazione si allontanas-
se da lei in certi periodi della vita, ma alla fine non ha
saputo lottare contro questa via d'uscita. Non sapeva
perch dovesse vivere, questo  il fatto.
Anche questa volta, pur avendo fermamente deciso di
non intervenire pi sull'argomento, ho dovuto mor-
dermi la lingua per non rispondere. Ramona  andata
avanti tranquillamente:
Credo che il povero Adrian si sia trovato in questo
pasticcio senza avere la minima idea che le cose an-
dassero cos male. E poi, andavano proprio cos male?
Loro due conducevano una vita molto stabile, molto
tranquilla, il tipo di vita che sarebbe bastato a chiun-
que per essere felice, o per tirare avanti senza proble-
mi. Ma tu lo sai meglio di me, Sara riusciva a rovina-
re tutto quello che aveva, non dava valore alle cose,
non sapeva fare i conti con la realt. Forse un bel
giorno si  alzata, si  preparata il caff, si  guardata
allo specchio e si  detta, perch non farla finita? Po-
teva essere quel giorno come un altro.
Ha sorbito il suo t con gusto. Ha ordinato una pasta
e si  messa a divorarla avidamente. Credo sia cos gras-
sa perch mangia molto. Si  liberata dalla tirannia del-
l'estetica, dalla necessit di piacere. Nemmeno lei era
realista, non lo  mai stata, a questo si deve il suo fal-
limento con gli uomini. Ai tempi dell'universit si in-
namorava sempre dei pi belli, dei pi brillanti. Un
poeta di Gandia che, secondo lei, assomigliava a Omar
Sharif. Un ragazzo che era il numero uno in lingue clas-
siche, e che per di pi era alto e atletico. Solo che, con
loro, una come lei non aveva la minima possibilit, era-
no gli idoli della facolt, universalmente desiderati
sotto tutti i punti di vista. E lei? Lei non era neanche
mediamente carina, una piccoletta dalla faccia comune,
che praticava troppi sport violenti e aveva le gambe di
un gladiatore. E questo fare i conti con la realt? Ra-
mona ignorava perfino le regole fondamentali del mer-
cato amoroso.
Anni dopo, quando ormai era entrata nel mondo della
psicanalisi, il suo modo di procedere non era cambiato.
Allora l'uomo ideale per lei si riduceva a una sintesi
teorica che riuniva in s tutti i parametri della corret-
tezza sociale: buono, educato, di bell'aspetto, lavora-
tore, di livello intellettuale elevato, brillante nella car-
riera e affettuoso con i bambini. Questo  essere rea-
listi? Mio Dio, lei non aveva la minima possibilit di
aspirare a un uomo simile! Perch non si decideva
una buona volta ad abbassare i suoi standard?
Stavolta non ho detto nulla. Avevo deciso di non dire
pi una parola sulla storia di Sara a coloro che ne
erano stati gli attori. Avrei scritto loro una lettera.
Quella lettera sarebbe servita a rompere definitiva-
mente i rapporti, visto che dopo averla letta nessuno
avrebbe pi voluto avere a che fare con me.
Ora sembrava che tutti volessimo rivederci dopo la
morte di Sara per mettere bene in chiaro che non
c'entravamo nulla con il suo suicidio. Uno scaricabarile
generale. La colpa era tutta di Sara, che non per nulla
era morta, e non poteva parlare n difendersi come del
resto non aveva mai fatto da viva.
Gabriel mi sta chiamando dal piano di sotto. Si 
svegliato e se ne va, vuole salutarmi. Gli domando dei
quadri che ha visto nel video, ma non sa neanche di co-
sa stia parlando. Ci mette un po' a raccapezzarsi. Alla
fine si riscuote:
Bah, niente dell'altro mondo! Ormai ai giovani artisti
non resta molta strada da fare.
E' gi tutto fatto?
Quasi. Tutto quel che possiamo capire noi.
Mi guarda con aria stanca, non l'aria di chi ha gi visto
tutto, ma di chi  triste e sperduto, di chi  finito in
un'epoca a lui estranea. Probabilmente rimarrebbe a ce-
na se lo invitassi, ma oggi non me la sento proprio, pre-
ferisco che se ne vada. Non posso fare a meno di pro-
vare un po' di piet per lui, vedendolo uscire cos, con
quell'aria da bambino prematuramente invecchiato.
Era cos nichilista, cos strampalato, da ragazzo, che ve-
derlo ora nella parte dell'uomo di mezz'et dignitoso ed
esausto mi fa una certa impressione. E se tutti noi, gli
allegri ragazzi di allora, fossimo diventati cos? E se ba-
stasse vederci per riconoscere le mille battaglie che ab-
biamo sordidamente combattuto, senza grandezza,
senza gloria? Gabriel collezionava foto pornografiche
di grandi gruppi in azione. Meduse di corpi maschili e
femminili intrecciati. Portava in aula le sue ultime
acquisizioni e le mostrava a tutti. Gli piaceva provo-
care. Riusciva ancora a scandalizzare qualcuno, una o
due ragazze che studiavano con la ferma intenzione di
diventare un giorno insegnanti di liceo, poco di pi.
Nella vita di Sara le cose cominciarono a complicarsi in
seguito al "gran baccanale". Fu l che il ridotto con-
trollo da lei esercitato sulle proprie attivit le sfugg do-
lorosamente di mano.
Sara era un'adoratrice del membro virile. Le sue de-
scrizioni di scroti paonazzi sul punto di esplodere in un
fiume di seme, di glandi levigati e specchianti come il
vetro, di ogni tipo di armamento in stato d'allerta, mi
erano sempre parse un prodigio di sensibilit. Se fosse
stata dotata per la poesia, forse il corpo dell'uomo
avrebbe finalmente trovato la sua perfetta espressione.
Eppure, in tutta quell'esaltazione teorica, e in tutti i
suoi successivi e disordinati incontri amorosi, non vi
era mai stato vero desiderio di trasgredire, di andare al
di l del consentito. Non si sarebbe mai potuto parla-
re di perversione, nel suo caso. Almeno, non mi risul-
tava che Sara avesse mai partecipato ad alcun numero
speciale, n che i suoi gusti sessuali propendessero
per i piaceri pi proibiti e nascosti.
Sapevo che a volte si tenevano a casa sua certe feste
improvvisate che trascendevano un po', durante le
quali giravano alcol e marijuana a profusione. Dovette
essere una festa di questo tipo a convincere Andy che
l'amore di quella donna non era per lui. Sara mi dice-
va che quelle serate finivano in genere con le coppie
pi impensate sui letti e negli angoli. Lo facevi con la
persona che ti capitava a tiro e non succedeva nulla di
male, tutto si svolgeva in un'atmosfera amichevole e
cordiale, secondo gli usi pi civilizzati.
Ma probabilmente, nel corso del "gran baccanale"
successe qualcosa che la turb. Non me lo spieg chia-
ramente. Secondo il suo racconto, uno degli ospiti, a
me sconosciuto, aveva portato dell'erba buonissima ac-
quistata durante un viaggio in Marocco. Era stata
preparata una cena a base di pollo e spaghetti. Si era
bevuto in abbondanza e, alla fine, si era fumato. Sara
descrisse quella marijuana come la sola vera erba che
avesse mai provato. Aveva un forte odore di rosmari-
no e, bruciando, ti entrava subito nel flusso sanguigno
come un'iniezione. Lei in quel momento non aveva un
compagno fisso, quindi si lanci nella copulazione in-
discriminata non appena le fu possibile. Le porte del-
le camere si aprivano e si chiudevano in un libero an-
dirivieni di coabitazione universale.
Mi assicur che credeva di essere stata con tre ragazzi
diversi, ma non tutti insieme, uno per volta. Si ricor-
dava distesa bocconi sul sof del soggiorno con un
amante inserito da dietro nella vagina. Si ricordava di
essere entrata in una stanza e di non essere neanche
riuscita ad arrivare al letto a causa di un attacco furi-
bondo. Riguardo a quei due assalti aveva chiaro in
mente il nome e la personalit dell'avversario. Il pro-
blema si presentava col terzo. S, aveva pi o meno
un'idea del momento, del luogo e della modalit: era
stata l'ultima scopata della notte, nel suo letto, e nel-
la pi tradizionale delle posizioni. Molto soddisfacen-
te, questo s, di un ardore insolito in una notte di ba-
gordi e promiscuit come quella. Eppure, non sapeva
con chi l'avesse fatto.
Be', non vedo il problema, puoi domandarlo a qual-
cuno.
Glielo dissi, minimizzando una questione che non mi pa-
reva determinante, dato il livello generale della festa. Ma
mi sbagliavo, non era questo il punto. In qualche modo
quell'episodio aveva toccato il nervo della moralit di Sa-
ra, che se ne stava nascosto da qualche parte nella sua
ampia anatomia spirituale, sotto un mucchio di strati
protettivi. Essere andata a letto con qualcuno e non ri-
cordarsi nemmeno con chi, la metteva a disagio, smuo-
veva qualcosa dentro di lei. Non le era mai successa una
cosa simile e, in un dato apparentemente irrilevante, co-
me l'identit di un solo amante, dopo essersi data ad al-
tri nel corso di un baccanale, aveva scoperto una fron-
tiera. In tutti noi esiste un punto nel quale l'influenza
dell'ambiente, dell'educazione, o l'immanenza dei prin-
cipi morali, viene alla luce. Avevo sempre creduto che
Sara avesse la speciale capacit di tenersi al riparo da tut-
ti i condizionamenti. Pensavo che discendesse dalla
scimmia in linea pi diretta di chiunque altro dei miei
amici, che fosse libera dalle zavorre della civilt che ci
schiacciano a terra e ci fanno soffrire.
Mi ero sbagliata. Fu quello il momento in cui ebbe ini-
zio il declino di quella splendida donna? Forse s,
forse non  il caso di attribuire il suo lento scivolare
verso il basso al matrimonio, al trattamento psicanali-
tico, a uno qualunque dei fatti infamanti che si avvi-
cendarono pi tardi. Peccato, con l'andare del tempo
sarebbe potuta diventare una di quelle vecchie signore
un po' matte ma felici che parlano al cane e si danno
all'alcol. Ma lei si abitu al declino, che non  un'e-
voluzione ma un destino.
La terza scopata, quella terza scopata con un compa-
gno nebuloso, fu quella che la rovin. Perch? Non sa-
pr mai quale immagine affior nella sua mente, qua-
li pericoli le si prefigurarono. Si vide appena sveglia in
un albergo sordido accanto a un uomo che non ricor-
dava di aver mai conosciuto? Fu questo che la spa-
vent? La possibilit di cadere cos in basso? In ogni
caso, a partire da quella festa tumultuosa, gli allegri
falli in erezione oggetto del suo piacere si trasforma-
rono in elementi sospetti.
Naturalmente, quel primo passo verso la moralit come
insicurezza personale spinse Sara a commettere qualche
errore. Uno dei pi gravi fu rimanere incinta.
Lo disse a me e a Ramona. Il test aveva dato esito po-
sitivo. Ramona and su tutte le furie. Come aveva po-
tuto fare una sciocchezza simile, proprio lei, la paladina
dell'amore libero, scopatrice quasi olimpionica? Ra-
mona aveva ragione. Mi unii alla lavata di capo atte-
nendomi al mio stile, pi razionale e spassionato.
Com'era potuto succedere, a una che prendeva la pil-
lola da sempre? Con tutte le precauzioni che poteva
usare, che tutte noi usavamo?
Mi avevano detto che faceva male prendere la pillola
per tanto tempo di seguito e ho voluto interrompere
per un mese. Poi mi sono dimenticata che ero in pau-
sa terapeutica.
Pausa terapeutica! Ma da dove l'hai tirata fuori
questa, da un manuale di medicina per dilettanti?
Dai consigli di Marie-Ctaire?
Ramona gridava come un'ossessa, e io non potevo fa-
re a meno di pensare che aveva ragione. Quella gravi-
danza era la cosa pi assurda che potesse succedere al-
la nostra amica, e lei, lei sola ne aveva la colpa. Ra-
mona continuava a gridare:
Ce l'hai la minima idea di chi sia il padre?
S, per fa lo stesso, io non lo tengo.
Ma certo che non lo tieni! Ci mancherebbe altro. Te
lo domandavo solo per capire se puoi fargli pagare
l'aborto.
E allora Sara fece una cosa che mi lasci perplessa: si
mise a piangere. Non mi era mai passato per la mente
che un giorno l'avrei vista piangere. Qualunque altra
reazione sarebbe stata meno inquietante per me. Non
ero preparata alle lacrime di Sara. Furono una delu-
sione. Avrei voluto schiaffeggiarla, lanciarmi su di lei
e scuoterla. Per fortuna si ricompose subito e, pi
nel suo stile, cominci a difendersi dagli attacchi ver-
bali di Ramona con alte grida. Ormai strillavano tutte
e due senza misura, accanite in una lotta stupida che
non portava a nulla. Io rimasi zitta ad osservare.
Quando riuscirono a calmarsi abbastanza da poter ri-
flettere, cercammo una soluzione. Ramona ebbe l'idea
di telefonare a Berta. Mentirei se dicessi che io non ci
avrei pensato. Berta aveva fama di donna pratica,
esperta della vita, capace di prendere iniziative. Ra-
mona non era che una ragazza studiosa e simpatica che
non aveva mai abbandonato il nido dei genitori, e io
passavo per un'intellettuale persa fra i libri. Berta no,
Berta era il solo punto di riferimento valido su cui po-
ter contare. Lei s che era una donna. Faceva parte del-
l'universo femminile, del sacro magma.
Quando arriv, capimmo subito che non ci eravamo
sbagliate. Serena, Berta ascolt, medit e non mosse al-
cun rimprovero a Sara. Anzi, la consol, le diede co-
raggio e fu d'accordo sul fatto che doveva abortire. Poi
fece una cosa che per me fu un evento storico di im-
portanza capitale. La prese per un braccio e, con voce
ferma e piena di tenerezza, le disse: "Non ti preoccu-
pare, un giorno sarai madre, quando verr il momento.
Vedrai".
Io ebbi un brivido. In quelle parole aleggiava una mi-
stica che mi era estranea, uno spirito solidale e tra-
scendente, l'affermazione di un destino comune e su-
periore. Allora non seppi individuarne il motivo, ma
quella frase non mi piacque, era untuosa, sentimenta-
le, machiavellica. Ora mi rendo conto che in quel mo-
mento, successivo alle lacrime, Sara entr nel mondo
uterino e divoratore dal quale non sarebbe uscita mai
pi, condotta per mano da quella sacerdotessa femmi-
nile che le restituiva momentaneamente il sorriso.






Pensieri su Berta.

So che tutto ti va sempre bene, che sei una donna si-
cura di s e una madre perfetta. Hai due figli tuoi dal
primo matrimonio, e figli altrui dal secondo matri-
monio. Sei anche una matrigna perfetta. E una madre
adottiva perfetta. Adotti bambine cinesi e bambini rus-
si, pargoli provenienti da gravi conflitti internazio-
nali. Ti ammiro per questo. Sei una madre pioniera del
selvaggio west. E' assolutamente encomiabile che tu te
la sappia cavare con tanti bambini tutti insieme senza
trascurare il tuo lavoro n i tuoi impegni intellettuali.
Avevi ragione, la maternit  molto importante, uno
stato di candore, di gioia e di fiducia nel futuro per tut-
te le ventiquattro ore del giorno, e per la vita intera.
Una grande conferma per la specie umana. E' come un
miracolo, una testa pelata o coperta di peluria che, al-
l'improvviso, ti compare fra le gambe. Pi tardi prepari
minestrine e maccheroni alla testa, gi parlante, che li
inghiotte. Poi iscrivi quella testa a una buona scuola do-
ve possa imparare l'inglese, a usare un computer e a di-
stinguere uno stile pittorico dall'altro. Molto stimo-
lante.
Sei sempre stata coraggiosa. E se salta fuori che una
delle bambine cinesi ha un soffio al cuore? E se uno
dei bambini russi diventa un bolscevico nullafacente e
simpatizzante di Beppe Stalin? Pu succedere qualsiasi
cosa quando adotti figli altrui, quando sposi un uomo
che ha gi dei figli, perfino quando partorisci secondo
natura. Ma tu non ti sei mai tirata indietro: bambine
cinesi, gemelli neri, marmocchi pellerossa, orsacchiot-
ti polari travestiti da bambini... qualunque cosa pur di
vivere intensamente la maternit.
Ma la maternit  difficile. Guarda le donne che cor-
rono dall'ufficio a casa, malate di sensi di colpa. I figli
piccoli tornati dall'asilo esercitano su di loro tutto il
rancore accumulato per l'abbandono in una piccola
organizzazione comunitaria che esclude i privilegi in-
dividuali. Le madri, stressate, cercano ad ogni costo di
cuocere le verdure in tempo per la cena e di dare ai lo-
ro bambini amore in pillole concentrate. Una volta non
era cos: quando le madri erano in funzione a tempo
pieno, non avevano nessun bisogno di comunicare
continuamente amore ai figli. Anzi, allora si lagnavano
di continuo per la loro ingratitudine. Si sentivano
peggio remunerate di un minatore gallese. Si scioglie-
vano in lamenti: "Oh, io che ti ho partorito, io che mi
sono preoccupata del transito del tuo bolo alimentare
e che ho vegliato sul tuo sonno riparatore!". E aveva-
no ragione, i figli dovrebbero essere riconoscenti alle lo-
ro madri per molteplici ragioni. Per esempio, non es-
sere stati abortiti a tempo debito. Per esempio, aver
avuto la possibilit di rimanere per nove mesi al cal-
duccio nel liquido amniotico. Per esempio, non essere
stati sacrificati su un altare per propiziare la pioggia o
qualche altro genere di salvezza. Per esempio, non
essere stati avviati alla schiavit o alla prostituzione fin
da piccoli.
La maternit sar anche meravigliosa, Berta, non dico
di no, ma devi riconoscere che Sara non era fatta per
diventare madre. Perch, allora, tu gliel'hai ficcato
in testa, fin da quella prima volta, come se fosse la sua
sola ancora di salvezza? Che cosa c'entrava Sara con un
ranocchio dalla testa grossa alloggiato nel suo grembo?
Mi si rizzano i capelli solo a pensarci. Il seno materno,
liquido, silenzioso, oscuro. Un acquario appiccicoso nel
quale si sviluppa un solo pesce, n vivo n morto. L vi-
cino, continuano a svolgersi le umili funzioni digestive,
fecali, escretive... Una vasca tutta chiusa per un pesce
isolato, che galleggia in un liquido organico come un
serpente galleggia nella formalina di un laboratorio
scolastico. Davvero credevi che un essere libero come
la celebre Sara avesse qualcosa a che fare con quel mon-
do tenebroso? Davvero pensavi che sarebbe stata felice
trasformata in fossa abissale, con un sinistro pesce
intrappolato dentro di lei, sordo, cieco, immobile?
Incoraggiandola ad avere un figlio, tu l'hai fottuta a vi-
ta, Berta. E consigliandole di sposarsi hai cominciato a
rovinarla. Sara ha conosciuto la colpa solo per via
uterina, e la colpa  un meccanismo che continua a fun-
zionare per tutta una vita, come un buon orologio
svizzero.
Sylvia Plath prepar latte e biscotti per i suoi figli pri-
ma di infilare la testa nel forno e aprire il gas. Lasci
tutto pronto perch avessero la loro merendina. Erano
due bambini piccoli. Come poteva pensare che si sa-
rebbero alzati e, non trovandola, si sarebbero messi a
far merenda in tutta tranquillit? Per pag il pegno
che una buona madre deve pagare, provvide al loro nu-
trimento anche al di l della sua stessa morte. Suo ma-
rito l'aveva abbandonata, e lei pens di non avere ta-
lento n fortuna. Di sicuro si sentiva incapace di con-
tinuare a vivere sola accanto a quei due bambini pia-
gnucolosi che avrebbero preteso di essere condotti fi-
no a un porto sicuro attraverso il mare procelloso, e per
di pi di essere addestrati nella convinzione che la vi-
ta valga la pena di essere vissuta. All'inferno i bambi-
ni! dovette pensare Sylvia, lasciando loro un trauma in-
cancellabile e due bicchieri di latte.
Quale strana iconografia di sacri uteri perseguit Sara
fino al giorno in cui decise di uccidersi? A quali allu-
cinazioni la condusse il senso di colpa? Madri snatu-
rate, che non amano i loro figli. Quindicenni che ab-
bandonano i neonati nei cassonetti, con il cordone
ombelicale strappato e tumefatto. Donne rinchiuse in
carcere per avere ucciso a botte i figli che non le la-
sciavano dormire. Beb torturati da madri isteriche,
drogate. Di cosa l'avete minacciata, tu, Berta, e tutti gli
altri? Come siete riuscite a spaventarla con argomen-
ti cos lontani da lei?
Non riesco a credere che abbiate potuto imporre a Sa-
ra i doveri sempiterni delle donne, le loro virt, le lo-
ro pretese gioie. Le parlaste di disamore. Dimmi cosa
diavolo  il disamore, con cosa si mangia. La spaven-
taste con i pi bassi luoghi comuni. L'amorevole com-
plicit femminile, i figli. A lei non piacevano i bambini,
non si accorgeva nemmeno della loro esistenza. Trat-
tava i gatti come suoi pari. Il discorso delle creature in-
difese avrebbe potuto scivolarle addosso, ma tu la
beccasti proprio nel momento di debolezza del suo
aborto e di l in poi ti impegnasti a fondo fino a tra-
mutare una giumenta selvaggia in mula da soma.
Anche se il tasso di natalit diminuisce, le donne con-
tinuano a perpetuare la benedetta specie. Carrettate
di figli individuali e privati. Qualche volta nella
storia si pens che i figli potessero nascere in picco-
le comuni e appartenere a tutti. Ma non  mai capi-
tato. L'idea  rimasta archiviata nel cassetto delle
chimere antropologiche.
Sara non avrebbe dovuto lasciarsi ingannare dal "sarete
come Dio". Avrebbe fatto meglio a continuare a go-
dere della sua condizione di animale scarsamente evo-
luto grazie ai viaggi di piacere di Mr. Darwin. Aveva la
possibilit di rinunciare a tutto ci che di costruttivo si
cela nell'istinto. Tu la aiutasti a trasformarsi in vacca
perfettamente stabulata, grazie al parto. Come osava
sfidare il mondo? Tu l'hai ricondotta sulla retta via.
"Rallegrati di ci che Dio ti ha dato, donna, e ringra-
zia il Cielo che non ha precipitato su di te le maledi-
zioni comuni a tutto il genere umano e quelle specifi-
che del genere femminile: il ventre sterile, la casa so-
litaria, l'orto allagato, il focolare spento". Cosa poteva
importargliene a Sara di tutto questo? Tu hai fatto s
che gliene importasse qualcosa, e ti odio per questo.






2.

Oggi  tornato Gabriel. E venuto di mattina, a fare
colazione. Non riesco a non domandarmi che cosa
stia cercando esattamente in casa mia. Forse, prote-
zione dallo shock provato per la morte di Sara. Non
chiede molto da me, neppure oggi. Abbiamo preso il
caff con i croissant in cucina e poi mi ha pregata di
lasciargli leggere i giornali nel soggiorno mentre salivo
a lavorare. E strano, sta diventando una specie di
abitudine, lui se ne sta di sotto, mentre io sto di sopra
a scrivere. Non mi disturba, si potrebbe perfino dire
che mi fa compagnia, come un animale domestico
capace di leggere il giornale.
Mentre facevamo colazione, mi ha spiegato che non rie-
sce a togliersi Sara dalla mente. Neppure io. Non erano
grandi amici, avevano perso quasi ogni contatto, ma di
colpo prova un dolore incontrollabile per la sua perdi-
ta. Ha il cuore oppresso dalle immagini del funerale. La
ricorda in momenti diversi della sua vita, ma soprattutto
nel periodo dell'universit. Solo ora si rende conto
della sua bellezza, di quanto fosse bella con i riccioli ti-
rati indietro e legati sulla nuca. Mi fa male quello che
dice, credevo che si autocompiangesse con la scusa di
Sara e scopro che non  cos: quel preciso ricordo dei ca-
pelli mi suona autentico, mi commuove. Lei era del tut-
to inconsapevole, si muoveva con l'innocenza che si ve-
de solo nei cani e nei gatti, in qualche bambino picco-
lo. Mentre lui ne parlava, la stretta al cuore  stata co-
s intensa che mi sono alzata e sono andata a prendere
dell'altro latte nel frigo, dell'altro zucchero, qualunque
cosa pur di pensare ad altro.
Bene, non sembra che le cose funzionino alla perfe-
zione nella vita di Gabriel. Non osa dirlo, ma giurerei
che il suo matrimonio con la thailandese nasconda
qualche conflitto.
Si lamenta perch le tocca lavorare in quel maledet-
to supermercato vendendo fagioli di soia e salsa di soia
e germogli di soia. Ma non vuole lasciar perdere. Ha
l'impressione di dover contribuire alle spese di casa, per
sentirsi a posto.
E' rimasto l a guardarmi come se questo dovesse su-
scitare in me qualche reazione, ma non ho saputo cosa
dire.
Che cos' successo in tutti questi anni nella vita di Ga-
briel? Come mai tante mogli? Perch tanti cambia-
menti? Le lasciava, o era lui, invece, a essere lasciato?
Ho trovato la forza di domandarglielo senza troppi gi-
ri di parole. Si  messo a ridere, e mi ha dato una ri-
sposta diplomatica, piena di una seduttivit fasulla
che da lui non mi sarei aspettata.
Siete sempre voi a lasciarci, sempre. E cos. Noi uo-
mini non prendiamo mai nessuna decisione.
Poi ho pensato che quella fosse un'affermazione am-
bigua. Gli uomini non sono capaci di decidere una se-
parazione, ma creano tutte le condizioni perch la
donna, non potendone pi, metta la firma all'ultimo ca-
pitolo della storia. Gabriel stava cercando di fare il ga-
lante, come se il suo fosse un gran complimento al ge-
nere femminile. Ma, di colpo, il discorso prese una pie-
ga inaspettata:
Questa volta sarebbe una tragedia. Pu sembrare as-
surdo, alla mia et, ma sono molto innamorato di
quella ragazza. Ridicolo, vero? Mi sono sposato e ho
divorziato, ho retto a tutte le intemperie sentimentali
e adesso mi innamoro di una donna che non riesco
nemmeno a capire bene quando parla spagnolo. Non
me la sento pi di cambiare. Questa volta voglio ri-
manere dove sono.
Se quel che davvero vuole  stabilit, ha scelto male.
Quella ragazza di un'altra razza, di un'altra et, di
un'altra cultura, quasi di un altro pianeta, non  certo
la migliore candidata per una vita tranquilla. Certo, lui
se ne rende conto,  consapevole della situazione.
Quante svolte pu avere ancora l'esistenza di una ra-
gazza poco pi che trentenne? L'aveva forse minac-
ciato di andarsene? Per questo lui veniva tanto spesso
a trovarmi? Cercava di non irritarla con la sua pre-
senza? Stava cercando di passare inosservato, di na-
scondersi sotto il tappeto in attesa di tempi migliori?
Una volta, quando qualcosa non andava, mi do-
mandavo che cosa non funzionasse nel rapporto. Ades-
so non me ne preoccupo pi. Sono come sono, e non so
come sia lei, pu succedere qualunque cosa. Anche se
ti assicuro che stavolta per me sar il crollo definitivo,
non mi risollever mai pi.
Da ottimista quale sono, o forse solo realista, imma-
ginavo che non risollevarsi, per lui, volesse dire non im-
pegnarsi in una nuova relazione. Non mi sarebbe mai
passato per la testa che si riferisse a soluzioni drastiche
o a naufragi totali. Ma era inutile cinismo, il mio,
mancanza di intelligenza. L'uomo che avevo davanti,
al di l delle sue particolarit e delle sue vicissitudini,
era un esempio vivente della tragedia dell'uomo mo-
derno. Le ex mogli, le mogli, i figli di diversi matri-
moni che telefonano il fine settimana... l'abbandono
coniugale. Non era angustiato da ideologie andate in
fumo, fallimenti professionali, frustrazioni per non
aver scalato l'Everest o non aver esplorato il Polo.
Macch. Nulla di tutto questo. N tantomeno da do-
mande filosofiche sul senso dell'essere. Le ex mogli, qui
sta il fulcro di tutte le questioni, la radice di tutti i ma-
li. Maschi che da un giorno all'altro si ritrovano di
fronte alla nuovissima esperienza di essere abbandonati.
Quando capiremo che  questa la grande tragedia del-
l'uomo moderno, saremo davvero preparati per af-
frontare il xxi secolo. Ma, sul momento, ho avuto la
prudenza di non rivelare questa mia abbagliante sco-
perta a Gabriel.
Anche Adrian, l'ex marito di Sara,  venuto a trovar-
mi in questi giorni. Tutti si sentono in dovere di pas-
sare di qui, per snocciolarmi la loro versione dei fatti,
di assicurarmi che hanno sentito questa morte nel pi
profondo del cuore. Forse pensano che un giorno scri-
ver di Sara, e non vogliono rischiare una brutta figura.
Forse sperano che io, essendomi sempre comportata da
testimone esterna, senza lasciarmi coinvolgere n dare
consigli come facevano gli altri, sappia essere cronista
imparziale di questa storia.
Dal momento stesso in cui ho aperto la porta, mi sono
maledetta per non aver mai imparato a essere sincera.
Gli avrei volentieri chiesto di andarsene, di lasciarmi in
pace. Non avevo nulla da dirgli. Dopo il funerale ave-
vamo gi scambiato le frasi indispensabili per un mi-
nimo di informazione e di cortesia. C'era bisogno
d'altro? Adrian viveva separato da Sara da pi di
vent'anni. Che fosse venuto al suo funerale era uno di
quegli atti di omaggio che non si sa bene a chi siano ri-
volti. Alla figlia comune, immagino. Anche se, viven-
do a Strasburgo ed essendosi risposato, avrebbe potu-
to benissimo risparmiarsi un viaggio cos faticoso. Si
era fermato tre giorni in citt per vedere i parenti ed
era venuto a trovarmi.
Mi ha raccontato che lavora in un liceo per i figli dei
deputati europei, che sua moglie, belga,  interprete
parlamentare. Tutte cose che Sara mi aveva gi rac-
contato, ma che ho ascoltato fingendo interesse. Non
era certo venuto per farmi il riassunto della sua vita,
ma per espormi il suo caso. Mi ha chiesto scusa per
avermi scelta come interlocutrice, ma ha detto che
Ramona e Berta erano cos scosse che non sapeva
proprio a chi rivolgersi. In quel momento avrei dovu-
to alzarmi in piedi e pregarlo gentilmente di andarsene,
perch non c'era nulla di cui potessimo parlare, eppu-
re, stranamente, mi sono accorta di non provare pi
l'avversione che mi aveva suscitato quando l'avevo
conosciuto, quando aveva sposato la mia amica. Mi so-
no stretta nelle spalle e gli ho assicurato che Sara ed io
non ci vedevamo, negli ultimi tempi. Ma a lui non im-
portava, la sola cosa che voleva era parlare. Nessuno
vuole mai altro che essere ascoltato, per questo c' chi
all'ascolto ha messo un prezzo, un prezzo niente affatto
trascurabile.
La domanda di base era prevedibile: che cosa poteva
avere indotto Sara a togliersi la vita? Proprio ora,
quando sembrava essersi stabilizzata. Stabile come
le condizioni atmosferiche dopo una tempesta. Non
immaginavo che Adrian fosse informato sulla vita di
Sara. E invece s, anche questo in fondo era coerente
con il modo in cui si erano svolte le cose. Era una tu-
tela. Tutti, in un modo o nell'altro, avevano preso Sa-
ra sotto la loro protezione, e cos l'avevano distrutta.
Adrian, tronfio, ampolloso e pedante nel parlare,
convinto e serio. Un altro figlio dei tempi in cui siamo
cresciuti. Gi allora i suoi discorsi erano confusi, tor-
tuosi, infarciti di domande e di dubbi, pura analisi dal
principio alla fine. Da mandarti fuori di testa. Ricer-
cava i perch di qualunque cosa, risaliva alle origini di
ogni problema, perfino di quelli inesistenti. Non si de-
cideva mai chiaramente per nulla. Mai un impegno,
mai una passione.
E' stata una cosa inaspettata, sul serio. Forse in un al-
tro momento non me ne sarei stupito, ma adesso... Lei
stava bene. Aveva il suo lavoro, una bella casa... I mo-
menti di grande tensione erano passati.
Non sembra, per, che Adrian si tormenti troppo a cer-
care le ragioni del suicidio di Sara. Sembra stanco. Cer-
to, era stanco anche quando avevamo vent'anni,  il
suo atteggiamento, gli viene da tutto quel pensare.
Qualche volta avevo chiesto a Sara perch l'avesse
sposato, e credo che quelle furono le poche volte in cui
la vidi irritata nei miei confronti. Aggrottava le so-
pracciglia e mi guardava immusonita, non rispondeva.
Le sembrava una domanda senza senso. Perch la
gente si sposa? Di sicuro pensava che tutti si sposano
perch cos si usa, una vecchia tradizione su cui non si
discute. A lei non importava. Se non le avessero sug-
gerito di sposarsi, a lei non sarebbe mai venuto in
mente. Per le avevano suggerito questa soluzione,
perch la sua vita era sempre pi caotica. E' vero, non
posso negarlo, il turbine che la avvolgeva, o che lei stes-
sa generava, aveva raggiunto proporzioni preoccupan-
ti. L'avevano perfino sfrattata perch da quattro mesi
non pagava l'affitto. La padrona di casa era felice di
potersi liberare di lei. E io l'avevo aiutata a imballare
le sue cose e a portarle in un altro appartamento,
molto pi miserabile. Fu un trasloco che non sarebbe
venuto in mente neppure ai fratelli Marx. Credo che
solo allora mi resi conto di come funzionasse la sua
mente: senza alcun ordine prestabilito.
Era riuscita a farsi dare un gran numero di scatoloni
vuoti al supermercato all'angolo. Li posammo sul pa-
vimento uno sull'altro, e quando le chiesi: "Da dove
cominciamo?", lei mi guard senza capire. Avrebbe po-
tuto partire da una stanza e raccogliere tutto quel che
trovava. Avrebbe potuto mettere via le cose per cate-
goria: libri, scarpe, suppellettili da cucina... E invece
no, lei si muoveva compulsivamente per tutta la casa
ficcando le cose negli scatoloni cos come le capitava.
Era tutta concentrata, come se quel disordine assoluto
rispondesse a un criterio precisissimo noto a lei sola.
Per me fu un'esperienza illuminante: forse la sua men-
te funzionava secondo uno schema determinato che
non coincideva con quello della maggior parte degli es-
seri umani. Soltanto questo. Era una difficolt di po-
co conto, ma da tutti cominciava a essere vista come un
problema grave. La conseguenza di quella ritirata qua-
si bellica di Sara fu che non potei aiutarla. All'inizio ci
provai, e cominciai anch'io a mettere via oggetti alla
rinfusa, ma ero assalita da dubbi improvvisi e mi fer-
mavo con qualcosa in mano, domandandole: "E que-
sto, dove va?". Lei scendeva per un attimo dalla sua
nube, guardava me, mai l'oggetto in questione, e ri-
spondeva: "Posalo l, dopo ci penso".
Se qualche volta ero stata tentata di credere che Sara po-
tesse, o perfino dovesse, essere aiutata, quel giorno ca-
pii che era inutile. E mi riferisco a un aiuto vero, a una
soluzione capace di far s che la sua vita diventasse co-
me quella di tutti gli altri. Ma perch mai? Esiste un so-
lo motivo per desiderare che qualcuno esca da uno sta-
to che ci pare inquietante: liberarlo dal dolore. Ma Sa-
ra non provava alcun dolore, stava bene, era serena.
Qualcuno potr obiettare che quando si fosse inoltrata
nella vita, quando fosse uscita dal pi o meno facile pe-
riodo dell'universit, tutto per lei si sarebbe complicato
rendendola un'infelice. Questo per rimane da dimo-
strare. Chi pu sapere di quali risorse dispongano gli es-
seri eccezionali per cavarsela nella vita? Non lo sapremo
mai. Eppure qualcuno l'aveva aiutata, indicandole la via
della colpa, dell'ordine, del dolore e delle regole generali.
Qualcuno le aveva insegnato a vivere.
Alle nove di sera eravamo ancora l, lei ed io, in mez-
zo a un considerevole guazzabuglio di scatoloni zeppi.
La casa era in uno stato desolante. Gli orribili mobili
della padrona di casa risaltavano sulle pareti nude.
Le piastrelle consunte erano coperte di polvere e la-
nugine, di cartacce e sacchetti di plastica. In un angolo
Sara aveva ammucchiato le mutandine sporche che
erano comparse ovunque. Le guard e scoppi a ride-
re: "?" disse, "per questo mi tocca comprarne
continuamente di nuove, le butto dove capita e non le
trovo pi".
Poi fece una cosa incredibile che mi lasci di sasso. Si av-
vicin al mucchietto di mutande, tir fuori l'accendino
dalla tasca dei jeans e diede fuoco a tutto. Le mutandine
cominciarono a bruciare, e visto che erano in tessuto
sintetico, si spensero quasi subito emanando un fumo den-
so e puzzolente. Per estinguere le ultime fiammelle le cal-
pest con furia. Era contenta, soddisfatta di s. Quello per
lei era una specie di rito d'addio. Bruciava le navi, navi fa-
cilmente sostituibili come una dozzina di mutandine da
due soldi. Quello era il passato per lei, e anche il futuro.
Si gir, lanci un ultimo sguardo su quel territorio de-
vastato e mi trascin verso la porta prendendomi per un
braccio: "Andiamo a farci una birra, ce la meritiamo".
Quando una persona muore, soprattutto se si toglie la
vita, qualunque momento del suo passato ci appare si-
gnificativo. Ma ogni volta che ripenso all'effimero ro-
go di Sara il giorno del trasloco, ogni volta che ripen-
so a quelle minuscole mutandine, prova di tanti mo-
menti di frenesia erotica, che bruciavano nella stanza
vuota, non posso non dirmi che quel momento fu
profetico. Lei si trasfer in un quartiere pi neutro, lon-
tano dalle anguste vie del centro dove si trovavano di
solito le case degli studenti. Era stata Berta a trovarle
il nuovo appartamento, erano quasi vicine.
Per questo tutto quel che mi ha raccontato Adrian il
giorno della sua visita mi  sembrato arabo, non c'era
nulla da spiegare, nessun ricordo che somigliasse a
quelli che io serbavo di lei. Che cosa poteva saperne
quell'uomo, ormai quasi tutto bianco, con due grosse
borse sotto gli occhi, delle mutandine bruciate tanti an-
ni prima dalla donna che era stata sua moglie? Nulla,
assolutamente nulla. Se ancora avessi avuto dei dubbi
in proposito, quel colloquio li dissipava del tutto.
Avevamo preso l'abitudine di sentirci per telefono
una volta al mese. Non parlavamo di cose troppo per-
sonali, ma almeno ci dicevamo che stavamo bene. Il
rancore era scomparso fra noi, anche se in realt di ran-
core vero e proprio non ce n'era mai stato, ora che ci
ripenso. In ogni caso, ci chiamavamo. All'inizio pen-
savo che le avrebbe fatto bene, mi preoccupava l'idea
che un giorno potesse rimanere sola senza nostra figlia,
dopo tanti anni. Sai quant'era disordinata. Avevo la
sensazione che da un certo momento in poi fosse Ca-
mila ad aver cura di lei. Ma non credere, se la cavava
bene. Non parlava molto, non le era mai piaciuto par-
lare, ma quel che mi raccontava dimostrava che tirava
avanti, che aveva trovato il modo di organizzarsi la vi-
ta. E di colpo, questo: un'indigestione di pastiglie. Non
ha senso. Le piaceva il lavoro nella nuova biblioteca, il
fine settimana si divertiva, andava al cinema, era per-
fino entrata in una piccola corale!
"Camila  molto scossa. Anche se ha venticinque anni,
non  facile superare il trauma emotivo di una madre
che si suicida. Adesso star con noi per un mese a Stra-
sburgo, ma al ritorno dovr affrontare il problema. Spe-
ro che ci riesca, e ci riuscir, esce con un bravissimo ra-
gazzo, molto costruttivo, molto vitale".
Lo ascoltavo pazientemente. Era venuto a snocciolarmi
il suo discorsetto, a giustificarsi, a discolparsi. Ormai
aveva detto tutto. Cosa poteva desiderare, ancora?
Se sperava in una mia risposta di circostanza, non
l'ha avuta. Perch io, semplicemente, sono rimasta
zitta. E non ha potuto nemmeno polemizzare, se quel
che voleva era che salissi sul pulpito e lo indicassi con
dito accusatore. No, non pensavo che Adrian fosse
colpevole. Colpevole di cosa? Non eravamo in un film
americano. E poi, non ero io il giudice in quel proces-
so. A meno che Adrian non pensasse di fare il giro
completo di tutti gli amici di Sara per ripetere loro la
sua manfrina. Avrei dovuto indignarmi e buttarlo fuo-
ri, ma volevo che se ne andasse da s quanto prima, e
per sua decisione. Era noioso, nella sua solennit di uo-
mo di sinistra immune ai cambiamenti della societ.
Il giorno in cui Sara me l'aveva presentato, in un bar,
mi chiesi per tutto il tempo che dur la nostra chiac-
chierata quale fosse la sua virt nascosta. Che cosa po-
teva fare Sara con lui? Stenderlo nudo su un divano e
bearsi nella contemplazione della sua sacca scrotale
adagiata di lato? Fisicamente non possedeva nessuno
dei requisiti che di solito lei giudicava essenziali nei
suoi uomini. Era troppo alto, poco agile, con la pelle
chiarissima e gli occhiali a fondo di bottiglia. Per non
parlare del tono monocorde della sua voce, delle esi-
tazioni quasi anglosassoni che rallentavano ciascuna del-
le sue frasi. Parl per tutto il tempo delle opere di
Shakespeare pubblicate in Spagna, della difficolt di
tradurre i suoi sonetti. Quanto pi era noioso, tanto
pi io alzavo il livello delle prodezze sessuali di cui lo
ritenevo capace. Doveva pur avere qualcosa che non si
mostrasse a prima vista.
La sera stessa telefonai a Sara. Da dove aveva tirato
fuori quella specie di intellettuale burocrate, a quali di-
vagazioni erotiche si stavano abbandonando? Lei ebbe
un attacco di ilarit inatteso, molto pi forte del soli-
to, questa volta, molto pi lungo e difficile da frenare.
Si pu sapere cos' che ti diverte cos tanto?
Non so, che tu abbia potuto immaginare una cosa si-
mile!
Perch? Cosa c' di strano? E tuo fratello, forse? E
gay,  un prete?
Lei rideva ancora pi forte. Alla fine riusc a control-
larsi.
No, rido perch sto per sposarlo.
Il matrimonio non aveva mai figurato fra le sue fantasie
erotiche. Sposare uno cos? E perch? Quale ragione
apparente o reale poteva spingerla a una cosa del ge-
nere? Sposare quello l, o chiunque altro al mondo? Da
quando il matrimonio rientrava nei suoi piani? Anzi,
da quando lei aveva dei piani?
Fui molto poco diplomatica, probabilmente; non ave-
vo mai avuto bisogno di esserlo con Sara, fino ad al-
lora. Lei, a un certo punto della mia furibonda requi-
sitoria, si inalber. Ma perch non avrebbe potuto
sposarsi, come tutti quanti? Forse io non vivevo con
Pedro, senza alcuna intenzione di lasciarlo? Forse
Berta non si sarebbe sposata con il suo fidanzato non
appena si fossero laureati entrambi? Tutti avremmo
presto finito gli studi, e lei non aveva mai pensato, nep-
pure per un attimo, di essere diversa dagli altri.
Molto bene, d'accordo, perfetto, nulla da dire. Ma per-
ch proprio con quel tipo? Da quant' che lo conosci?
Chi vi ha presentati? Lui lo sa che pensi di sposarlo?
Ma guarda che sei assurda! Certo che lo sa, me l'ha
chiesto lui,  stata un'idea sua! Me l'ha presentato Ra-
mona. Cosa c', non ti va?
Ma  un tipo pallosissimo, ecco cosa penso. Non lo
sopporterai nemmeno tre mesi, ti stuferai in men che
non si dica.
Non ti accorgi proprio di nulla, tu. Sono cambiata
moltissimo negli ultimi tempi. Se non riesci a render-
tene conto da sola, almeno potresti informarti.
Se fosse stato vero che era cambiata, le cose avrebbe-
ro funzionato, ma il brutto era che lei non era cambiata
affatto, nel fondo. Qualcuno l'aveva persuasa che
avrebbe fatto meglio a cambiare e che doveva provar-
ci. A quel tempo non mi accorsi della gravit della si-
tuazione, ma intuii che era successo qualcosa, e che la
notizia del suo matrimonio non era altro che l'inizio di
una progressiva morte annunciata.
Sara si era finalmente accorta che esisteva una vita ba-
sata su regole molto diffuse, nella quale la gente si spo-
sava, metteva al mondo dei figli, andava a lavorare e si
spediva cartoncini di auguri per Natale. Senza pensarci
due volte, senza fermarsi neanche un minuto per capire
che cosa avesse a che fare quello schema con le sue in-
clinazioni naturali, aveva deciso di adeguarsi. Lasciar-
la scontrarsi contro le conseguenze della sua poco ma-
turata decisione era la sola cosa che potessi fare. Ep-
pure, sentivo che l'impatto avrebbe potuto essere
drammatico. E non mi sbagliavo. Non mi sbagliavo, ma
non tentai nemmeno di farle cambiare idea.
Arrivata a casa, provai qualcosa di simile alla dispera-
zione. Quel che era successo mi si rappresent con as-
soluta chiarezza. Ramona e Berta, prendendo spunto
dall'aborto di Sara, avevano avviato una vera e propria
campagna di normalizzazione della sua vita. La cosa era
culminata nella presentazione di quell'apprendista ma-
rito. L'apprendista, opportunamente messo al corren-
te della tendenza al disordine della mia amica, aveva
voluto conoscerla. L'aveva conosciuta e l'aveva trovata
bellissima. Era felice, perch nel ruolo di angelo cu-
stode e pigmalione, avrebbe potuto dare libero sfogo al-
la sua vocazione di missionario di sinistra. Nemmeno
Filippo V aveva avuto di fronte prospettive pi rosee.
Come marito di Sara, avrebbe avuto l'occasione unica
di dimenticare le sue piccole frustrazioni di uomo di ta-
lento che non si applica a un bel nulla, e creare il suo
piccolo capolavoro. Sarebbe stato pi difficile se Sara
fosse stata brutta, ma lei era uno splendore.
Si sposarono. Riempirono un'aula di tribunale di ami-
ci mossi pi dalla curiosit che dal desiderio di rende-
re omaggio alla coppia. Noi, gli amici di Sara, non era-
vamo in tanti. E nemmeno Adrian sembrava troppo
popolare. Ma c'erano i compagni di corso, gente della
facolt e, naturalmente, Ramona e Berta. Fu una ce-
rimonia senza senso, perfettamente coerente con un
matrimonio senza senso.
Dal mio posto nell'aula vedevo Sara come in un sogno.
Portava un tailleur celeste, un cappellino di paglia
con un nastro, celeste anche quello. Era bellissima, ma
sembrava in maschera. Accanto a lei, quello spilungo-
ne era del tutto fuori posto. Ma nessun altro sarebbe
stato molto pi adatto. Mi domandai che ne sarebbe
stato adesso della sua magnifica collezione di falli
eretti, dei suoi orari impossibili e della sua disorga-
nizzazione. A meno che non fosse davvero cambiata, e
che da quel momento in poi la sua mente si mettesse a
funzionare come quella dei comuni mortali.
Davvero, credevo che ora finalmente avesse trovato
la stabilit. Stava bene. Ma in fondo lei era di quel-
le persone che non possono fare a meno di distrug-
gere tutte le cose buone che hanno. Magari  basta-
to un momento difficile, e si  uccisa. Ho anche
pensato che le pastiglie le abbia prese senza vera in-
tenzione di uccidersi.
Nemmeno a questo ho risposto. Non avevo pi voglia
di reagire, il primo impulso era passato. Nessuno but-
ta gi una boccetta intera di pastiglie mescolandole
con superalcolici con la speranza di restare vivo. Per
una volta, Sara era stata pi che consapevole di quel
che faceva. Il motivo di fondo? Non lo so. Era stan-
ca, immagino, non si riconosceva pi. Non voleva
pi vivere.
L'altro giorno Gabriel mi ha raccontato un episodio in-
solito e inquietante. Qualche giorno prima di morire,
Sara l'aveva cercato con urgenza. Non si vedevano da
due anni, ma la settimana prima si erano incontrati per
caso all'uscita di un cinema. Forse questo l'aveva spin-
ta a chiamarlo, il ricordo fresco, il numero di telefono
che doveva avere ancora nella borsa. Per gli aveva fat-
to prendere un bello spavento telefonandogli alle undici
di sera per chiedergli di uscire a bere qualcosa. Ed era-
no usciti.
Era molto addolorata per una cosa che era successa
con sua figlia. Sinceramente, non ci capii molto, lei ave-
va un modo strano di raccontare le cose, saltava avan-
ti e indietro, mescolando i fatti a pezzi di dialogo
presi qua e l. Starla ad ascoltare era sempre un'espe-
rienza un po' surreale. Insomma, Sara aveva comprato
delle tende nuove e a sua figlia non erano piaciute.
Qualcosa del genere. Dovevano aver litigato per quel-
le benedette tende e la ragazza le aveva dato uno
schiaffo.
Uno schiaffo?
S, lo ripeteva di continuo, era questo che l'aveva
sconvolta. Ma cosa diavolo aveva sua figlia?
Non andavano d'accordo, si accapigliavano.
Da quando?
Da sempre, la ragazza non la poteva vedere, la odia-
va. Credevo lo sapessi.
Lui ha scosso la testa, confuso. Non  il genere di co-
se di cui gli uomini si accorgono, e quando se ne ac-
corgono, non vi danno il minimo peso.
Avranno litigato per quelle maledette tende... ha
detto, assorto.
Io mi sono messa a ridere. Per Gabriel le maledette
tende dovevano rappresentare il colmo della futilit, un
pretesto infimo per una simile crisi fra madre e figlia.
Si rassegnava a non capire. Una delle sue mogli, nei
giorni tempestosi che avevano preceduto la separa-
zione, gli aveva rotto una costola durante una lite. Ga-
briel aveva finalmente confessato di non amarla pi, di
essere innamorato di un'altra. La disperazione di sua
moglie l'aveva colto di sorpresa, e in uno sfoggio di
senso di colpa, teatrale quanto sincero, si era alzato dal-
la sedia e, offrendole il suo corpo, le aveva detto:
"Picchiami, se vuoi. Non posso fare altro". Allora
lei, saltando a pie pari tutte le tradizioni femminili, l'a-
veva preso a calci e pugni, fino a lasciarlo ridotto a uno
straccio. Al pronto soccorso, Gabriel non aveva osato
dire che era stata sua moglie a picchiarlo, e si era in-
ventato la storia di un borseggiatore che l'aveva ag-
gredito per rubargli il portafoglio.
"E sai da dove era partita la discussione?" mi ha do-
mandato, mentre me lo raccontava. "Si era rotto il ri-
scaldamento e io le avevo chiesto di chiamare qualcu-
no per ripararlo. Pensa che sciocchezza. L  esploso
tutto".
Confondendo il tutto con la parte, o il detonatore
con la carica esplosiva, attribuiva la lite alla scioc-
chezza che l'aveva scatenata e non alle sue vere cause.
Ma era profondamente convinto, in base alla sua fede
nella civilt, che le discussioni pi importanti potessero
svolgersi entro i limiti della correttezza razionale, se la
scintilla non scoccava dalle piccole cose. Ancora una
volta ho pensato che Gabriel rappresentasse alla per-
fezione il nuovo uomo moderno, immerso nella sua tra-
gedia esistenziale di amori infranti e costole rotte.
Stigmatizzato, colpevolizzato, picchiato, non aveva
ancora capito nulla.
Ero tentata di raccontare ad Adrian la storia delle
tende di Sara e della lite con la figlia. Dal momento che
si faceva tante domande sulle ragioni del suicidio, al-
meno gli avrei offerto uno spunto di riflessione. Ma era
andata davvero cos? Mi immaginavo Sara, ormai pri-
gioniera di una spirale malata, darsi da fare per la ca-
sa, scontrarsi con sua figlia, esporsi alle liti, al di-
sprezzo, all'orrore quotidiano. Comparire con delle
tende nuove (saranno state a fiori?) era il modo pi si-
curo per assicurarsi uno schiaffo. Sara cercava emozioni
forti, o forse non sapeva pi vivere senza la sua dose
giornaliera di umiliazioni e maltrattamenti. Quando
Gabriel mi ha raccontato di quell'ultima battaglia, ho
capito che la mia amica aveva fatto la cosa giusta sui-
cidandosi. Non aveva alternativa. Non sarebbe pi
stata capace di iniziare qualcosa di simile a una nuova
vita, una vita che le appartenesse e che non fosse legata
a debiti ed eccessi, ad antiche colpe non accettate.
Adrian mi ha guardata, ora aveva l'aria di un merluz-
zo, un'assoluta assenza di espressione, in attesa che lo
assolvessi e lo benedicessi. Lui non aveva nulla a che
fare con il finale precipitoso scelto dalla sua ex moglie.
Per questo non aveva senso parlargli di schiaffi che non
facessero direttamente parte della sua biografia.
All'uscita dal tribunale, dopo il matrimonio, osservai
bene la strana coppia formata da Adrian e Sara. Lei
sorrideva e lui sfoggiava l'aria seria e consapevole che
l'aveva sempre contraddistinto. Mi torn in mente
l'immagine delle missioni africane. Me lo vedevo cir-
condato da negretti pronti a farsi vaccinare, da madri
con fazzolettoni colorati cariche di beb da nutrire di
latte in polvere. Me lo immaginavo riordinare le sup-
pellettili sacre della messa, preciso e senza passione,
convinto che il suo compito sulla terra fosse lento e ar-
duo, ma fertile. E vedevo Sara pi disorientata che
mai, contenta di aver cambiato status, ma del tutto
ignara di cosa significasse quel cambiamento.
Lui era gi insegnante in un liceo. Lei fu assunta come
aiuto bibliotecaria in facolt. Quando si fosse laureata
avrebbe deciso cosa fare. Presero una casa in affitto in
una zona tranquilla. Allora gli appartamenti in citt
non erano tremendamente cari come oggi. Il loro ave-
va due camere da letto, una cucina molto ampia e un
soggiorno enorme, con grandi finestroni quadrati da cui
entrava luce in abbondanza.
Me lo mostr un giorno, dopo le lezioni. Facemmo in-
sieme tutto il giro della casa ed ebbi la sensazione
che a lei riuscisse nuova quanto a me. Apriva le porte
e guardava nelle stanze come se non sapesse che cosa ci
avrebbe trovato. Era evidente che tutto le appariva
estraneo. E poi, saltava subito all'occhio una novit so-
stanziale: tutte le case in cui Sara aveva abitato erano
invase dal disordine. L, invece, regnava un ordine con-
venzionale e accurato. I libri erano al loro posto sugli
scaffali di legno chiaro, in cucina i piatti erano lavati e
c'erano perfino dei vasi di gerani alle finestre. Mi resi
conto che per Sara sarebbe stato difficile seminare in
giro le sue mutandine. Non mi aveva mai raccontato di
aver comprato dei mobili, n aveva mai fatto cenno a
questioni di arredamento, dal che dedussi che tutti que-
gli acquisti fossero opera di suo marito.
Sarebbe facile dire che per la prima volta la vidi priva
della sua libert, in quella che sarebbe stata la sua
gabbia, ma non corrisponderebbe a verit. Lei non
sembrava allarmata, si muoveva tranquilla e sembrava
perfino divertita di avere una casa cos ben sistemata.
Mi offr un t che prendemmo sedute l'una di fronte
all'altra.
Ho conosciuto la madre di Adrian mi disse.
E com'?
Bruttissima. Davvero orrenda. Ma per fortuna vive
in Galizia, quindi non la vedr mai.
Era ineffabile, imprevedibile, sempre sorprendente.
Aveva da poco iniziato una nuova vita con un uomo
che conosceva appena, si era infilata nella tana del lu-
po senza fucile, e la sola cosa che le veniva in mente di
dirmi era quanto fosse brutta sua suocera. Scoppiai a ri-
dere e la abbracciai. Non era tutto perduto, non sa-
rebbero riusciti a piegarla, proprio perch la sua forza
era incalcolabile: lei era un alieno venuto da un'altra ga-
lassia.
Berta interpretava le sue uscite come segni di stupi-
dit. Sara era poco intelligente, per questo le succe-
devano tante cose strane. Ma  difficile misurare
l'intelligenza di una persona che non ha nessun inte-
resse a esibirla come un mostro da fiera. Se l'intelli-
genza non viene usata per riuscire nel mondo secon-
do le regole prescritte, bisogna dimostrare di appli-
carla ad attivit artistiche o speculative. Ma Sara,
qualunque grado di intelligenza avesse, non faceva
nessuna di queste cose. E non sapeva giocare al gioco
che le imponevano, non dava prova di abilit da
scimmia evoluta scrivendo libri, dipingendo quadri o
giocando a scacchi. Le piaceva vivere, le piaceva il
piacere, vedeva la vita con i propri occhi e si era la-
sciata intrappolare in un matrimonio assurdo solo
perch qualcuno le aveva additato il precipizio della
colpa e lei ne aveva avuto paura.
Ogni tanto la vedevo in biblioteca, impegnata a eti-
chettare libri nuovi o a portare volumi da una parte al-
l'altra. Faceva tutto quanto con una noia infinita
stampata sulla faccia. Certo che si annoiava. Doveva
annoiarsi a morte tutto il giorno, da quando scendeva
dal letto a quando andava a dormire. Cominciai a
provare una curiosit folle per tutto quel che faceva
nella sua vita di moglie, ma non avevo il coraggio di
farle domande. Confesso che la osservavo con interesse
morboso, aspettando che capitasse qualcosa, che lei rea-
gisse, che si stufasse di quella farsa e mandasse al dia-
volo il marito con la sua casa impeccabile completa di
gerani alle finestre. Ma passavano i mesi e non succe-
deva nulla. Com'era possibile? Mi mettevo nei suoi
panni: il lavoro monotono in biblioteca, i pranzi con
Adrian, le cene con Adrian, i piatti da lavare, e poi tut-
to ricominciava. Magari era cambiata davvero, aveva
subito una completa metamorfosi, e stava bene nella
sua nuova personalit. Eppure, non le mancavano gli
strani inquilini di casa sua, i gatti randagi, i festini, il
disordine?
Un giorno, quasi un anno dopo le sue nozze, mi te-
lefon per invitare a cena Pedro e me. La cosa mi sor-
prese, soprattutto che si fosse ricordata di Pedro, che
non aveva mai frequentato, per una cena intima fra noi
quattro soli. Ma ci andammo, e fu una buona occasione
per capire come diavolo funzionasse quell'unione con-
tro natura.
Al nostro arrivo regnava nella casa un piacevole tepo-
re in cui aleggiava il profumo appetitoso di un arrosto.
Nulla lasciava presagire il disastro. Adrian ci ricevette
con la sua solita seriet pedante, il suo tono monocorde
e la sua pronuncia impostata. Sara mi fece l'occhiolino,
complice, e questo mi fece pensare che fosse contenta.
Lo era, sembrava felice di giocare alle giovani coppie di
sposi che si scambiano inviti, esperienze, punti di vista.
Prendemmo un aperitivo chiacchierando, senz'altro
motivo di tensione che la perfetta estraneit fra i no-
stri due mariti. Adrian monopolizz immediatamente
la conversazione con interventi lunghissimi, punti-
gliosi, di una lentezza esasperante. Ogni opinione
espressa dagli altri dava luogo a un'analisi profonda da
parte sua. Sminuzzava tutto, metteva tutto in que-
stione, applicava il dubbio con lo stesso spirito sportivo
degli inglesi che praticano il bird-watching. Non im-
portava l'argomento, poteva essere la situazione poli-
tica come il tempo che faceva. Qualunque afferma-
zione dava il via a un rosario di controproposte siste-
maticamente sgranate. Era un filosofo. Quell'uomo pri-
vo di umorismo e di mordente era un vero filosofo, col
quale da un anno conviveva la regina dei falli in per-
sona. Si sono viste cose pi strane, perfino nel regno
vegetale.
Mi accorsi subito che Sara non apriva bocca. Non
era mai stata un'allegra comare di Windsor, ma di
solito qualche frase qua e l riusciva a infilarla. Quel-
la sera no. Quella sera se ne stava zitta. Con tutta pro-
babilit era quel che faceva sempre quando si trovava
con suo marito, taceva e acconsentiva. E poich i di-
scorsi di Adrian non giungevano mai a un punto pre-
ciso, ma si limitavano a esporre alternative, accumu-
lando argomenti a favore o contro un determinato as-
sunto, era molto difficile contraddirlo o essere d'ac-
cordo con lui. Bisognava ascoltarlo e basta. Sara lo
ascoltava? Credo di no. Eppure aveva sviluppato l'a-
bilit di non lasciar capire se stesse pensando ad altro,
se si stesse annoiando o se avesse fatto il vuoto nella
mente. Forse la smorfia di noia che aveva sempre sul-
la faccia in facolt non era che l'affiorare del tedio che
si depositava nella sua anima durante la convivenza con
il marito. La situazione cominciava ad apparirmi chia-
ra, rimaneva ancora da capire se quell'uomo fosse un
campione dell'erotismo, un vero e proprio animale, un
generatore di orgasmi multipli, un esperto leccatore di
fica, un erudito del kamasutra. Ma anche se cos fosse
stato, Sara era sempre stata attirata dalla variet pi
che dall'intensit, quindi una simile attrattiva doveva
aver perso il suo ascendente, dopo qualche tempo.
Quando la prima bottiglia di vino fin, Adrian guard
Sara e le disse: "Sara, dovresti portarne un'altra e, gi
che ci sei, dare un'occhiata all'arrosto. Non  gi un
po' che  nel forno?". In effetti, anch'io ci avevo
pensato. Eravamo l da pi di un'ora e nessuno dava se-
gni di preoccupazione per un arrosto che al nostro
arrivo profumava gi come se fosse cotto a puntino.
Ma quel che pi mi colp fu il tono con cui Adrian le si
rivolse: ieratico, inespressivo, paziente, accondiscen-
dente, e insieme sonoro, grave. Soprattutto quando
pronunci il suo nome: Sara. Vi impresse tutto il ca-
rattere biblico che aveva avuto un tempo. "Sara",
con tutto il suo significato generico di "signora", con
tutta l'enfasi con cui Lot doveva dirlo a sua moglie sa-
pendo che sarebbero stati ricordati dai posteri. Rab-
brividii nel vedere con quale docilit la mia amica si al-
zava dalla poltrona e spariva nel corridoio, diretta in
cucina.
Fu il primo di un numero imprecisato di viaggi verso il
forno per tutelare quell'arrosto incombustibile, indif-
ferente alle leggi fisiche, quell'arrosto di amianto,
quell'arrosto eterno, che non aveva n principio n fi-
ne. La cerimonia si svolse sempre allo stesso modo.
Adrian le diceva con voce neutra di andare a vedere
l'arrosto, esprimeva blandamente il suo stupore per il
fatto che non fosse ancora pronto, e Sara, senza rea-
gire, si alzava e andava in cucina, da dove tornava per
informarci, impassibile: "Ancora qualche minuto".
Era una cosa da matti. Non c'era alcun crescendo, n
ira n passione, tutto si ripeteva identico. Non c'era
conflitto o, almeno, il conflitto non si permetteva il lus-
so di emergere, ma ribolliva sotterraneo a grandi
profondit. Feci qualche tentativo di alzarmi per an-
dare ad aiutarla, ma Adrian li svent sempre nel modo
pi naturale, anche se io, nervosa com'ero, non pote-
vo non leggere nel suo atteggiamento un'intenzione di-
dattica: "Lasciala fare, cos impara qualcosa". Il mis-
sionario era in azione.
Verso la mezzanotte ci mettemmo a tavola. L'agnello
sacrificale era immangiabile. Aveva perso ogni sugo, se
mai l'aveva avuto, le fibre di carne stracotta si impi-
gliavano fra i denti, e ci rimanevano. Come contorno,
Sara aveva previsto un'insalata, che doveva aver con-
dito alle sei del pomeriggio. Il languore della lattuga era
paragonabile solo a quello della serata. Adrian de-
cret inutilmente: "Credo che questo arrosto sia trop-
po cotto. Avresti dovuto tirarlo fuori dal forno molto
prima". Sara assent pi volte con il mento, e continu
a darsi da fare con forchetta e coltello sul moncherino
indurito che giaceva sul suo piatto.
Declinammo l'offerta di un dolce e, alla prima occa-
sione, ce ne uscimmo di corsa da quella casa. Erano le
due di notte, ci sentivamo esausti e affamati, perples-
si e di cattivo umore. Pedro esclam:
Ma perch lui non si  mai alzato a darle una mano?
Com' che nessuno dei due si  lamentato, o si  spa-
zientito, o si  deciso a tirare fuori dal forno quel
maledetto arrosto?
Non ci capiva nulla, povero Pedro, ma io s. Io avevo
visto benissimo il meccanismo di quel carillon rotto che
era il matrimonio fra la mia amica e il suo cavaliere er-
rante. Alzavi il coperchio e compariva la coppia allac-
ciata, pronta per ballare un valzer. Ma non succedeva
nulla: rimanevano l, immobili, pietrificati l'uno nelle
braccia dell'altro. Adrian senza dubbio sperava che lei
un giorno, grazie alla sua pazienza, diventasse una
grande ballerina. Sara non si rendeva conto di nulla, si
limitava a rimanere, intuendo a met quel che ci si
aspettava da lei, dopo aver perso ogni voglia di segui-
re il suo istinto.
Mi domandavo come facesse a non ribellarsi, a non
mandare tutto al diavolo. Capii allora che essere ori-
ginali e fare una vita fuori dagli schemi non significa
necessariamente essere dei ribelli. Sara era scappata da
casa in un atto di ribellione, ma nessuno in quel mo-
mento era riuscito a convincerla dell'esistenza della col-
pa, che per lei rimaneva un'entit sconosciuta. I suoi
genitori erano talmente diversi da lei ed estranei che la
sua coscienza non fu nemmeno sfiorata dalle loro pre-
diche e minacce. Berta, invece, nel momento in cui l'a-
veva guardata con dolcezza e le aveva detto: "Non
preoccuparti, un giorno sarai madre", aveva gettato
nella sua anima il seme della colpa e l'aveva spinta su
un sentiero del tutto nuovo. Ci sarebbe voluto un at-
to di ribellione inaudito, ora, per uscire di l. Ma Sara
non era una ribelle. E poi, aveva giurato di tener fede
alla prima grande decisione della sua vita: rimanere ac-
canto al marito. La seconda fu suicidarsi.
Cambiare vita, questo era il suo nuovo motto. Ma per
cambiare vita non basta rinnovare l'asse centrale intorno
a cui girano tutte le cose, bisogna fare in modo che tut-
te le cose cambino. Complicato, troppo complicato, spe-
cialmente per qualcuno che non sa cosa vuol fare.
Nel corso di quello stesso anno, tutti noi terminammo
gli studi e lasciammo la facolt. Tutti, tranne Sara. Lei
continu a lavorare in biblioteca, ma al tempo stesso
smise di frequentare e di dare esami, e non si laure
pi. Un lavoro che avrebbe dovuto essere provvisorio
divent definitivo. Era un buon segno e un cattivo se-
gno insieme. Da una parte lei rimaneva nei luoghi
della giovent, accanto a studenti e professori. Dal-
l'altra, restava indietro, si vedeva passare davanti le
nuove generazioni, un anno dopo l'altro.
Ero assolutamente convinta di non doverle dare alcun
consiglio. Io, almeno, dovevo rimanere fuori da quel
coro di grilli parlanti che l'aveva allontanata dal suo de-
stino, qualunque esso fosse. Per questo non le do-
mandai mai nulla circa i motivi che le impedivano di
reagire a quelle costrizioni.
Cominciai a lavorare nella scuola, era abbastanza facile,
allora, e Pedro entr in uno studio di architettura, do-
ve prese parte ai suoi primi progetti. Smisi di fre-
quentare gli amici con l'assiduit e l'intensit del pe-
riodo universitario. Ma di tanto in tanto ci si vedeva,
per cenare insieme, andare al cinema o prendere un
caff. Nel corso di quegli incontri ci tenevamo a met-
tere bene in chiaro che le nostre personalit erano ri-
maste immutate, che non ci sentivamo del tutto inte-
grati nel mondo borghese. Qualche anno dopo le cose
cambiarono, e divenne importante dimostrare che il no-
stro ingresso nel sistema era avvenuto attraverso le por-
te del successo.
Berta vinse il suo posto in facolt e Ramona entr nel
mondo della psicanalisi. Apr uno studio come psicologa
infantile e cominci la sua analisi didattica con uno psi-
canalista argentino. Tre sedute la settimana, per dodici
anni. Gabriel and a Londra: se voleva diventare un
critico d'arte con una formazione moderna doveva
uscire dalla Spagna. Tutti avevamo la sensazione di
aver iniziato qualcosa.
Non vidi Sara per molto tempo. Di tanto in tanto chie-
devo sue notizie a Berta, e lei immancabilmente mi ri-
spondeva che stava bene, molto bene, meglio che mai.
Stabile, era la sua parola preferita. Sara era ancora con-
siderata come una forza della natura che avrebbe po-
tuto scatenare da un momento all'altro tuoni e fulmi-
ni, terremoti e maremoti. Stabile  un termine che si
usa anche per descrivere lo stato dei convalescenti. Ma
lei non era malata, bens guarita dalla malattia che
avrebbe potuto contrarre. Non andava pi a letto con
perfetti sconosciuti, non fotografava pi uomini nudi,
n viveva in una casa con le porte sempre aperte per-
ch chiunque potesse entrare. Si era risparmiata tutte
le sofferenze che un comportamento disordinato avreb-
be potuto arrecarle. E tutto questo al prezzo delle
piccole miserie quotidiane che in realt tutti soppor-
tano, miserie connaturate con l'esistenza umana.
Chi ha detto che la convivenza  facile? Non lo  af-
fatto. Vivere con qualcuno  duro, ma anche il resto lo
. Tutte, tutte le attivit dell'uomo finiscono per ave-
re qualche inconveniente. La vita  fatta cos.
Berta era orgogliosa di vivere giorno per giorno impe-
gnata in attivit dure, sopportando convivenze dure e
affrontando le grandi durezze dell'esistenza. Era con-
tenta di non avere tanti motivi per essere felice. Que-
sto le permetteva di esercitare il suo coraggio e di
dar prova della sua filosofia di donna forte che riesce
a superare tutte le difficolt senza farsi illusioni ma con
lo sguardo rivolto al futuro. Ci teneva a dimostrare che
era intelligente e ottimista insieme. Forse le vere don-
ne sono cos. Lottano, vanno avanti, risolvono i pro-
blemi, e conoscono la vita a partire dalle piccole cose
quotidiane, semplici, fondamentali. Ammiravo tanta
forza di volont, anche se non la capivo del tutto. Av-
vertivo in quell'atteggiamento una sorta di disprezzo
per le complicazioni teoriche e speculative, che tutta-
via poteva apparire molto femminista. Era una specie
di "chissenefrega" rivolto ai dubbi dei maschi. Gli uo-
mini in fondo non possedevano la forza necessaria
per affrontare la vita cos com'era. Quando la sempli-
cit aveva la meglio su di loro, non sapevano far altro
che autodistruggersi con l'alcol, andare in guerra o
tormentarsi con elucubrazioni sterili.
Berta era fatta cos, credeva davvero che due gradini al
di sotto dei discorsi elevati ci fosse la realt, e che proprio
l, ai posti di combattimento, ci fossimo noi donne. Per
lei non c'era altra verit che la realt. Per questo, cose ele-
mentari come partorire, nutrire, curare e resistere le
parevano tanto importanti. La maternit.
Eppure, non poteva certo dirsi che Berta fosse una re-
trograda o una donna all'antica priva di doti intellet-
tuali. Anzi. Berta era una donna inattaccabile, con una
fede nei valori femminili altrettanto inattaccabile.
Non mi venne mai in mente di rivendicare davanti a lei
il diritto all'inutilit della donna, il diritto della donna
alla violenza e all'autodistruzione, il diritto della don-
na all'alcolismo.
Se le donne avessero il potere non ci sarebbero guerre.
Una volta Berta lo disse davanti a Sara e a me, e Sara
esclam: "Ma se non possiamo fare la guerra, allora
perch lottare per il potere?". Certo, era una battuta
di spirito, a me parve divertente e ne risi. Quelle
uscite ciniche e dissacranti dimostravano che Sara
non era una scema come molti credevano, ma una
mente brillante che non si dava la pena di brillare
perch non lo riteneva necessario. Berta sospir, cer-
cando di essere paziente. Ma cosa importava, in fondo?
L'intelligenza avrebbe dato a Sara il diritto di vivere a
modo suo?
No, ho visto uomini e donne devastati dal senso di col-
pa, annichiliti, paralizzati, incapaci della minima rea-
zione di difesa. La colpa  un virus potente che rima-
ne attivo per anni nell'organismo, a volte per tutta la
vita. Sara costituiva un pericolo per la causa femmi-
nista, per ogni causa, per questo  finita con lo stomaco
pieno di pastiglie. Una soluzione terapeutica.
Un giorno mi telefon dal lavoro. Voleva parlarmi. Su-
bito rettific, voleva "fare due chiacchiere". Non mi
stava convocando per una riunione, ma per un semplice
caff. Eppure mi disse che preferiva fossimo sole,
senza la presenza di Berta, di Ramona o di Pedro.
Era bella come sempre, con gli occhi vivi e la folta ca-
pigliatura ebraica sciolta e lucente. Mi accorsi subito
che era allegra, meno grave e statica di quando l'avevo
vista con Adrian. Rideva, scherzava e si divertiva
parlando di cose senza importanza. Mi raccontava le
beghe interne della facolt, le manie delle vecchie bi-
bliotecarie, le sciocchezze che combinavano. Capii su-
bito che, nel folto di tutte quelle chiacchiere, eravamo
incamminate verso una meta precisa. Voleva dirmi
qualcosa e aspettava il momento giusto, o almeno vo-
leva darmi la sensazione di una normale conversazione
prima di gettarsi sull'argomento.
Non mi sbagliavo. Concentr subito gli aneddoti del
lavoro sulle questioni riguardanti la biblioteca. Aveva
fatto male i suoi conti, non era capace di muoversi nei
dintorni del suo segreto in modo casuale, e cos scelse
la via diretta. Si era scopata un inserviente della fa-
colt. Se lo era scopato vivo, tutto intero, in un sol
boccone, e poi l'aveva degustato cellula dopo cellula,
goccia a goccia. Credo che lei fosse capace di elo-
quenza solo in tema di sesso.
Era facile immaginare perch avesse scelto proprio
me come depositaria delle sue confidenze, e non Ber-
ta, Ramona o qualunque altra delle vergini sagge. Io
non le avrei mosso alcuna critica e, con un po' di for-
tuna, non le avrei detto nulla di nulla. Eppure, aveva
bisogno di raccontarlo, aveva bisogno di una parete per
far rimbalzare le proprie esperienze, e per essere certa
di averle vissute. Era la sua prima infedelt.
Che tipo ?
Rimase a fissarmi per un attimo, non capiva la do-
manda. Logico, era una domanda strana, ma nemmeno
io avevo la minima idea di cosa volessi sapere.
Non lo so rispose. E' uno dei ragazzi assunti da
poco. Porta i pacchi di libri nuovi, gli ordini...
-E' bello?
Si strinse nelle spalle e ci pens su. Mi guard sorri-
dendo, come se in quel momento si stesse raffigurando
la scena che aveva vissuto.
Ci siamo ritrovati nel magazzino. Non potevamo
nemmeno chiudere la porta perch da dentro non ha la
maniglia. Ci siamo infilati fra gli scatoloni, ma se fos-
se entrato qualcuno, ci avrebbe beccati di sicuro. Fuo-
ri, la gente continuava a salire e scendere le scale, a par-
lare nel corridoio.
Era la prima volta che la clandestinit le pareva ecci-
tante, o forse era la prima volta che si trovava in una
situazione di clandestinit. La figura del suo partner ri-
maneva in secondo piano, come se non le interessasse.
Ebbi la sensazione che non si fosse nemmeno doman-
data se fosse bello o brutto. Pensai che nemmeno il ses-
so in s le avesse fatto la minima impressione.
Praticamente sotto il naso della capo-bibliotecaria.
Lo ripeteva come se fosse questa la cosa pi impor-
tante.
So che  assurdo dirlo, ma la verit  che quella storia,
cos come Sara la raccontava, mi deludeva. Era come se
avesse perso l'innocenza. Fino a quel momento, la se-
gretezza del sesso, il senso del proibito, qualunque
cosa circondasse l'incontro in s, era del tutto indif-
ferente alla mia amica. Ora, che quel ragazzo fosse un
dipendente della facolt, pareva essere l'unica cosa
che le interessava. Alla fine era caduta anche lei nella
finzione, nella furtivit. Aveva perso di vista l'essen-
ziale. Il piacere si disperdeva, si frammentava in ele-
menti spuri. Lei stava per smarrire una delle sue prin-
cipali attrattive: il disprezzo di ogni influenza, di qua-
lunque influenza. Da quel momento si trasformava
in una donna qualunque, che ha degli amanti per non
stare sola, per dimenticare le frustrazioni, per sentirsi
valorizzata, per sperimentare il rischio, per provare te-
nerezza come sostituto dell'amore.
Non mi piaceva. Non riuscivo a immaginare quali ri-
percussioni avrebbe potuto avere un cambiamento del
genere sulla sua vita, ma ero sicura che ne sarebbe se-
guito qualcosa di negativo. Tentai pi volte di inter-
rogarla discretamente sul fisico di quel ragazzo, sul-
l'intensit dell'incontro, ma lei rimaneva fissata sui pe-
ricoli che minacciavano la sua scopata selvaggia. Ave-
va perso la facolt di apprezzare un uomo nudo.
Per tutto il periodo che durarono gli assalti nel ma-
gazzino pieno di libri, Sara mi chiamava di tanto in
tanto per telefono, e qualche volta ci rivedemmo. La
sua relazione con l'inserviente non subiva variazioni n
si evolveva in alcun modo. Si incontravano, cercavano
un momento libero, sparivano nel magazzino e ne rie-
mergevano dieci minuti dopo per riprendere i rispettivi
lavori, come se nulla fosse. Le sole differenze nei re-
soconti piuttosto laconici che mi faceva erano i vari pe-
ricoli sventati. Il giorno che sentirono qualcuno entrare
nel magazzino e avevano dovuto nascondersi dietro una
pila di scatoloni. O quando era mancata la luce in
tutta la facolt e si erano visti costretti a rivestirsi pre-
cipitosamente al buio per paura che qualcuno si facesse
domande sulla loro assenza una volta finito il black-out.
I suoi erano racconti assolutamente antieroici. C'erano
sempre pantaloni ridicolmente abbassati, cartoni che ce-
devano sotto la violenza dei colpi e finivano per crol-
lare con tonfi inopportuni. Non vi era mai nulla di bel-
lo, di entusiasmante e nemmeno di divertente. Tutto
sembrava presieduto da una degradazione grottesca. Io
mi trattenevo dal farle domande importanti, ma un
giorno decisi di spararle a bruciapelo:
Non sei felice con tuo marito?
A lei la questione pareva irrilevante e mi rispose con
aria seccata:
S, per non c'entra.
Non era disposta a lasciarsi trascinare su quel terreno,
e si comportava davvero come se avesse a che fare con
due cose diverse, come se avesse la facolt di dividere
la propria vita in compartimenti stagni.
L'interpretazione di tutto poteva essere molto semplice,
pensando al carattere di Sara. Con quel barboso di
Adrian si annoiava, e aveva deciso di prendersi qualche
distrazione dedicandosi all'attivit che pi le piaceva:
il sesso. Ma qualcosa non quadrava, e non mi sfuggiva
una certa degradazione nella mia amica. Mentiva a se
stessa se pensava di essere felice, e vi era nella sua in-
fedelt un che di autopunitivo. Perch tutto doveva es-
sere cos brutto, cos volgare, cos privo di fascino? Per-
ch diavolo doveva rinchiudersi con un tipo squallido
e muto che la scopava con i pantaloni alle ginocchia?
Senza contare il rischio. Una cosa  che tuo marito sco-
pra che lo stai tradendo, un'altra che un collega ti
sorprenda a scopare contro il muro dentro un magaz-
zino. Sara aveva valutato i possibili danni di uno scan-
dalo del genere nella sua vita? I pettegolezzi, le criti-
che, lo scherno... E tutto questo nel migliore dei casi,
perch poteva capitare che qualcuno ne parlasse con la
direttrice della biblioteca, con il preside, con il ma-
gnifico rettore in persona, e allora lo scandalo avrebbe
avuto conseguenze istituzionali.
E il suo collega? C'era da fidarsi? Non si sarebbe
stancato prima o poi di essere trattato come un toro da
monta, di essere relegato nel retrobottega? Lei sapeva
come si chiamava, almeno?
Ma certo, si chiama Toms. Fa sempre il turno del
mattino.
Forse non mi comportai nel modo giusto. Se fossi
stata una vera amica, come lo erano Berta e Ramona,
l'avrei sondata pi a fondo, le avrei messo sotto gli oc-
chi la sua imprudenza, o perlomeno l'avrei pregata di
valutare i rischi di un'avventura cos poco romantica.
E invece fui irremovibile, le raccomandazioni delle
amiche l'avevano spinta a un ridicolo matrimonio che,
com'era da prevedersi, faceva acqua da tutte le parti.
Non intendevo contribuire a rappezzare qualcosa che
non aveva rimedio. Eppure, se davvero fossi stata co-
s sicura del mio ruolo, avrei dovuto chiamarmi fuori
completamente. Ma non lo feci. Quel che feci fu la-
sciarmi trascinare dalla curiosit e andare una mattina
in facolt senza che Sara lo sapesse. Volevo vedere che
faccia avesse quel tipo. Mi giustificavo dicendomi che
desideravo solo capire meglio quella storia e che, ve-
dendo come fosse fatto quel Toms, avrei avuto degli
elementi in pi. In realt morivo dalla voglia di vede-
re com'era, com' uno che si chiude per un quarto d'o-
ra a scopare fra scatoloni di libri senza dire una paro-
la, un giorno dopo l'altro.
Era difficile passare inosservata, ma cercai di rimanere
nel corridoio mimetizzata fra gli studenti che entrava-
no e uscivano dalla biblioteca. Proprio mentre comin-
ciavo a domandarmi, allarmata, che cosa diavolo stessi
facendo, vidi un ragazzo che spingeva un carrello cari-
co di scatoloni. Cominciai a seguirlo e, un attimo dopo,
come per dissipare ogni mio dubbio, un collega che usci-
va dal magazzino lo chiam: "Toms!". Lui si volt e
potei vederlo bene in faccia. Era un tipo normale, un ra-
gazzo banalissimo sui venticinque anni, magro, di me-
dia statura, castano. Un ragazzo qualunque in abiti
da lavoro grigi: pantaloni e casacca. Sul colletto porta-
va un piccolo distintivo del Real Madrid.
Negli attimi in cui lo ebbi a tiro cercai affannosamente
in lui qualcosa di speciale, un segno di originalit, qual-
che tratto di bellezza... ma non ne aveva. Non era n
brutto n bello, n gradevole n sgradevole. Non pos-
sedeva l'evidente fascino selvaggio dell'ecuadoriano,
n l'ironia incendiaria che avevo visto negli occhi del ga-
gliego che si lasciava fotografare nudo, n il sex-ap-
peal di cui senza dubbio erano dotati tutti gli uomini con
cui lei era stata prima del matrimonio. Non aveva nulla
a che vedere con la sua pregiata collezione. Avevo ra-
gione: quel ragazzo era entrato negli annali della sua vi-
ta per motivi diversi dai soliti, non era in grado di pas-
sare la prova, non era una bella pietra preziosa da in-
castonare nella sua corona di regina del piacere, della
sensualit, del godimento della bellezza virile.
Quella scoperta mi rattrist, e mi convinse che Sara
non sarebbe mai tornata quella che era, mai pi.
Chiunque avesse interpretato quell'avventura come
un tentativo di tornare indietro, come un atto di ri-
bellione, come il primo passo verso l'abbandono del tet-
to coniugale, si sarebbe sbagliato. Senza una ragione
precisa, gi allora ebbi la sensazione che Sara volesse
punirsi, e anche dimostrare a se stessa che non aveva
perso poi molto con il matrimonio.
Andare in facolt per spiare l'amante della mia amica
non era stata un'impresa di cui andare orgogliosa, ma
nemmeno mi rimproverai troppo per averlo fatto. Mi
era servito per chiarirmi le idee. E poi, se tutta quella
storia era pura follia, io, in un certo senso, mi ero li-
mitata ad adeguarmi all'insensatezza generale. Nel
frattempo, Berta mi trasmetteva le sue impressioni
positive sulla nuova vita di Sara:
Le va tutto cos bene! Hanno una casa perfetta e pia-
cevole. Devi riconoscere che Sara  riuscita a liberarsi
da se stessa. Se avesse continuato per la sua strada, ri-
scherebbe di finire in manicomio prima dei qua-
rant'anni, o peggio ancora.
Non ha terminato gli studi.
Questo  il meno. Li terminer. Dalle tempo. L'impor-
tante, per il momento,  che si abitui alla normalit.
L'importante era che ciascuno fosse ben sistemato in
un angolo dove non desse fastidio. Ogni cosa al suo po-
sto. Era come riordinare una stanza e mettere via
tutti gli oggetti lasciati in giro. Adesso Sara era per-
fettamente riposta nel suo cassettino. Non doveva fa-
re altro che restarsene l, ferma e tranquilla. Per lei
non stava ferma, anzi, si agitava in un magazzino pie-
no di libri, accoppiandosi con un tizio qualunque dai
calzoni calati. Paragonavo mentalmente la versione
di Berta con la realt di cui io ero al corrente e mi ren-
devo conto che la cosa non poteva continuare. Da un
momento all'altro tutto sarebbe andato in pezzi. Quel-
l'incastellatura non avrebbe potuto resistere a lungo agli
attacchi esterni. Ma mi sbagliavo. Adrian si stava for-
se accorgendo di qualcosa? Trovava che Sara era stra-
na, assente, a disagio, negli ultimi tempi? Un mistero
da chiarire, sebbene io sospettassi che non si accorge-
va di un bel nulla. Era troppo occupato a teorizzare sul-
la realt. Neppure qualche giorno fa, quando  venuto
a trovarmi, pareva essersi reso conto di chi avesse
sposato.
Mi domando se negli ultimi tempi provasse una sof-
ferenza continua o se abbia preso la sua drastica deci-
sione in un momento particolare, in un raptus im-
provviso.
Lo guardavo, rendendomi conto che capire Sara non
era difficile soltanto per me. Quell'uomo, pur convi-
vendo con lei per anni, non era riuscito a risolvere l'-
nigma. Era patetico. Che cos'aveva fatto per tutto
quel tempo? Si era mai domandato che cosa si agitas-
se in quella testa di riccioli scuri? Sara gli aveva mai
dato la minima opportunit di affacciarsi dentro di lei?
Di cosa diavolo parlavano in quella casa cos perfetta e
piacevole? Si guardavano e si salutavano cortesemen-
te come se si fossero incontrati sull'autobus?
L'attuale moglie di Adrian ha un'aria solida e disin-
volta. Conosce perfettamente le coordinate entro cui si
colloca. Si muove con sicurezza nel mondo, e sembra
sia lei a mantenere i legami con la realt e con le per-
sone. Lui non  cambiato per nulla, continua a essere
noioso e lento nel parlare, continua a galleggiare nel-
l'aria in modo poco aggraziato. Di tutti gli uomini
che Sara avrebbe potuto scegliersi, Adrian era il peg-
giore, il meno adatto, quello che pi l'avrebbe con-
dannata alla solitudine e all'incomprensione. Non le of-
fr nuovi elementi per orientarsi nel mondo, non le die-
de delle chiavi vere e proprie. La lasci fare e le impart
le sue lezioni di morale, le sue dottrine sui massimi si-
stemi, le sue chiacchiere da caff. Imperturbabile come
un ridicolo Ponzio Pilato, aveva permesso che Sara si
inabissasse nelle spire della propria mente, che non era
strutturata per accettare regole apparentemente normali
per tutti gli altri.
La nuova moglie di Adrian mi strinse la mano al cimi-
tero, con energia e determinazione. Poi mi accorsi di co-
me lo pilotava verso il parcheggio, prendendolo dolce-
mente ma con fermezza per un braccio. Aveva fatto in
modo che non parlasse troppo, che non si impegolasse
in una delle sue interminabili disquisizioni teoriche
sulla vita e sulla morte. L'aveva aiutato a comportarsi
nel modo pi appropriato per l'occasione, contenendo
qualunque accenno di emotivit ed evitando ogni pro-
tagonismo. Lui non era pi nulla nella vita di Sara, e
non doveva esserlo nemmeno il giorno del suo funera-
le. Se era questo ruolo di moglie-guida infallibile quel
che lui si aspettava da Sara, di certo durante il loro ma-
trimonio non aveva avuto la bench minima possibilit
di veder realizzate le sue aspettative. Certo che ormai
Adrian ha messo da parte gli ideali di giovent e ha ri-
nunciato alle sue aspirazioni di missionario. La sua
evangelizzazione aveva sortito risultati nefasti con la
mia amica. Che cosa faceva quand'era con lei? Le re-
citava capitoli interi del Capitale? Le forniva ricette di
cucina? O si limitava a esercitare la pazienza quando
l'arrosto tardava sei ore a comparire?
Quando si osserva il passato in prospettiva,  inevita-
bile che appaia disseminato di errori, eppure in quel ca-
so la soggettivit non c'entrava. Il matrimonio fra
Adrian e Sara era stato un errore enorme, sproposita-
to, fondamentale, il big bang degli errori, da cui erano
derivate, a catena, tutte le altre disgrazie. Se Sara
avesse sposato un uomo pi normale, l'unione non
sarebbe durata neppure due settimane. Ma loro erano
due alieni di galassie diverse che si erano incontrati sul-
la terra senza neppure rendersi conto delle norme che
reggevano la vita degli abitanti su questo pianeta.
Ancora oggi provo una curiosit antropologica riguar-
do alla routine delle loro giornate. Avrei dato qualun-
que cosa per poter accostare l'occhio a un forellino sul
muro e vedere come riuscivano a svolgere le attivit pi
normali: svegliarsi al mattino, leggere l'uno accanto al-
l'altra, prepararsi un caff. Gli arrosti avevo avuto
occasione di contemplarli personalmente in tutta la lo-
ro immensit.
Sara ruppe con l'inserviente due mesi dopo l'inizio del-
la loro relazione, o comunque si voglia chiamare quel
che c'era fra loro. La cosa si svolse nel modo pi pre-
vedibile: in fondo quel ragazzo era davvero normale.
Cominci a sentirsi lievemente frustrato per quegli
incontri sempre furtivi, sempre sottoposti al rischio di
una possibile irruzione di estranei, sempre con i pan-
taloni alle ginocchia. Aveva voglia di stendersi su un
letto insieme alla sua amante, di vederla nuda, di ave-
re un po' di sesso gioioso e tranquillo, meno precipitoso
di quel mordi e fuggi della biblioteca. In fondo mi stu-
piva che avesse sopportato cos a lungo una situazione
simile. Eppure, quella pretesa cos semplice, da aman-
te come Dio comanda, aveva fatto s che Sara scap-
passe via a gambe levate.
Perch? Non mi sembra il caso di spaventarsi. La so-
la cosa che ti chiede  vederti in modo pi civile.
Ah, no, non se ne parla nemmeno. Non voglio mica
una storia con lui!
Credi che sarebbe peggio?
S, certo che sarebbe peggio. E poi avrei la sensa-
zione di tradire Adrian.
Scoppiai a ridere. Quelle scomode fornicazioni nel
magazzino non le davano l'impressione di essere infe-
dele, come se il grado di comfort avesse qualcosa a che
fare con il tradimento. O si riferiva al timore di inna-
morarsi del suo amante?
Hai forse paura di perdere la testa per lui, o che lui
si becchi una cotta per te?
Ma no, figurati,  un cretino, non pensa ad altro che
al calcio e alle moto! E poi ha una fidanzata, si sposa fra
poco. E che non mi va di dovergli parlare, di vederlo
addormentato dopo una scopata... queste cose, sai.
Funziona bene il sesso con Adrian?
S, s, funziona molto bene, ma cosa vuoi che ti dica,
 andata cos, e non ho voglia di complicarmi la vita.
Non voleva saperne di avere dell'intimit con Toms,
non gli dava alcuna opportunit. Per lei non era stato
altro che una macchina portatile per fottere e voleva
che le cose rimanessero cos come stavano. E non le an-
dava che continuassi a farle delle domande, tanto me-
no se riguardavano il suo matrimonio. Non ero auto-
rizzata a intromettermi nella sua vita familiare. Per
questo c'era gi Berta.
A quanto pare Toms ebbe un moto di ribellione, si
arrabbi. Sara non volle raccontarmelo nei particolari,
ma pare che il ragazzo fosse giunto a minacciarla di
far scoppiare uno scandalo in facolt, cosa che poi na-
turalmente non fece. Poi era sceso a pi miti consigli.
Aveva detto che era la prima volta che una donna lo
usava, ma anche se si sentiva buttato via come un
kleenex, non gliene importava, anche lui si era di-
vertito. In fondo aveva agito in modo abbastanza con-
siderato. Agli uomini piace il ruolo del cane abban-
donato dal padrone. Si calano in questa nuova con-
dizione imposta dalla modernit, o dall'ingresso del-
le donne nel labirinto delle crisi personali, autodi-
struzione compresa. Non si sa cosa sia peggio per lo-
ro, se la gloriosa liberazione femminile o il debutto
delle donne sulla scena dei tormenti dell'anima. Ma
non ci stanno troppo male, contrariamente a quanto
si potrebbe pensare.
Gabriel  tornato ieri. Questa volta ha portato un
vassoietto di paste. Sembra sempre pi convinto che si
prepari per lui una nuova separazione. La pittrice
thailandese  di quelle donne che sanno far soffrire.
Tutto si paga. E il mio amico ritrovato sta pagando a
caro prezzo ogni cellula di quell'epidermide senza
macchia. Che tutto si paghi, fa della vita una vicenda
tremendamente prevedibile.
Dice che sono un fallito. Per lei un critico d'arte  un
fallito, uno che non  riuscito a realizzare le sue aspi-
razioni creative e si accontenta di fare a pezzi le ope-
re altrui. Non ti sembra terribilmente ingiusto?
E stupefacente che la sua storia si stia deteriorando con
tanta rapidit. Di sicuro quel che succede fra lui e sua
moglie rimane del tutto fuori dalle nostre oblique
conversazioni. Forse l'atteggiamento di Gabriel, cos fi-
losofico, cos pazientemente scettico, lo danneggia.
Una ragazza non ha bisogno solo di passione a letto,
ma anche di liti coniugali. Una donna di quelle che san-
no far soffrire, deve aver modo di constatare il livello
di sofferenza. Ma Gabriel, dopo aver resistito a tutti i
possibili rovesci sentimentali, non  disposto ad aprire
l'ombrello non appena cadono quattro gocce. Un uomo
a cui una delle ex mogli ha rotto due costole nel corso
di una lite, ha la pelle molto dura. Da una certa et in
poi, dopo certe esperienze, solo i coetanei sono in
grado di capirci, al prezzo di annoiarci un po'. Ma co-
me fai a dire una cosa simile a un uomo che esulta di
ammirazione per una ragazza giovane e bella con cui va
a letto tutte le notti?
Se Gabriel continua a venire a casa mia con tanta as-
siduit, mi vedr costretta a non aprirgli pi la porta.
Detesto essere catalogata fra le donne mature capaci di
ascoltare. C' un che di materno in questo ruolo che mi
impone di respingerlo. Eppure ho paura di vederlo spa-
rire dalla mia vita. Lui appartiene al passato,  un
pezzo della mia biografia che preferisco conservare. Ci
sono momenti, quando ci sembra di non aver lasciato
alcuna traccia del nostro passaggio, in cui un piccolo
promemoria non guasta. I bambini vogliono sapere
dalle loro madri che cosa facevano quand'erano molto
piccoli. Sono avidi di ascoltare le loro avventure perch
non hanno consapevolezza di averle vissute. A me ca-
pita la stessa cosa con i momenti del passato a cui ho
preso parte, anche quelli di cui sono stata protagonista.
E questo, anche se ti colloca piacevolmente nel pre-
sente, ti d un po' di vertigine. Quindi sar paziente,
Gabriel prima o poi dirader le sue visite, e quando la
situazione con la pittrice si sar stabilizzata in un sen-
so o nell'altro, torner a non farsi pi vedere, per poi
ricomparire forse quando un altro nostro amico morir,
o si uccider, e ci ritroveremo al suo funerale.
Ieri lo guardavo mangiare il croissant. Ne staccava le
punte e le lasciava da parte sul piattino. Non ha mes-
so lo zucchero nel caff. Si puliva ripetutamente le lab-
bra con il tovagliolo dopo ogni boccone, e poi, quando
ha finito, si  messo a raccogliere le briciole una per
una mentre parlavamo. E pieno di manie. Lo siamo
tutti, ormai, come quei vecchi televisori che comin-
ciano a non funzionare e hanno bisogno di qualche ma-
novra poco ortodossa per sintonizzarsi: un paio di
colpetti energici, una torsione del cavo, un sostegno al-
l'antenna. La giovane moglie orientale stava pagando il
prezzo della sua scelta. Bisogna essere legati da grande
affetto a un vecchio rottame per non relegarlo in sof-
fitta. I conti cominciavano a non tornarle? Che cosa si
aspettava da lui, l'amore folle e disinteressato della gio-
vent? Questo Gabriel poteva darglielo, ma non avreb-
be mai smesso di strappare via le punte di croissant.
Non sono mai stata molto perspicace in fatto d'amore.
Spesso la gente mi ha sorpresa con i suoi innamoramenti,
disamoramenti o improvvisi cambiamenti di partner. Ep-
pure avevo sempre saputo che alla storia di Sara con
Toms ne sarebbero seguite altre, e infatti cos fu.
Dopo qualche mese che non avevo pi sue notizie, un
giorno lei mi chiam. Voleva parlarmi di una faccenda
confidenziale. Evidentemente mi aveva riservato il
ruolo di ricettacolo delle sue infedelt. Decidemmo di
vederci un giorno per pranzo. Comparve come sempre,
un po' levitante, come se non fosse soggetta alla legge
di gravit.
Si era preparata il suo discorsetto, perch cominci di-
cendo che tutto andava bene: il suo matrimonio, il la-
voro e il resto. Esattamente quel che pensava che le
avrei domandato. Rinforzava i fianchi, dove qualche
rimprovero ragionevole avrebbe potuto colpirla. Do-
veva avere una storia con un orango, perlomeno. E in-
vece no, mi sbagliavo, la sua conquista era ancora pi
incredibile. Si trattava di una donna. Naturalmente, la
mia prima reazione non fu chiederle chi fosse, ma ri-
petere stupidamente: "Una donna?". Ancora una vol-
ta, Sara era riuscita a sorprendermi. Anzi, perfino a of-
fendermi. Che la pi grande seduttrice del paese, la pi
esperta, la pi verace, cambiasse di preferenze ses-
suali mi scandalizzava fino al midollo. Qualcosa deci-
samente non funzionava.
Ma cosa diavolo stai dicendo?
Una donna, dico che sto andando a letto con una
donna.
Aveva alzato la guardia, era pronta all'attacco. Dove-
vo star bene attenta se non volevo che quel che resta-
va della nostra amicizia andasse in pezzi in quel preciso
istante. Inghiottii la sorpresa.
Be', se dici che ci vai a letto, almeno significa che
non lo fate in un magazzino.
Si mise a ridere, grata del mio umorismo acquiescente.
La sola cosa che potessi fare era lasciarla parlare, e vi-
sta la sua abitudine al laconismo, nemmeno questo
mi garantiva di saperne di pi. Ma, a suo modo, lei mi
inform.
La donna in questione era una docente del diparti-
mento di francese. Aveva pi di quarantanni, non era
sposata. Impossibile sapere se andare con le donne
fosse la sua tendenza naturale, anche se poi supposi di
s. Che altro potevo supporre? Sara l'aveva conosciu-
ta mentre rivedeva con lei la lista degli ordini per il suo
insegnamento. Avevano chiacchierato a lungo. Quan-
do i volumi erano arrivati, la docente aveva voluto ve-
rificare la lista di persona e aveva chiesto a Sara di rag-
giungerla nel suo ufficio. Una volta l, senza troppi
preamboli, le aveva infilato le mani sotto il maglione e
le aveva massaggiato i capezzoli con perizia.
Un esperimento? Ne dubitavo. Se si fosse lanciata
goffamente su di lei e avesse fatto qualcosa come ten-
tare di baciarla sulla bocca, forse, ma quel massaggio
diretto ed efficace pareva indicare che la docente era
una lesbica naturale. Cambiava qualcosa che lo fosse
o no? S, senza dubbio. Ogni inclinazione sessuale
fuori dei canoni comporta l'appartenenza a un piccolo
club, con i suoi codici, i suoi ambienti, le sue miserie
e le sue insegne. Non era lo stesso che Sara speri-
mentasse un momento di reciproca soddisfazione
con una dilettante, o che invece fosse introdotta
nel mondo coeso e spesso esclusivo del lesbismo,
soprattutto se quel genere di lesbismo rivestiva i
panni della militanza. Sara era proprio il tipo di
persona che pu finire in una setta di cui non cono-
sce nemmeno l'abc. Ignorando ogni cautela psicolo-
gica, tornai a protestare.
Ma Sara, perch?
Come, perch? Perch mi piace come me la lecca, e
mi piace leccargliela! E' divertente.
E questa ti sembra una buona ragione?
Cos'hai? Ti scandalizzo?
No, certo che no, non mi scandalizzava. Oppure s? La
mia era una reazione assurda, me ne rendevo conto, ma
era difficile ignorare la quantit di rischi insita in
quella sua nuova relazione. O forse Sara mi stava
mettendo di fronte ai miei limiti ideologici e morali?
Non era questo quel che faceva con tutti? Era per que-
sto che la gente non la lasciava vivere come voleva?
Magari tutti noi ci sentivamo trattati come piccolo-bor-
ghesi bigotti. Troppe domande. Troppa passione. Do-
vevo ricominciare da capo.
Scusa, ho sbagliato a porre la domanda. Non volevo
chiederti perch.
E allora cosa volevi chiedermi?
Non lo so, Sara, non lo so. Dimmi qualcosa tu.
Io non ho nessuna domanda.
Era davvero su tutte le furie, poche volte l'avevo vista
cos alterata. Avevo commesso un'indelicatezza alla
quale sentivo di dover rimediare immediatamente, e co-
s le chiesi in tono molto pi mansueto di raccontarmi
la storia della sua nuova amante. E lei me la raccont.
Fu uno di quei suoi tipici racconti a zigzag, punteggiato
di osservazioni marginali che a volte lo rendevano in-
comprensibile, pieno di digressioni e titubanze. Quel
che riuscii a mettere in chiaro si riassumeva in questo:
lei si chiamava Claude. In realt era una lettrice di lin-
gua, di quelle inviate direttamente dal governo fran-
cese, e aveva quel posto da sei anni. Non aveva molti
amici. Era vissuta per tutta la vita in provincia, e il
contatto con una grande citt spagnola non le era
troppo piaciuto. Troppa confusione, troppa gente che
andava e veniva, che parlava per telefono, che combi-
nava serate e cene. Lei aveva finito per recludersi nel
suo appartamento, anche se non si trovava male con i
colleghi di lavoro. Era un po' strana. Soffriva spesso di
piccoli disturbi fisici, cistiti, otiti, infiammazioni e
infezioni localizzate. Un inverno era rimasta per una
settimana intera sola in casa con un'influenza che le
aveva fatto venire febbri altissime. Non riusciva nem-
meno ad alzarsi dal letto, e per tutto quel tempo non
aveva mangiato. Alla fine, una collega era andata a tro-
varla ed era rimasta inorridita dallo stato in cui l'ave-
va trovata. Le aveva preparato una minestrina e un po'
di pollo, l'aveva aiutata ad alzarsi e a fare un bagno cal-
do. L'aveva convinta a non fare mai pi una cosa del
genere, a chiamare qualcuno per chiedere aiuto, a te-
lefonare a un medico, a prendersi cura di s.
Claude aveva avuto una vita sentimentale semplice e
tragica. Stava per sposarsi quando il suo fidanzato
era morto in un terribile incidente di moto. Uno scon-
tro frontale con un camion su una strada provinciale.
Era volato per aria e doveva essere caduto su un cavo
o sul garde-rail, perch era rimasto decapitato.
Fin qui giungevano le informazioni raccolte da Sara o,
almeno, quelle che aveva deciso di riferirmi. Nessun in-
dizio su quale tipo di donna fosse la sua amante, qua-
le carattere avesse o cosa volesse dalla vita. Non era
molto, ma bastava per dedurre che Claude aveva cer-
cato di colpire la mia amica cucendosi addosso un
personaggio che muoveva a compassione. Sola, isolata,
cagionevole di salute, con quel fidanzato grondante san-
gue su un abito da sposa che non avrebbe indossato
mai. Un ritratto che ben difficilmente poteva far pau-
ra, ma che a me suscit orrore. Tutta la storia trasu-
dava un che di malsano. Che cosa ci si pu aspettare da
una donna capace di cuocere nella febbre per una set-
timana senza tentare nemmeno una richiesta d'aiu-
to? E quell'episodio del fidanzato ghigliottinato per ca-
so? Per non parlare delle piccole infezioni ricorrenti...
Tutto mi induceva a un rifiuto istintivo, radicale. E
poi, non potevo fare a meno di pensare che quella sto-
ria non fosse vera. Una donna che si getta sugli splen-
didi capezzoli di Sara senza una sola spiegazione do-
veva poter contare su risorse di cui la mia amica non
era stata informata. Non era di certo un'eterna vittima
del destino.
Se tutto ci era inquietante, lo diventava ancora di pi
se si pensa che Sara non pareva agire spinta da motivi
puramente sessuali. Cosa le stava succedendo? Le pia-
ceva proprio tanto quella quarantenne? Quel che lei
aveva sempre cercato era il gioco fine a se stesso.
Quali dei suoi amanti, fino ad allora, uomini o donne,
aveva mai ricevuto da lei la minima considerazione
umanitaria? Il suo non era sempre stato uno scopare
privo della minima solidariet? Che cosa c'entrava
con lei quella cronistoria di disgrazie e solitudine?
La incoraggiai a dire qualche sciocchezza sulle vulve,
belle e sofferenti, a lanciarsi in uno di quei monologhi
trasgressivi e privi di senso con cui era solita esaltare i
suoi amanti occasionali. Ma non ci riuscii. Sorrise de-
bolmente e non abbocc. Evidentemente le fighe non
avevano la stessa carica allegra e trasgressiva delle
verghe. Rimanevano avvolte in un'aura di sacralit
che nemmeno Sara osava infrangere.
Malgrado la sua apparente svolta verso i rapporti uma-
ni, si rese perfettamente conto che io, per la prima vol-
ta, non approvavo una sua relazione. O che, per meglio
dire, la giudicavo. Questo fece s che non mi parlasse
pi della francese, e che nemmeno tornasse sull'argo-
mento. Non ero affatto soddisfatta di me stessa e del
mio modo di reagire, ma alla fin fine sarebbe stato peg-
gio cercare di sistemare le cose, anche perch ero cer-
ta che quella sua storia non fosse che un errore, un
nuovo modo di autopunirsi. L'altro giorno, Adrian, du-
rante la sua visita, mi ha raccontato come fin quella vi-
cenda, della quale io allora non avevo voluto sapere al-
tro, ma che mostrava fino a che punto Sara era capace
di mandare all'aria il suo equilibrio e quello degli altri.
E stato un trauma, davvero, io non avrei mai imma-
ginato che Sara fosse cos dominata dal sesso. Non
ero mai stato curioso del suo passato. E' assurdo, nes-
suno ha un passato cos tumultuoso in giovent, eppu-
re lei lo aveva. Era importante? ti chiederai. Certo che
no, solo che quella sua tendenza la condizionava, e
continu a condizionarla anche dopo il matrimonio. An-
che se l'avessi saputo prima, non sarebbe cambiato
nulla, questo s. Avevo sposato Sara convinto di fare un
ottimo investimento in felicit. Mi piacevano la sua al-
legria e la sua spensieratezza, e la trovavo molto bella.
Non mi rendevo conto di privarla di una parte della sua
personalit importantissima per lei: il gioco sessuale, la
possibilit di avere incontri inaspettati, magari con
partner che non la soddisfacevano pienamente, n la fa-
cevano vibrare. Lei aveva bisogno di quei rapporti
fortuiti, un po' canaglieschi, in fondo. Io allora non so-
spettavo neppure l'esistenza di questo aspetto del suo
carattere. Ero cos preoccupato di capire tutto, di spie-
gare tutto, di farmi un'idea globale del mondo, che non
mi ero dato la pena di arrivare fino in fondo alla per-
sona che avevo accanto. Tu sai com'erano quegli anni,
c'era sempre qualcosa di nuovo in cui impegnarsi: la po-
litica, la trasformazione del Paese, le nuove idee che ar-
rivavano da fuori a un ritmo incalzante. Non capivo
nulla della donna che avevo sposato. A volte mi do-
mando se non l'avessi sposata perch la vedevo come
una ragazza intelligente ma poco complicata, capace di
vivere nel presente senza fughe, senza deviazioni inutili,
una mente del tutto opposta alla mia. Questo mi avreb-
be permesso di dedicarmi all'ingente compito di capire
il mondo. Che assurdit! Ma allora eravamo cos, non
ero il solo a esserlo, se questo mi pu consolare. Anche
se ora non cambia nulla. Un giorno, rientrando da
scuola, a quel tempo lavoravo fino alle due del pome-
riggio, trovai una donna che mi aspettava sotto casa. Mi
riconobbe subito, come se ci fossimo gi visti. Aveva
un'aria strana. Molto asciutta, rugosa, ma con occhi vi-
vi e pieni di malizia che mi fissavano. Disse che era ami-
ca di Sara e che voleva parlare con me. La feci salire.
Non mi diede il tempo di dir nulla, prima che potessi
rendermene conto si era seduta e mi stava coprendo di
accuse tremende. Sara non avrebbe dovuto sposarsi, n
con me n con nessun altro, ma tanto meno con me.
Mia moglie era un essere libero e io, con la mia sola pre-
senza, non facevo che tarparle le ali, forzare la sua
natura, costringerla a una vita squallida e meschina.
Avrei potuto prenderla per una pazza con la mania di
tormentare la gente, avrei potuto dirle di andarsene,
avrei potuto buttarla fuori senza il minimo riguardo. Ma
non lo feci. Rimasi l ad ascoltarla come ipnotizzato e,
colmo dell'assurdo, mi sforzai perfino di capirla. Proprio
cos, di capire lei, una francese che sembrava una stre-
ga, che non avevo mai visto in vita mia e che mi stava
facendo a pezzi. Non di capire Sara attraverso quel che
lei mi stava raccontando, in un discorso disordinato e
vacuo, del resto. Non voglio evadere dalle mie respon-
sabilit, lo vedi, ma penso che allora fossimo tutti
matti, tutti. Quel periodo assurdo di rapporti assurdi,
che volevamo a tutti i costi comprendere e rendere de-
gni, anche se era impossibile, fin per privarci di ogni
prospettiva di vita logica e accettabile. Sta di fatto
che rimasi ad ascoltarla, e a poco a poco capii che Sara
e quella donna avevano una relazione. Lei si chiamava
Claude. Non cercava nemmeno di proclamare il suo
amore o cose del genere, di questo non disse una parola.
La sola cosa che fece fu gettare merda sul nostro ma-
trimonio, con l'intenzione, secondo lei, di restituire Sa-
ra alla sua felicit e al suo stato selvaggio. Mi sput in
faccia cose orribili. Non mi rendevo conto delle mie pre-
tese borghesi su una donna che era fatta per vivere li-
bera? Non vedevo che Sara languiva a poco a poco, co-
stretta a una routine miserabile fra la biblioteca e una
casa deserta di stimoli? Perfino lei aveva una visione pi
profonda della mia sulla realt della donna che era
mia moglie. Poi si dilung nella narrazione di svariati di-
sastri della sua vita e mi parl di un fidanzato acci-
dentalmente decapitato, della sua solitudine e dispera-
zione. Alla fine pensai che fosse una squilibrata e che
Sara la stesse aiutando a uscire dalla depressione. Qua-
lunque cosa pur di non accettare nemmeno per un
istante che mi stesse fornendo degli elementi chiave per
capire mia moglie.
E poi cosa successe?
Sara rientr dal lavoro alle cinque. Venne in sog-
giorno e ci trov l a prendere il caff. Ormai le avevo
perfino offerto un caff. Non disse nulla, non reag. Ti
assicuro che la stavo osservando con pi attenzione del
solito, e che non mosse un solo muscolo facciale. Clau-
de sorrise stupidamente e la salut come se nulla fosse.
Allora Sara, senza aprir bocca, si volt e usc. And a
rifugiarsi a casa di Berta. Fu Berta a telefonarmi, un
paio d'ore dopo, credo tu l'abbia saputo.
S, l'avevo saputo. Me l'aveva raccontato Berta, ancora
inorridita da tutto quel casino. Sara si era sbagliata. Se
stava cercando rifugio, non l'avrebbe mai trovato a ca-
sa della nostra comune amica. Berta era la sua Consi-
gliera per le questioni serie. E la rimprover, la rim-
prover aspramente quando seppe della sua storia con
Claude, quando scopr che stava mettendo a repenta-
glio il suo matrimonio per una lesbica frustrata e stu-
pida. A che gioco stava giocando? Il periodo univer-
sitario era finito. Bisognava dire addio alle rivoluzioni
e alle chimere. Non poteva pi andare a letto con
chiunque le passasse per la testa. A quanto pare Sara
non presentava sintomi di pentimento, ma non riusci-
va nemmeno a raccontare quel che le era successo, e
Berta la sgridava, la sgridava come se fosse sua madre.
Adrian non le chiese troppe spiegazioni, n pens di
trovarsi di fronte a un problema che potesse ripetersi.
Sara era un po' eccentrica e si era comportata in modo
eccentrico mettendosi con quella donna ridicola. Ave-
va perso il senso dei tempi, per un attimo doveva
aver creduto di trovarsi ancora in piena rivoluzione ses-
suale. Ma non era successo nulla di irreparabile. Un col-
po di spugna, e via. A pensarci bene, non era nemmeno
necessario un colpo di spugna. In fondo un'infedelt
commessa con una donna non era nemmeno un'infe-
delt. E poi, chi poteva sapere se l'infedelt ci fosse
stata davvero? La francese non era credibile, n, na-
turalmente, si era lasciata andare a fornire particolari
sessuali sulla vicenda. Da parte sua, Sara si limit a ta-
cere. Non vi furono dunque scogli tangibili e insupe-
rabili, immagini carnali e ossessionanti contro le qua-
li lottare nelle notti insonni.
Anni dopo seppi da Ramona che quella storia, ovvia-
mente, non era finita l. In quel momento si risolse uni-
camente il possibile scontro coniugale. Ma la donna?
Continu a perseguitare Sara per un paio di mesi.
Lei si rifiutava perfino di rivolgerle la parola. Aveva
sviluppato una terribile avversione nei suoi confronti.
Di colpo, l'ombra con la quale Sara si era incontrata
clandestinamente e che non aveva mai assunto per
lei consistenza reale, si concretizzava nel mondo dei vi-
vi chiedendo giustizia. Lei la odi. La odi per avere
osato irrompere nel suo matrimonio a quel modo, ma
soprattutto la odi per aver preso corpo, per essersi re-
sa visibile e quotidiana. Secondo Ramona, per la prima
volta Sara la vedeva realmente, e si domandava cosa
diavolo ci facesse quella nevrotica nella sua vita. La
francese le fece delle scenate in facolt. Brevi mo-
menti in cui riusciva a incontrarla da sola in corridoio,
sulle scale o nel parcheggio. Le chiese perdono, la
preg di continuare come prima, ma si scontr sempre
con il suo silenzio, quel silenzio di Sara che tutti alla fi-
ne avremmo conosciuto, un silenzio compatto, di pie-
tra, senza incrinature, un silenzio che sembrava venirle
da dentro, da un luogo dove nulla risuonava. Era fat-
to di paura, quel silenzio? Di risentimento? Della
convinzione che fosse meglio tacere, tacere sempre? Al-
la fine Claude la lasci in pace. Un episodio isolato di
omosessualit, questa poteva essere la diagnosi. Na-
turalmente non ci fu modo di sapere fino a che punto
il matrimonio fra Sara e Adrian ne fu compromesso.
Nessuno, a quei tempi, riconosceva le ovviet della vi-
ta sentimentale. Ma Adrian dovette accorgersi che la
bella scatola ermetica in cui si rinserrava sua moglie, co-
me una segreta Penelope, conteneva cose che gli erano
ignote, oltre al suo riserbo e alla sua originalit.
Questi fatti cos vistosi, che avrebbero allarmato o
messo in guardia chiunque, rimasero senza conseguen-
ze. Fu necessario qualcosa di molto pi scandaloso, di
molto pi estremo, perch tutti ci rendessimo conto che
qualcosa non andava. Ma non ci fu nessuna mobilita-
zione generale, nessuna chiamata alle armi. Avevamo
perso la capacit di sconvolgerci. La nostra cerchia di
amicizie, sempre pi disgregata, si limit a parlarne, ad
agitarsi un poco. Questa volta non venne coinvolta
solo Berta, ma anche Ramona, che nelle vesti di psica-
nalista fece un primo e timido intervento. Allora s che
Adrian, definitivamente, si sent chiamato in causa, e fu
costretto a rendersi conto che Sara aveva un problema,
e che, logicamente, un problema lo aveva anche lui.
Fu una cosa terribile, terribile, credimi. Non si pote-
va pi minimizzare, relativizzare, era un fatto atroce, per
quel che lasciava intravedere della mente di Sara. Perch
era andata a cercarsi una storia del genere, perch l'aveva
tollerata? Soffriva davvero tanto? Era cos tormentata?
Arrivai a pensare che fosse del tutto insensibile, come un
pezzo di legno. Non mi aveva mai lasciato entrare nella
sua camera segreta, mai, nemmeno affacciarmi sulla
porta, sbirciare dentro. Sotto quella sua debolezza da vit-
tima, c'era una durezza spaventosa. La sua ribellione era
la sofferenza, quella era la sua ribellione.
Non ho voluto ribattere a un discorso che mi  parso
tremendamente ingiusto, anche se parzialmente ve-
ro. Della tragedia che mise fine alle infedelt di Sara,
non conobbi mai tutti i particolari. Quella volta non mi
telefon per raccontarmelo, di me non si fidava pi da
quando mi ero permessa di dirle quel che pensavo. E
mi stava bene. Del resto non sarebbe cambiato nulla se
me ne avesse parlato. Era una cosa troppo grave, trop-
po irragionevole. Credo che se avessi saputo, sarei ri-
masta paralizzata dalla paura, o forse non sarei riusci-
ta a valutare le possibili conseguenze di quella storia e
ne avrei sottovalutato la gravit.
Una sera di novembre, verso le undici, Berta mi te-
lefon allarmata. Si trattava di Sara. Berta era agita-
tissima, sconvolta, e una reazione simile da parte di una
come lei significava che la situazione era davvero mol-
to difficile. Mi diede un indirizzo e mi preg di veni-
re immediatamente. Pedro si offerse di accompagnar-
mi, ma io non volli. La cosa non gli piacque, tutte quel-
le manovre di solidariet fra donne lo infastidivano con
la loro segretezza. Io lo lasciai a casa. Dovevo andare,
che altro potevo fare?
Mi ritrovai in una via malfamata del centro storico.
Una casa fatiscente, con le scale sporche che puzzava-
no di minestra. Uno scenario da thriller. Suonai un
campanello temendo di aver sbagliato indirizzo. E in-
vece il posto era quello. Venne ad aprirmi Berta, bian-
ca come un lenzuolo. Non disse una parola. Mi prese
per un braccio e mi fece entrare, mi trascin lungo il
corridoio facendomi quasi male. Io ero gi seriamente
spaventata. Mi aspettavo di trovarmi di fronte al peg-
gio: Sara morta in una pozza di sangue, Sara penzo-
lante da una corda o, forse, Sara assassina, con l'arma
omicida ancora in mano, Sara che aveva violentato un
minorenne...
La fantasia di ciascuno di noi si basa su situazioni
stereotipate, di rado riesce a raffigurarsi scene precise.
La scena che mi aspettava in quel sinistro apparta-
mento, invece, era precisissima e di una potenza sin-
golare. Sara giaceva su un letto a due piazze, disordi-
nato e sporco. Il suo corpo nudo era cosparso di piccoli
tagli superficiali, forse praticati con un coltellino o con
una lametta da barba. Rimasi di ghiaccio. Il cuore mi
batteva forte e mi si era fermata la circolazione nelle
mani. Non riuscivo a smettere di guardarla. La sua pel-
le bianca, il suo corpo cos bello, le goccioline di sangue
che colavano dai tagli. L'insieme faceva pensare a
certe raffigurazioni barocche di martiri. Berta mi re-
dargu per la mia mancanza di reazioni.
Ma di' qualcosa, per Dio! Non rimanere l a guar-
darla come un'imbecille!
Aveva perso la sua abituale compostezza. Mi raccont
precipitosamente che un perfetto sconosciuto l'aveva
chiamata non pi di un'ora prima. Voleva che andasse
a casa sua a prendersi Sara.
Era ubriaco, o fatto, o qualcosa di peggio.
Che cosa pu esserci di peggio?
Che fosse un pazzo. E credo lo fosse, davvero, un
pazzo pericoloso. Quando gli ho chiesto spiegazioni si
 messo a urlare.
L'hai visto?
S, era qui quando sono arrivata. Credo che qualche
sostanza l'avesse presa. E un poveraccio, uno spostato,
un mezzo delinquente. Non lo so cosa sia, esattamen-
te, ma ti assicuro che faceva paura. Farfugliava, mi-
nacciava, diceva che non voleva vedere mai pi Sara in
casa sua.
Ma com' successo?
Credo che lei andasse a letto con quel tipo gi da un
po'. Sai com', negli ultimi mesi aveva quel modo di
evitarmi, di non raccontarmi quel che faceva... Ma co-
me ha potuto arrivare a questo punto?
Perch non si sveglia?
Credo abbia preso qualcosa anche lei. Ho chiamato
un medico, per ci sta mettendo un'infinit di tempo
ad arrivare. Avr gi capito cosa lo aspetta. Con un in-
dirizzo simile...
E suo marito?
Era a una cena della scuola. Ho avvertito anche
Ramona, ma neanche lei si  ancora vista. Avrei pre-
ferito che quel tizio non mi trovasse. Questo  troppo.
Che cosa manca, ancora, che si metta con un assassino?
Che si rotoli nella merda?
Mi avvicinai a Sara, ma Berta non volle che la co-
prissi con il lenzuolo. Era meglio che rimanesse cos
com'era, nel caso dovessimo chiamare la polizia.
Berta poteva essere sconvolta, ma non perdeva mai la
testa. Sapeva perfettamente cosa fare. Fece di nuovo
il numero di Sara, nel caso Adrian fosse tornato.
Lo trov e gli parl. Sentivo il suono inintelligibile
della sua voce, le inflessioni a volte tranquille, a
volte allarmate. Nel frattempo, osservavo il corpo del-
la mia amica, cos pateticamente esposto. S, si era
spinta decisamente troppo in l con l'autopunizione,
in realt voleva punire gli altri usando se stessa come
flagello. Domandargliene il perch non sarebbe ser-
vito a molto, ormai. In quel momento capii che qua-
lunque cosa facessimo, nessuno sarebbe pi riuscito
ad aiutarla. Era inavvicinabile come un iceberg, so-
litaria, e solo in minima parte visibile, pericolosa, ge-
lida, deserta.
Non volli pi ingannarmi cercando di aiutarla, perch
non potevo far nulla; in fondo temevo di vedermi tra-
scinata anch'io nell'abisso della sua sofferenza, ri-
succhiata dal suo affondare lento, volontario e con-
sapevole. Su quel letto giaceva, in forma di donna, ci
in cui tutti qualche volta avevamo temuto di cadere:
l'incapacit di agire secondo una logica, i morsi divo-
ratori di una frustrazione intollerabile, al tempo stes-
so immutabile ed eterna. Mi spaventai. Colei che era
stata il simbolo della gioia di vivere, della libert, di
una leggerezza che negava ogni regola precostituita,
era ridotta a un relitto, abbandonato nell'insania di
quella stanza dall'aria irrespirabile. Capii che tenersi
lontani da lei era una norma di semplice buon senso,
e inorridii per il solo fatto di averlo pensato. Mi sen-
tii una miserabile, ma al tempo stesso quel pensiero mi
dava sollievo. Se non altro non mi lasciavo influenzare
dalla spettacolarit della scena, e nemmeno dalla
piet. Pensai che la piet fosse da riservare agli animali
indifesi e ai pazzi, non a qualcuno che ha deciso di
schiaffeggiarsi con furia ogni giorno della sua vita
per non aver saputo rinunciare all'impulso irresistibi-
le degli istinti.
Il suo amico risult essere un tossico, naturalmente.
Uno di quei rovinati che sanno essere stronzi e ma-
nipolatori fino al limite dell'umano. Erano due mesi
che aveva una storia con Sara, quando aveva avuto la
bella idea di trasformarla in una Maria Goretti gon-
fia di pasticche e di alcol. Ma lei, dove l'aveva co-
nosciuto quell'angelo della lametta? Perch questo
era stato lo strumento usato per praticarle minu-
scoli tagli su tutto il corpo. Impossibile saperlo, lei
non volle parlarne, e non si lasci mai sfuggire nulla.
Immaginai che quelle vecchie amiche di Sara sempre
ai margini della societ avessero potuto darle una ma-
no nel reclutamento di un tipo ripugnante come
quello. Ma non mi venne nemmeno in mente di dir-
lo. A che scopo, poi? Le ferite erano molto superfi-
ciali e Adrian decise di non sporgere denuncia. Era
meglio chiudere l'incidente e dimenticare il prima
possibile. Sara aveva bisogno di riposare, di riflettere,
di capire dove la stavano portando certi suoi com-
portamenti. Rimase a casa dal lavoro due settimane,
e poi trascorse un lungo periodo di silenzio, senza
frequentare nessuno, senza uscire. Questa volta s,
Adrian rimase scosso.
Non ti immagini che cosa provai. So che  assurdo
ripensarci adesso, quando il tempo ha sepolto tutto,
perfino Sara, ma ricordo bene fino a che punto rima-
si paralizzato. Non mangiavo, non dormivo, e quel che
 peggio, non riuscivo a parlare con lei, a farle delle
domande, ad avviare un discorso che sarebbe stato co-
si necessario. Lei, come sempre, taceva, e la sola cosa
che mi raccont fu il finale della storia. Quel tizio l'a-
veva portata a casa sua e avevano bevuto, avevano
sniffato e fumato in quantit. Poi avevano completa-
to il tutto prendendo delle pasticche, chiss di cosa,
impossibile saperlo. Diceva che da quel momento in
poi non ricordava nulla, eppure ricordava benissimo la
lametta da barba che le scivolava sul corpo. Non ave-
va provato dolore, solo una certa curiosit di vedere fi-
no a che punto sarebbe arrivato quello strano rito.
Terribile, vero? Era stata spettatrice passiva del pro-
prio supplizio, come se la sua coscienza stesse fuori
della sua pelle o qualcosa del genere. Oggi farei di tut-
to per convincerla ad andare immediatamente da uno
psichiatra, ma sai come le vedevamo queste cose, al-
lora, poteva sembrare un intervento punitivo. Eppu-
re non credo che un medico avrebbe potuto aiutarla,
gli psicofarmaci erano ancora poco diffusi. Non so, mi
pareva di poterle dare solo comprensione, di dovermi
occupare maggiormente di lei, di non dover dare per
scontato che la nostra convivenza potesse continuare
come prima. D'ora in poi avrei dovuto osservarla con
attenzione per capire se stesse male o se fosse sana e
vivace. Allora pensai che avremmo fatto bene ad ave-
re un figlio. E, come vedi, funzion. Certo che nes-
suna soluzione pu funzionare per tutta una vita. La
vita non richiede soluzioni ma convinzioni. Pi tardi,
venni meno alla mia tutela. Nessuno pu essere re-
sponsabile di qualcun altro per tutta una vita. E' un ca-
rico troppo pesante.
Perfino Gabriel, che non  certo dotato per l'analisi
delle vite altrui, mi ha detto ieri che la decisione di
Adrian di avere un figlio gli era parsa, gi allora, de-
menziale.
E assurdo. Uno scopre di non riuscire a reggere il pe-
so del matrimonio e degli obblighi che la convivenza
comporta, e cosa gli si prescrive? Una dose maggiore
della stessa medicina. Di male in peggio. Un figlio
era evidentemente la sola cosa di cui Sara non aveva bi-
sogno. Sai cosa penso? Penso che dopo quei felici e ri-
voluzionari anni Settanta abbiamo finito per risolvere
i problemi applicando alla nostra vita gli stessi vetusti
luoghi comuni di sempre, proprio quelli contro i quali
in teoria avevamo lottato. Figli per rinsaldare i matri-
moni e curare le tendenze autodistruttive. Atroce.
Forse  sempre stato cos, forse, in ogni momento
della storia, gli uomini ricorrono agli istinti naturali per
trovare una soluzione: l'amore, i figli, il possesso di og-
getti e beni immobili, mangiare e dormire sotto un tet-
to... Che ne so! Non si spiega altrimenti una simile fes-
seria. In nessuno dei miei matrimoni ho avuto figli.
L'ho sempre rifiutato. Forse  la cosa pi intelligente
che abbia fatto, tu non la vedi cos? Se avessi avuto dei
figli con qualcuna delle mie ex mogli, ora sarei ridotto
all'ombra di me stesso, a uno straccio, sarei uno a
cui la societ si sente in diritto di chiedere responsa-
bilit. E io a questo non sono disposto. Ti sembrer
egoista, ma voglio sparire completamente dalla faccia
della terra il giorno della mia morte. Detesto l'idea che
i miei geni possano continuare a passeggiare liberi per
il mondo quando io sar nella tomba o ridotto in ce-
nere. Mi si rizzano i capelli in testa al solo pensiero che
i miei errori possano sopravvivermi. No, no, basta
cos. Facciamo pure tutte le pazzie a cui ci sentiamo
portati, ma diamoci un limite biologico ragionevole.
Quando morir voglio sparire completamente. Non so-
no disposto a partecipare alla grande presa per il culo
generale. E se a quella ragazza thailandese che ho
sposato viene in mente di avere un figlio mio, le dir
che non se ne parla nemmeno. Mi sono fatto vedere
con lei da tutte le parti, non ho avuto il minimo pro-
blema a prestarmi a giochi poco adatti per la mia et,
ma su questo non intendo transigere, la mia ultima pa-
rola sar no.
Gabriel rivendica il suo diritto a scomparire, rifacendosi
all'esperienza di una donna morta. Intere generazioni fa-
rebbero bene ad adottare il suo punto di vista, portan-
dosi nella tomba tutta la loro discendenza. In questo mo-
do si eviterebbero tanti problemi storici. Anche se cre-
do che sotto questa sua aspirazione filosofica si celino,
come sempre, piccole paure quotidiane. Gabriel teme
che quella ragazza un giorno lo lasci, e teme che lo lasci
perch sa che non sar capace di far nulla per impedir-
lo. Ha esaurito le sue riserve di energia, non riesce pi
a far fronte ai conflitti, riesce soltanto a opporsi in ne-
gativo a quel che pu capitare: non vuole avere figli, e
probabilmente non correr dietro a una donna che non
ha la minima possibilit di accompagnare in un'avven-
tura esistenziale da poco iniziata. Nemmeno io sono di-
sposta ad accettare grandi sfide, e sono molto pi ferma
di un tempo rispetto a quello che non voglio. Tutti
abbiamo sviluppato grandi capacit di negazione. Ri-
fiutiamo con pi decisione di inoltrarci in certi tratti an-
gusti del cammino. E rifiutiamo di saperne troppo degli
altri, troppe informazioni, troppe precisazioni... troppe
ragioni, soprattutto.
L'altro giorno avevo tentato di impedire che Adrian
aprisse il suo ultimo capitolo di giustificazioni. Avevo
fatto di tutto perch non cominciasse, in modo da
non doverlo interrompere. Ma lui non mi ha dato
retta e si  tuffato a capofitto nel suo discorso. Tutto
quel che aveva detto fino ad allora non era stato che
una premessa. Era pronto a consegnarmi il pezzo ca-
pace di risolvere il rompicapo che lui pensava tutti noi
avessimo in mente e morissimo dalla voglia di risolve-
re. Ma si sbagliava. Di tutta quella storia finita in
tragedia, quel che meno mi interessava erano i motivi
per cui Adrian aveva lasciato Sara quando la figlia di
entrambi aveva appena tre anni. Me ne fregavo. E poi
l'essenziale lo sapevo gi: si era innamorato di un'altra.
L'aveva sposata ed erano andati a vivere a Strasburgo,
abbastanza lontano perch ogni problema gli arrivasse
attutito, ammesso che arrivasse. Che importanza po-
teva avere tutto il resto? Le sottoragioni, le metara-
gioni, le ragioni pascaliane del cuore? Poi ho pensato
che fosse meglio lasciarlo parlare. Di sicuro non l'avrei
pi rivisto, e aveva scelto me per liberare la sua co-
scienza di qualche peso. L'avevo lasciato fare. In ogni
caso quel che mi aveva raccontato era del tutto irrile-
vante, non era certo un colpo di scena, di quelli che
cambiano il finale della pice e lasciano lo spettatore a
bocca aperta.
La situazione di Sara nel periodo della separazione non
era difficile da immaginare. Tre anni prima avevano
avuto una bambina bellissima, un incantevole beb che
pareva aver messo fine a tutte le sventure. Berta era
esultante, e anche Ramona, come tutti gli amici che,
me compresa, andarono a trovare la neomamma al re-
parto maternit. Adrian era orgogliosissimo, da vero
padre tradizionale. Sara, nel suo letto d'ospedale, ap-
pariva stanca, come se avesse appena scalato una mon-
tagna. Eppure aveva quel sorriso beato, abnegato,
che hanno molte madri poco dopo il parto, e che le fa
apparire come sante appena toccate dalla grazia.
Era parecchio tempo che non ci vedevamo, ma ci ba-
ciammo con affetto. Le regalai un vestitino minuscolo
per la bambina. Era verde e bianco, con un grosso fioc-
co nella schiena. Sara lo prese con tutte e due le mani
e disse:
E' graziosissimo. Sembrer una libellula.
Scoppiammo a ridere.






Pensieri su Adrian.

Adrian, non ti rimprovero che tu l'abbia lasciata. Fi-
gurati. Hai avuto pi pazienza tu di Giobbe, pi di
quanta ne avrebbe avuta chiunque nella tua situazione.
Davvero, Sara era un disastro, e non mi riferisco sol-
tanto alle sue ruspanti scopate adulterine, sempre pi
arrischiate e di bassa lega, con cui vivacizzava la vostra
vita coniugale. Mi riferisco al fatto che non sapeva vi-
vere in modo regolare, organizzato e solido. E poi, non
sapeva imporre la sua originalit. No, lei tentava ad
ogni costo di essere normale e quotidiana, e riusciva so-
lo a essere goffa e noiosa. Te lo immagini che cosa do-
veva capitare nella sua mente ogni volta che andava al
supermercato? Me lo immagino io, lo vedo: un disa-
stro. Tutte quelle file di scatole con le scritte colorate
dovevano significare ben poco nella sua testa caotica.
E tutti quei detersivi. Sbiancante, ammorbidente, lu-
cidante, disincrostante e ravvivante. Un universo che
doveva farle venire il panico, come trovarsi di fronte
al nulla. Ci sono donne che si divertono cos, andando
a fare la spesa, scegliendo questo e quello, fermando-
si davanti alle scatole colorate e prendendole in mano,
leggendo le propriet di ogni detersivo. Riescono a sen-
tirsi protagoniste di un mondo di possibilit. Lei no.
Lei doveva trovare, riflessi in quel mondo, tutti gli ob-
blighi assurdi che le imponeva il suo matrimonio. Lo
so, non c' bisogno che lo dica, se avesse sposato
chiunque altro sarebbe andata ancora peggio. Peg-
gio? Forse no. Perch hai resistito tanto? Perch non
l'hai lasciata nel momento stesso in cui ti sei accorto
che era inadatta alla vita quotidiana? Quanto ci hai
messo a rendertene conto? Sei mesi? Un anno? O non
te ne sei accorto fino alla fine? Dio mio, non sembravi
cos stupido! E invece no, lo eri, uno stupido incapa-
ce. Voglio credere, accettando la tua buona fede, che
ti fossi lasciato ingannare dai tuoi stessi ideali volon-
taristici. Eri disposto a portarti il mondo sulle spalle
come Atlante, e speravi che anche lei avrebbe fatto la
sua parte. Fra tutti e due sareste riusciti a costruire una
vita comune ricca e proficua. A me tutto questo sem-
bra una porcheria. Se volevi una vita normale, avresti
fatto meglio a cercarti una donna normale, equilibra-
ta, ragionevole, con istinti e aspirazioni tipici delle
donne normali. Ti piaceva cos tanto la mia amica? S,
ti piaceva, con il suo corpo perfetto, gli occhi puliti e
la bella capigliatura ebraica. Ma non provavi per lei
quella che si dice una passione. Cazzo! Come pu
provare una passione un piccolo filosofo che spacca il
capello in quattro? " Dobbiamo tentare di capire tut-
to", questa era la tua massima. Non hai mai perso le
staffe, n quando trovavi i biberon in mezzo ai compiti
in classe dei tuoi allievi o i pannolini buttati ovunque.
No, tu dovevi capire, ti era indispensabile giustificare
quel che succedeva in quella testa matta di tua moglie.
Come se mai fossi arrivato a sospettare il suo terrore di
affrontare le cose pi normali, il supermercato e tutto
il resto.
No, mio caro, a ciascuno la sua croce, e la tua era gros-
sa e pesante come quella di Ges Cristo. Con tutta la
tua bont e la tua comprensione, la tua pazienza e il
tuo perdono, non hai fatto che rovinarla. L'acqua che
non devi bere, lasciala correre, e invece tu continuavi
a cercar di fermare con uno stupido bicchierino il
grande fiume che sgorgava da quella sorgente, senza
riuscirci mai. Era come cercare di mettere l'oceano in
una bottiglia, senza riconoscere, ed  questo il peggio,
l'impossibilit dell'impresa. Eri ridicolo! Sembravi
uno di quei matti che vogliono a tutti i costi brevettare
una macchina chimerica e assurda.
Be', non eri il solo ad analizzare, capire, dibattere e
pontificare mentre la realt andava in pezzi sotto i no-
stri occhi. Il brutto  che la realt con cui avevi a che
fare tu era viva, ed era una donna, una magnifica don-
na inafferrabile che non era destinata a nessuno. Lei
era una dea della libert, e la libert consiste non
solo nel poter fare tante cose, ma anche nel non farne
nessuna, se per "cose" intendiamo quel concatenarsi
di banalit che tutti noi ci rassegnamo a sobbarcarci
per vivere. Non ce l'ho con te perch Sara si  suici-
data, niente affatto. Il suicidio mi pare l'unica via di
uscita possibile per lei, quando non era che un'ombra
di quella che era stata o, peggio ancora, di quella
che avrebbe potuto essere. Ce l'ho con te perch mi
pare sciocco e crudele che tu ti sia arrogato il diritto di
prenderti una donna alla quale non avevi il diritto di
aspirare.
Ti eri costruito il tuo teatrino dorato, vero? Le tue le-
zioni, i tuoi allievi, le tue riunioni di docenti... e, al ri-
torno a casa, nella tua dolce casetta, avresti trovato ad
attenderti una donna silenziosa e felice. Allora, la pipa,
la tazza di t, i libri, la musica... un idillio. Un'umile
ambizione che nessuno avrebbe potuto rimproverarti.
Non eri mai stato di quei pazzi che credevano di poter
fare la rivoluzione. Ti eri reso conto che condurre la vi-
ta serena e studiosa di un professore di liceo poteva gi
bastare in questo paese di bestialit e di eccessi. Sei sta-
to saggio, molti hanno finito per fare una vita del ge-
nere senza desiderarla, e ancora oggi portano addosso
il peso della frustrazione. Tu, invece, hai realizzato il
tuo ideale. Con la tua mogliettina bionda, su a Stra-
sburgo, a guardare la pioggia che cade dietro i vetri.
Peccato la complicazione di quell'ex moglie e di quel-
la figlia che non vedi quasi mai, appena qualche giorno
in estate, qualche volta a Natale. Bene, complimenti
per la scelta, ma ci sono cose tue che non potr mai ac-
cettare. Perch hai trascurato la successione logica? Se
uno sceglie la serie: scuola, libri, pipa e moglie, deve sa-
per scegliere anche gli elementi giusti. Non ti  venu-
to in mente, infatti, di dare lezioni di aerobica. Non
leggi libri di Danielle Steel. Non vesti a colori sgar-
gianti. E allora, come ti  venuto in mente di prenderti
una moglie come Sara, l'eroina di un romanzo non
scritto che lei non si era mai proposta di scrivere? Non
c'erano altre ragazze in facolt? Berta, tanto per fare
un esempio. Dinamica, decisa, piena di entusiasmo e di
buona volont. Troppo, per te, vero? Certo, ti attira-
va di pi il velo nero del mistero. Credevi di poter ave-
re lei allo stesso prezzo, e invece no. Le merci rare so-
no molto costose.
Ti sei imbattuto in una delle poche donne allo stato na-
turale rimaste sulla terra. E ovvio che tu non sapessi
cosa fare. Il suo solo difetto fu non avere la forza di ri-
bellarsi. Ma si sa che molte donne sono fatte in questo
modo, sopportano, sopportano e sopportano fino al-
l'estremo limite della decenza e della logica. Tutte
noi, anche le pi ardite, abbiamo la docilit dell'ebreo
durante l'Olocausto. E lacerante ammetterlo, ma 
cos, non riusciamo a far uscire la rabbia e l'aggressivit
che abbiamo dentro. Se almeno Sara fosse stata affet-
ta da ubriachezza molesta e avesse preso a sberle te o
qualcun altro... eppure no, neanche quello, stava zitta
e sopportava, mentre dentro di lei si innescavano pro-
cessi divoratori di cui non sappiamo nulla. Per di pi,
dandole una figlia, le avevi accollato un sacro dovere:
quello di fare la madre. Pi i doveri sono sacri, meno
sono contestati. Nessuno ebbe bisogno di persuadere
Sara che quella bambina costituiva il suo dovere, ma lei
lo credette fermamente o fece finta di crederlo, che per
quanto ci riguarda  lo stesso. Davvero pensavi che un
figlio vi avrebbe dato l'armonia? Che sciocchezza!
Come credere che la soluzione ai problemi dell'Africa
stia nella carit.
Guarda, Adrian, quando sei venuto a trovarmi avrei
voluto dirtelo personalmente tutto questo, ma mi co-
nosci, io non credo nel dialogo, io ascolto e lascio
parlare. Non me ne importa un fico secco della tua sin-
drome di Ted Hughes. Lui, almeno, era un poeta, e tu
sei un piccolo professore del cavolo. E poi, nel suo ca-
so, sono state due le ex mogli suicide. Non ti preoc-
cupare, non sarai perseguitato dalle orde femministe.
Continuerai ad avere la tua porzioncina di senso di col-
pa che ti rode l'anima in qualche raro momento sen-
timentale: una musica che ti smuove dei ricordi, un bic-
chiere di troppo... nulla che non possa essere allonta-
nato con un colpo di spugna di razionalit. La ragione
 dalla tua: chi mai avrebbe potuto rimanere accanto a
una donna cos disastrosa? Nessuno, n pi pazzo n
pi savio di te, nessuno.
Tu non hai capito nulla fino alla fine. E tutto perch
Sara non si  uccisa per una questione filosofica, per il
fallimento di un'utopia, per un pessimismo derivato
dalla storia delle idee. Lei non ha mai inserito i suoi
conflitti nella macchina del pensiero universale. Come
mai Kant pensava tanto e con tanto profitto? Forse
perch era gobbo e non usciva mai a prendere il sole. Il
breve passo che c' fra la vita concreta e i grandi si-
stemi intellettuali rende tutto banale e ripetitivo, qual-
cosa che non si distacca troppo dal comportamento ani-
male. So come puoi spiegarti il suicidio di Sara, anche
se non osi dirlo: "Ha raggiunto l'et matura a mani
vuote, priva di tutto quel che viene riconosciuto come
valido nella nostra societ. Allora, inorridita, invece di
porsi delle domande sul passato e di cercare delle ri-
sposte, come avrebbe dovuto fare, ha preferito to-
gliersi di mezzo per non vedere il disastro della sua vi-
ta. Un lavoro insignificante e noioso, un matrimonio
rovinato, una sequela di amanti spaventosi, una fi-
glia che la odiava... non ce l'ha fatta a sopportarlo". Io
credo che ti sbagli. Sara era cresciuta al di fuori delle
convenzioni sentimentali, al di fuori di tutte le scioc-
che sofferenze della coscienza, al di fuori dell'assillante
domanda sul chi siamo, da dove veniamo e dove an-
diamo. Lei era una Eva incontaminata ed  andata in
pezzi. La sua  stata un'esplosione di dolore. Un gesto
impulsivo e disperato, o forse una tentazione che le si
era ripresentata pi volte. Probabilmente  stata la
stanchezza accumulata per anni. Sola in casa, ha co-
minciato a rigurgitare bocconi di fallimento che non
riusciva pi a mandar gi, n a sputare, e ha preferito
soffocare.
L'influsso di tutti voi, su di lei,  stato letale. Tu, Ber-
ta, Ramona, tutti insieme, l'avete resa desiderosa di
adattarsi. Lei vi guardava, vi vedeva irreprensibili,
ciascuno calato nel suo ruolo. Ramona, assorbita dal
suo lavoro; tu, dignitoso e comprensivo; per non par-
lare delle prodezze materne, sentimentali e professio-
nali di Berta, insuperabili. Berta si mostrava davanti a
lei come la capacit stessa di gestire la vita. Sara non
era consapevole della mediocrit che vi era in tutto
quel che facevamo. Era giunta a credere che la formula
"saper vivere" alludesse alla capacit di maneggiare tut-
to l'armamentario fasullo della socialit e della mater-
nit. Invidiava le donne che salivano sul podio della
gloria materna con una medaglia d'oro sul petto. La vi-
ta per lei era un'Olimpiade della maternit. Sono sicura
che se non avesse avuto figli, avrebbe trovato la libert
necessaria per abbandonarsi a una decadenza progres-
siva e costante, fino a raggiungere quella che viene de-
finita, pedantemente, autodistruzione. Alcol, droga, ec-
cessi d'ogni genere, sesso sfrenato... e invece no, quel-
la maledetta bambina le aveva imposto la sopporta-
zione, fino al suicidio. Immagino si tratti di un feno-
meno comune: tante donne che, lasciate a se stesse, se-
guirebbero il loro cammino fino all'inferno, si piegano
a un inferno altrui per non danneggiare i propri figli.
Scelgono la morte in vita e il suicidio a rate, quando
potrebbero autoimmolarsi in modo lento e piacevole,
creativo. Invece di finire con il fegato allegramente ma-
ciullato dalla cirrosi, dopo aver seguito le libere pulsioni
del loro ego, finiscono per piegarsi alle regole altrui e
vivere un'esistenza miserabile di sacrificio e depres-
sione, fino al momento in cui si ammazzano senza
particolare gloria.
Donne suicide, il catalogo  ben noto: attrici sul via-
le del tramonto, amanti abbandonate, cantanti liriche
rimaste senza voce, vedove inconsolabili, povere ra-
gazze povere, e l'ineffabile Giulietta Capuleti, cos
sciocchina, generatrice di sofferenza fino alla fine. Pos-
siamo metterci anche tua moglie, fra le vittime sacri-
ficali. Mi spiace, Adrian, ma la colpa  tua, piena-
mente tua, non del fatto che Sara si sia suicidata, ma
del fatto che sia arrivata tutta intera fino all'ultimo
capitolo. E senza dire una parola! Questo le fa onore,
la colloca ad anni luce di distanza dalle folle di donne
che cadono nelle mani degli psichiatri, degli indovini,
dei confessori (sempre meno, grazie al cielo) pur di
parlare, parlare, parlare. Donne distrutte dalla tri-
stezza che non riescono a far di meglio che racconta-
re i loro casi a chi voglia ascoltarle, donne che nessu-
no ama.
Se Sara non avesse avuto figli avrebbe conservato in-
tatta la sua forza di Giovanna d'Arco. Il suo organismo
non avrebbe mai prodotto gli umori dell'adattamento,
quelli che secerne il corpo di una donna dopo la ma-
ternit. Sarebbe sopravvissuta in lei la linfa androgina,
giovanile, l'incapacit di riconoscere le verit della
vita, l'innocenza estranea ai meccanismi riproduttivi
della specie. N sangue, n liquidi, n latte. Avrebbe
conservato la sua essenza di amazzone, la vera essenza
della donna. Un corpo lontano dal suo uso economico,
con la bellezza di un albero che d fiori ma non frutti.
I suoi occhi non avrebbero lasciato trasparire la stan-
chezza delle figlie di Gea, quella comunione coatta con
il mondo e con le sue regole pi infime, quell'inevita-
bile accettazione delle gabelle materiali che si esigono
dalle donne: partorire, allattare, nutrire. Sarebbe sta-
ta libera da ogni vincolo con la tragedia delle necessit
animali: la fame, la sete, la mancanza di un tetto o di
un vestito. Ma tu le hai dato un figlio, e la tragedia ani-
male ha aperto le porte alle tragedie astratte: la colpa,
la paura, le domande, la solitudine dell'essere umano.
Povera Sara! Nessuno  disposto a permettere l'esi-
stenza di una donna spensierata e felice. Come se cia-
scuna dovesse assumersi la sua parte di sofferenza an-
cestrale. Tutto questo mi fa schifo, te lo assicuro. Ti sa-
rebbe stato cos facile aiutarla... Sarebbe bastato che la
lasciassi passare accanto a te senza trattenerla. Lei
godeva della sua allegra promiscuit, non vi era sfida in
questo, n provocazione, non era una ribellione me-
ditata e consapevole, la sua. Si limitava a prendere quel
che la vita le offriva, nient'altro. Non sbandierava
nessuna teoria, n edonismi a buon mercato, n filo-
sofie del carpe diem. Semplicemente, le piaceva il ses-
so. Aveva questa sua genialit che chiss da dove le ve-
niva, forse dall'alimentazione ricevuta ancora in fasce,
che ne so... Era una donna normale, mentalmente
sana come chiunque. Di tutte le donne che ho cono-
sciuto, era l'unica a lasciarsi guidare da una bussola vi-
tale precisissima, che le indicava sempre la direzione
della soddisfazione momentanea. Non era una tenera
fanciulla che giocasse in un giardino d'infanzia. Dete-
sto le donne-bambine, che si aggrappano alla loro con-
dizione femminile e la esibiscono come le cosce in un
lupanare.
Da quando l'hai lasciata, ha attraversato diverse fasi,
molto simili fra loro, fino a trasformarsi nell'essere tor-
mentato che alla fine era. Prigioniera dell'impossibilit
di accettare la sua tristezza, mangiava pizze il sabato se-
ra davanti al televisore mentre sua figlia dormiva. Il
gioco funzionava secondo regole altrui che lei non
poteva capire. L stava il nocciolo della questione.
Cercava aiuto perch aveva paura di fare del male alla
bambina se si fosse consumata con l'alcol e con le
droghe. Noi donne siamo cos: speriamo in ogni sorta
di miracoli: psichiatria, divinazione, amicizia, confi-
denze, religione, amore. Tu non hai colpa di questo,
ma non importa, ti odio lo stesso. Se mai ti fai vedere
un'altra volta a casa mia ti butto gi dalle scale.






3.

La bambina era magnifica, tre chili di peso, ciglia
lunghe e folte, un faccino roseo, niente a che vedere
con quei beb rossi come peperoni che sembrano vec-
chietti alcolizzati gi alla nascita. Andai a trovare Sa-
ra in ospedale. C'erano tutti, perfino Gabriel, che le
aveva portato un ridicolo fiore bianco, enorme, un do-
no simbolico o qualcosa del genere. Berta si compor-
tava come se la maternit l'avesse inventata lei. "Essere
mamma  una cosa meravigliosa, non  vero?" ripete-
va continuamente. Io non riuscivo a non leggere nelle
sue parole un sottinteso, come se dicesse: "Perfino una
disastrata come Sara pu godere delle gioie e dei van-
taggi della maternit".
Adrian si muoveva qua e l come un pugile suonato
con un sorriso venerabile stampato sulla faccia. Qual-
cuno fra i presenti credeva davvero che quella bambi-
na potesse mettere fine ai problemi di Sara con il
mondo? Immagino di s, e immagino fossero sinceri.
Tutti tendiamo ad attribuire virt quasi magiche a
certi momenti di passaggio della vita: sposarsi, avere
dei figli, morire... Non lo so, non che davanti a Sara si
aprisse un mondo di possibilit allettanti e salvifiche,
ma almeno un figlio era qualcosa, una variazione di ri-
lievo in un matrimonio che, in altri ambienti pi con-
venzionali, sarebbe gi stato sciolto.
Ma nonostante quella piena di buoni sentimenti, non
potevo fare a meno di vederla fuori posto, Sara, in
quella camera d'ospedale. La camicia da notte bianca
sotto la quale si notavano i seni gonfi, il ventre flaccido
dopo il parto, il pallore del volto... Non riuscivo a rav-
visare in quei disastri fisici nulla che sembrasse pro-
mettere una nuova felicit. E la cosa meno tranquil-
lizzante era il suo volto, esangue, stanco, solcato dalle
occhiaie. Aveva sulla bocca un sorriso fisso che non la-
sciava trasparire nulla. Pensai che si sentisse tenuta a
sorridere in onore della circostanza, per la presenza di
tanti amici intorno a lei, e per riconoscenza, visti i tan-
ti regaletti e vestitini che le avevamo portato. Andai a
bere una birra con Berta all'uscita dall'ospedale, e le
confidai i miei timori. Lei inorrid, anche se in modo
affettuoso e dissimulato.
Tu non capisci, non puoi capire. Quando una donna
ha un figlio si mette in moto dentro di lei un mecca-
nismo ancestrale. Prova sentimenti nuovi, si sente
crescere dentro una grande forza, la capacit di fare co-
se che non avrebbe mai immaginato. E un'esperienza,
o un dono oppure, se preferisci,  solo un istinto, ma
un istinto che d una forza travolgente.
Lei lo pensava davvero, ci credeva, altrimenti non sa-
rebbe stata cos enfatica nella sua spiegazione. Per
lei i figli erano sempre stati una ragione di vita, e
non solo, anche una vitamina meravigliosa, dai poteri
quasi soprannaturali. Nel momento in cui mi esponeva
quelle teorie, aveva gi avuto il primo figlio, un ma-
schio. Eravamo andati a trovare anche lei in ospedale,
e anche lei sorrideva, ma il suo sorriso era molto di-
verso da quello di Sara. Il sorriso di Berta era di
trionfo, di pienezza, di orgoglio. Aveva raggiunto uno
dei suoi obiettivi, e il risultato era l, sotto gli occhi di
tutti. Anche il suo atteggiamento non aveva niente a
che vedere con quello di Sara, che mi era apparso di
sottomissione, di accettazione, di rassegnazione a una
dura prova. E tuttavia, se entrambe, Sara e Berta, ap-
partenevano alla stessa specie animale, quella delle
madri, sembrava quasi impensabile che un atto ripro-
duttivo identico potesse avere effetti cos opposti. Mi
lasciai convincere. Forse il problema era mio. Non
mi rendevo conto del potenziale rappresentato per
ogni donna dalla fertilit del suo ventre. Io non mi ero
mai proposta di avere figli, non perch l'idea si oppo-
nesse al mio modo di essere, ma perch i figli mi
avrebbero impedito di realizzare i miei progetti. A
quel tempo prendevamo molto sul serio la nostra vita.
Berta aveva scelto di dare un ruolo cruciale alla ma-
ternit. Io lo davo alla letteratura. Mi domando se non
stessimo facendo la stessa cosa: cercare delle ragioni per
continuare a vivere.
In ogni caso, non intendevo avere figli. E con Pedro la
situazione non era tanto solida da incoraggiare un
piano di tale portata. Cominciavo a dubitare della
durevolezza della nostra convivenza. Era sempre pi
chiaro che ciascuno di noi si stava costruendo un pia-
no di vita diverso. Le nostre ambizioni professionali ci
stavano a poco a poco allontanando. Forse per lui
questo non era un male. Ancora oggi penso che Pedro
sarebbe potuto andare avanti cos tutta la vita. Il suo
era un lavoro disciplinato e concentrato, che aveva a
che fare con la tecnica e con concetti statici come i vo-
lumi e gli spazi. Il mio invece si nutriva di vita e di
complessit umana e, come un grosso animale mo-
struoso, chiedeva di essere nutrito di esperienze, co-
noscenze, variet, nuove vittime sacrificali sull'altare
dell'ispirazione. Non ero affatto sicura di poter con-
tinuare a vivere una vita ordinata e povera di stimoli
accanto a un uomo che era poco pi di un buon com-
pagno, sobrio ed educato.
Ma questa  un'altra questione, il fatto  che l c'era
Sara, sdoppiata ormai nel suo piccolo alter ego con po-
che ore di vita. Ramona mi raccont, anni dopo, che
un giorno Sara, quando gi era in analisi, le aveva
descritto un'esperienza inquietante:
Non so come, aveva cominciato a parlarmi della
maternit. Non era una confidenza importante. Credo
perfino che volesse apparire allegra e farmi ridere,
con un resoconto particolareggiato del suo ritorno a ca-
sa dall'ospedale. Aveva trasportato la bambina in una
di quelle ceste per neonati, tipo lettino portatile.
Adrian aveva aperto la porta e lei si era infilata dentro
con un po' di paura. Aveva guardato il soggiorno, ri-
masto un po' in disordine dopo la fuga precipitosa in
ospedale. Di colpo notava particolari di cui prima non
si era mai accorta: l'intonaco era scrostato sopra le fi-
nestre, il tappeto aveva delle macchie... E in quel
momento si rese conto di non saper dove mettere la
bambina. Ricordo le sue parole: "Non avevamo deciso
un posto per lei, e se l'avessi posata dove capitava, mi
sembrava che si sarebbe trasformata all'istante in una
di quelle cianfrusaglie decorative che riempivano la ca-
sa e di cui non sapevo cosa fare".
Il senso di colpa influ fin da subito sul suo ruolo di
madre, dissi a Ramona.
E' vero, ma quella confessione fatta come per caso si
spingeva parecchio pi in l. Sara vedeva la sua casa, il suo
spazio, il centro della sua vita, come una trappola. Quel
giorno mi parve di sentire un animale selvaggio parlare
della sua gabbia allo zoo. Angusta, insufficiente e piena di
cose fastidiose e incomprensibili che, paradossalmente, sa-
rebbero dovute servire a farlo sentire bene. Te le imma-
gini le sue piccole sofferenze quotidiane in una casa dove
si sentiva cos a disagio? Che cosa significavano per lei le
tende, i mobili, o quell'angolo meraviglioso in cui tutti noi
amiamo sederci a leggere un libro? Niente, non signifi-
cavano niente, solo un mucchio di ammennicoli da puli-
re e tenere in ordine secondo criteri di cui le sfuggiva com-
pletamente la necessit.
Io avevo sempre saputo che era cos, anche se su un
punto Ramona si sbagliava: le sofferenze di Sara non
erano piccole, erano continue, ossessive, dolorose. So
che si sentiva in carcere, o meglio, come un topo di la-
boratorio costretto a muoversi fra ostacoli misteriosi
posti nella sua gabbietta. Rifare i letti, pulire, cucina-
re. .. tutto era per lei una tortura assurda e meccanica.
Odiava le poltrone, i quadri, i trofei portati dai viaggi,
tutto quel che secondo la gente comune aiuta a vivere.
Eppure, era rimasta l, in quella casa, fino alla fine.
Non aveva mai pensato di poter tornare in un appar-
tamento in affitto come negli anni dell'universit. Un
appartamento pieno di gatti e di mobili altrui, dove for-
se anche sua figlia sarebbe stata pi felice.
Be'... continu Ramona, ... eccola l, con una
bambina in carne e ossa che le pesava come una valigia,
a girare per casa cercando un posto dove sua figlia po-
tesse sembrare qualcosa di pi di un mobile. La prima
difficolt sul suo cammino di madre aveva fatto in fret-
ta a presentarsi, non  vero? Me lo immagino lo stu-
pore di Adrian nel vederla aggirarsi cos, come una son-
nambula. Certo che ne aveva di pazienza, quell'uomo,
oh, se ne aveva! L'idea di dover vivere con una donna
poco dotata per la normalit quanto Sara avrebbe
messo in fuga chiunque, molto prima di lui. La sua re-
sistenza  stata da record.
Forse se lui se ne fosse andato prima, Sara si sareb-
be salvata.
Ma no! Cosa dici? Non c'era salvezza per Sara.
Pu esserci salvezza per chi sovverte le regole, non per
chi non le capisce. Lei era patologicamente passiva. Le
personalit passive hanno bisogno di un messia che le
salvi, e oggi nessuno ha la vocazione del messia,  finita
la pacchia.
A quanto ne so, Sara smise di essere infedele a suo ma-
rito. L'escalation degli amanti distruttivi fin. Non le
servivano pi. Ora aveva sua figlia per autoflagellarsi
con metodo.
In quel periodo tutti gli amici ancora celibi si sposarono.
L'ultimo a farlo fu Gabriel. Spos una certa Regine,
comparsa inopinatamente sulla scena. Una ballerina in-
glese che insegnava danza in una scuola molto chic del-
la citt. Ci lasci tutti a bocca aperta. Un tipo cos
schivo e incontentabile, uno che se ne fregava di tutto,
incontrava una ragazza che non faceva parte della trib
e se ne innamorava al punto da sposarsi nel giro di
due mesi. L'inglese non ci era simpatica, e Gabriel,
che non era mai stato troppo socievole, si ostinava a por-
tarsela dietro dappertutto. In pi lei era di un vegeta-
rianismo radicale. Mangiava solo frutta e verdura e ri-
fiutava tutto quanto fosse fatto di pelle, perfino le
scarpe. Quella sua regola, strettamente osservata, ci
infastidiva moltissimo. I problemi politici e sociali del
mondo ci parevano troppo gravi perch qualcuno potesse
mettere tanto impegno in una questione banale come il
cibo. Non che noi ci dessimo molto da fare per risolve-
re i problemi del mondo, questo  chiaro, ma almeno
eravamo consapevoli della situazione e non cercavamo di
coprire le nostre omissioni con scelte marginali. Erava-
mo una trib dispersa, questo s, ma intollerante.
Regine, con il suo vegetarianismo e animalismo, giun-
geva a limiti imbarazzanti. Si spostava perennemen-
te con un set di padelle dove mai nulla era stato
fritto con grassi animali, e se era ospite in casa di
qualcuno, insisteva nel voler mangiare solo pane e
margarina. Solo cos riusciva a garantirsi la purezza
della sua dieta. Naturalmente Gabriel non la asse-
condava al cento per cento, ma la difendeva da chiun-
que osasse criticarla.
Non disse mai di essere innamorato; a quei tempi si
evitava l'ostentazione, anche minima, dei sentimen-
ti. Ma lo era, sarebbe impossibile spiegare altrimenti
quel che giunse a fare per lei. A un certo punto pen-
sai addirittura che Sara non fosse la sola fra noi ad es-
sersi lasciata catturare in una spirale di disintegrazione
della personalit.
L'inglesina decise per un po' di affiancare alle lezioni
di danza le esibizioni in un locale notturno della citt.
Non si trattava di strip-tease, ma di uno spettacolo di
rivista un po' piccante. Sapeva che una ragazza aveva
lasciato il corpo di ballo a pochi giorni dal debutto e
c'era bisogno di sostituirla. Pagavano bene, e aveva ac-
cettato. Per Gabriel fu l'inizio di una via crucis. Con-
tro ogni convinzione di modernit e apertura, Ga-
briel era geloso. Non riusciva a sopportare che sua mo-
glie ballasse in pubblico seminuda, in uno spettacolo
basso e volgare. Cominci ad assistere a tutte le repli-
che finch Regine non gli chiese di smettere. L'idea che
lui si trovasse seduto in platea, che la fissasse con
sguardo attento e censorio, la imbarazzava e la faceva
sbagliare. Lui non ci and pi, ma la cosa peggior,
perch andava ad aspettarla ogni notte all'uscita degli
artisti con un coltello in tasca, temendo che qualcuno
potesse mancarle di rispetto.
La sua gelosia divenne un'ossessione tale da minacciare
la stabilit del matrimonio. Tutti gli amici di Gabriel,
me compresa, lo criticavano per il suo atteggiamento.
Cosa credeva di essere, un gangster che protegge la sua
donna? Ecco cosa gli capitava, per essersi allontanato
dal gruppo. Soltanto a lui poteva venire in mente di
unire la sua vita a quella di una ragazza cos priva di
cultura.
La cosa mi diede da pensare. Ormai la nostra vita di
studenti era finita. Il tempo in cui avevamo collocato
la realizzazione dei progetti, dei sogni, delle prospet-
tive, era arrivato. E allora, quali frutti stavamo rac-
cogliendo nel presente? Alcuni di noi si erano inseriti
nel sistema senza grande immaginazione, altri vagavano
ai margini in una specie di bohme. Forse non c'era
molto altro da aspettarsi, eravamo arrivati molto in
fretta al capolinea. I nostri propositi non si sarebbero
realizzati, erano cos confusi, cos tinti di ideologia e di
teoria, che non si capiva come avessimo fatto a pren-
derli sul serio. Ispirazioni generazionali, progetti per-
sonali... di che cosa stavamo parlando?
Naturalmente era una situazione che non poteva du-
rare. Ben presto Regine e Gabriel si separarono. Lui ri-
mase gravemente ferito da quel primo divorzio, non
tanto per il fallimento sentimentale, ma per gli aspet-
ti della sua personalit che il rapporto con Regine gli
aveva rivelato. Non poteva negarlo, e a suo merito pos-
so dire che non lo fece. Lui, che voleva diventare un
artista totale, un provocatore e un fustigatore delle con-
venzioni, si era trasformato in un uomo capace di gi-
rare con un coltello in tasca, pronto a sfregiare in
una rissa di strada chiunque tentasse un approccio
indebito alla sua donna. Non fu facile per lui superare
quella consapevolezza umiliante, e quando ci riusc
non era pi lo stesso. Fu assalito dai primi dubbi sulla
propria integrit, e anche dai primi sospetti sulla ge-
nialit della sua pittura. Si pent di tutto quanto aveva
fatto per quella donna, ma soprattutto della quantit di
fagiolini, tofu e frutta biologica che aveva ingurgitato,
di tutte le padelle che aveva dovuto buttare in pattu-
miera perch contaminate dalle bistecche ai ferri. Non
aveva nulla da rimproverare alla sua ex moglie, se
non quell'insistenza sulla purezza alimentare. Conti-
nuava a ripetere, convinto:
Ma secondo te ha senso essere vegetariani e anima-
listi in un paese come la Spagna? No, che non ce
l'ha. Non si possono dimenticare le tradizioni. La
Spagna  un paese dove si ammazzano i tori la dome-
nica, dove ci si riunisce nelle aie a sentir gridare un
maiale sgozzato. Io ho dimenticato la tradizione. L'In-
ghilterra  un'altra cosa. Noi non abbiamo avuto il
tempo di adattarci alla civilt. Come possono essere
compatibili due mondi cos diversi? Impossibile. Pe-
sano sulle nostre spalle troppi secoli di miseria, di vita
rurale, di ignoranza.
Quel discorso cos ben argomentato era anche un ten-
tativo di giustificarsi. I mali di Spagna gravavano su di
noi come le catene di un penitente. Ma era una teoria
che Gabriel esponeva a beneficio altrui, dentro di s
era ferito nella sua autostima.
Dopo la separazione si diede per qualche mese a fre-
quentare le vecchie amicizie. Vedeva Berta, Ramona,
me, e stranamente cominci ad andare a trovare Sara.
Mettevano la bambina sul passeggino e andavano al par-
co, a prendere il sole. Capii subito che con lei si trovava
bene. Con lei non sentiva la necessit di giustificarsi co-
me di fronte a tutti gli altri. Sara se ne fregava dei ma-
li della Spagna. Le sembrava normalissimo che Regine
mangiasse solo verze e datteri, e il fatto che Gabriel ap-
partenesse a un popolo che assassinava i tori le era
del tutto indifferente. E poi, la loro separazione non la
sconvolgeva. Ascoltava e diceva sempre di s. Per di pi,
lei era tutta presa dal suo marasma materno.
Io non la vedevo da tempo, ogni tanto ci parlavamo
brevemente per telefono, ma la trovavo sempre fredda,
distante, come avvolta da una nube di gas ignoti.
Nulla di quel che intuivo mi incoraggiava ad andarla a
trovare, e lei, con la bambina cos piccola, non poteva
certo uscire a bere qualcosa con me. Per questo cercavo
di farmi raccontare da Gabriel che cosa stesse succe-
dendo in casa sua, come conducesse la sua vita di ma-
dre. Ma Gabriel era un pessimo cronista dei fatti quo-
tidiani, ed era del tutto incapace di intuire gli stati psi-
cologici della gente; anche oggi credo che non li per-
cepisca affatto. Cos mi rispondeva con luoghi comuni
e frasi fatte, che non mi dicevano niente.
Come sta Sara? E' contenta della bambina?
S, contentissima. La porta a passeggio tutti i giorni
e la bambina cresce a vista d'occhio. Cos dice lei, a vi-
sta d'occhio.
Ed  capace di occuparsene come si deve?
Cosa vuoi dire?
Be', lo sai, tutte le cose tecniche: i biberon, i pan-
nolini, gli orari...
S, s, certo! E' bravissima. Ha una specie di thermos
che porta sempre al parco. L il biberon rimane alla
temperatura giusta. La bambina lo prende quando ha
fame, cos non c' bisogno di tornare a casa. Sembra
una cosa molto pratica.
Quell'informazione non mi serviva a niente, non mi of-
friva il minimo indizio per capire cosa stesse succe-
dendo. Ma forse i miei timori erano eccessivi e la
maternit era caduta su Sara come un manto benefico,
facendo di lei un'altra donna, capace di prestare alla
sua bambina le cure pi efficienti e affettuose. E for-
se quel manto era cos ampio da dare pace e serenit a
tutta la casa.
Un giorno, finalmente, mi decisi ad andarla a trova-
re. Avevo lavorato tutta la mattina e le telefonai
per farmi offrire un caff, a casa sua. Lei si disse fe-
licissima dell'idea, cos avrei visto quant'era cresciu-
ta la bambina.
Erano quasi le quattro quando arrivai. Sara, contra-
riamente a quanto mi aspettavo, era molto dimagrita.
Aveva i capelli in disordine, poco puliti, e portava
un golf che puzzava di latte inacidito. Tutta la casa era
impregnata di odori: acqua di colonia per neonati,
talco, panni sporchi e aria viziata. La bambina dormi-
va sul divano, dove Sara aveva steso vari asciugamani
di spugna. In effetti era molto paffuta e carina. Aveva
sei mesi. Ci sedemmo al tavolo da pranzo a chiac-
chierare, ma la conversazione procedeva stentatamen-
te. Innanzitutto, eravamo costrette a parlare a voce
bassissima per non svegliare la bambina. Riconosco che
era un piacere vederla dormire, ma non poteva portarla
in un'altra stanza, se sapeva che aveva il sonno tanto
leggero? In ogni caso, sarebbe stato difficile comuni-
care nello stato in cui si trovava Sara. Era assente, an-
siosa, preoccupata. Si alzava ogni cinque minuti per an-
dare a vedere la bambina, che si trovava a due passi da
noi. Se per un attimo riusciva a immergersi nella con-
versazione, di colpo trasaliva, come se si fosse ricordata
di qualcosa di molto importante, e girava lo sguardo
verso il divano con aria allarmata. Era ossessionata da
quella bambina cos piccola, capace solo di mangiare e
di dormire, non c'era bisogno di essere dei campioni di
perspicacia per capirlo. Mi ero ripromessa di non par-
lare di nulla che avesse a che fare con le sue condizio-
ni psicologiche, ma non riuscii a evitarlo.
Non credi di preoccuparti troppo per la bambina? -
le dissi. Lei sorrise enigmatica e rispose:
No, almeno questa volta, devo riuscire.
Tutti i miei timori erano confermati. Sara aveva con-
centrato sulla figlia tutte le speranze di rimediare al fal-
limento della sua vita. Voleva riuscire. Poteva essersi
persa in un labirinto matrimoniale e sociale di cui
ignorava i meandri, ma con la bambina sarebbe stato
tutto diverso. Perfino gli scimpanz hanno dei cuccioli,
e li amano e li curano, non poteva essere tanto com-
plicato. Questa volta, e proprio su un terreno fonda-
mentale, il pi sacro, quello della maternit, avrebbe di-
mostrato di essere brava quanto tutti gli altri, di esse-
re normale. In passato aveva abortito, ma come Berta
le aveva magicamente annunciato, la vita concede a vol-
te una seconda chance, e questa era la sua.
Una partenza delle pi allarmanti. Nulla di buono po-
teva venir fuori da quell'accanimento materno. So-
prattutto se per Sara essere una madre perfetta voleva
dire rimanere costantemente in uno stato d'allerta
inutile quanto stressante. Ma non avevo ancora visto
tutto. Quel pomeriggio aveva in serbo per me delle sce-
ne che facevano presagire il disastro.
Alle sei in punto Sara guard l'orologio e disse:
E' l'ora del bagnetto. Ti piacerebbe vederlo?
S, certo, il bagnetto di un neonato  uno spettacolo in-
timo e gioioso, e mi sarebbe piaciuto moltissimo assi-
stervi. Sara si diresse verso il divano e, sebbene la bam-
bina dormisse ancora, cominci subito a spogliarla.
Proprio come avevo immaginato, la bambina, sveglia-
ta all'improvviso, si mise a piangere, ma Sara non le
bad. Sempre pi ansiosa e goffa nei preparativi, era
decisa a farle il bagno come se ne andasse della sua
stessa vita. Ma la bambina, sempre pi irritata, si
contorceva, tutta nuda fra le sue braccia, mentre lei
cercava di deporla nella piccola vasca di plastica, gri-
dava infuriata fino a diventare paonazza, quasi le
mancava il respiro. E vero che non avevo mai visto
nessuno cos privo di abilit come Sara, ma nemmeno
avevo mai visto un neonato impegnarsi cos a fondo in
una protesta. La tensione era insopportabile, e quando
portai a Sara gli asciugamani che aveva scordato di pre-
parare per la fine del bagno, non vedevo l'ora che
quello spettacolo spaventoso finisse.
Sara asciugava la bambina con movimenti bruschi che
volevano apparire esperti senza riuscirci. Aveva i capelli
arruffati, le guance rosse per lo sforzo. Si ferm un at-
timo, mi guard e, forse per anticipare le mie osser-
vazioni o sventare un rimprovero, disse:
So benissimo quel che sto facendo. Ci sono due
scuole per la cura dei neonati. Secondo quella france-
se  il bambino a decidere tutto. Lo si lascia dormire
finch ne ha voglia e gli si d il latte solo quando ha fa-
me. Secondo quella tedesca, invece, bisogna imporre un
orario preciso che non deve cambiare mai. Adrian ed io
abbiamo scelto quella tedesca.
Annuii con molta seriet. Quelle idee per me erano ara-
bo, come lo erano probabilmente anche per lei. Fran-
camente, nel corso di quel bagnetto, avevo temuto
che Sara, colta da una crisi di follia, finisse per affogare
sua figlia. Ma poi, una volta informata sulle scuole di
puericultura, capii che non sarebbe mai successo nien-
te del genere. Sara aveva scelto se stessa come vittima,
e la bambina avrebbe ricevuto solo di rimbalzo gli
effetti negativi di quell'autoflagellazione sistematica.
La salutai con una certa precipitazione perch non
sarei riuscita a reggere un momento di pi. Ero sicura
che la bambina, crescendo, avrebbe fatto il possibile
per restituire alla madre tutte le sofferenze cui le era
toccato assistere. Dubitavo che un essere capace, a so-
li sei mesi, di protestare con tutta quella rabbia e
ostinazione, sarebbe riuscito a sviluppare un senso di
tranquillit e comprensione del mondo. No, avrebbe re-
stituito tutti i colpi uno per uno, vendicandosi del-
l'aggressivit nascosta in quella dedizione cos impe-
tuosa e ossessiva.
Lasciai Sara in quel soggiorno ridotto a un campo di
battaglia e decisi di non rimetterci piede per molto
tempo. Avevo i miei problemi, e non ero disposta ad
assistere al deteriorarsi della mia amica fino alle estre-
me conseguenze. Perch ormai era chiaro: invece di
rappresentare una salvezza, per Sara la maternit era
l'inizio della fine. La sola cosa che non si sapeva era
quanto avrebbe resistito prima di arrivare al crollo, e
attraverso quali prove sarebbe passata. Non mi sba-
gliavo, anche se  vero che non avrei mai creduto che
potesse durare cos a lungo, e nemmeno che le sue vi-
cende sarebbero state cos variopinte.
In quel periodo Pedro ed io decidemmo di separarci de-
finitivamente. Non vi fu una rottura violenta n una li-
te fra noi. Decidemmo di comune accordo. Ci eravamo
sposati in base a un patto, e ci separammo in base a un
altro patto, o forse al medesimo. Tutto molto civile e
razionale, come gli anni che avevamo passato insieme.
Non avevamo figli n beni in comune, quindi fu faci-
lissimo sciogliere il matrimonio legalmente. Perfino
il giudice, abituato all'anticonformismo che imperava
ai nostri tempi, ci disse con un mezzo sorriso: "Un er-
rore di giovent, non  vero?".
S, pu darsi che il nostro fosse stato un errore di gio-
vent senza importanza, ma non mi aspettavo di pro-
vare un dolore cos intenso. Insieme, ci eravamo crea-
ti delle abitudini, avevamo sviluppato delle manie, e co-
s uscire da tutto quanto e affrontare il mondo da so-
la non mi era facile. Mi resi conto che qualunque re-
lazione sentimentale avessi avuto in futuro sarebbe sta-
ta priva di quel senso di amicizia e crescita congiunta.
Ma me la cavai bene. Avevo pubblicato il mio primo
romanzo e avevo l'impressione che un mondo nuovo mi
si stesse aprendo davanti.
Le mie care amiche furono affettuose e piene di pre-
mure per me. Vedevo spesso Ramona, a pranzo. Ride-
vamo. Come sempre, lei si innamorava degli uomini mi-
gliori, dei veri campioni, i pi belli, i pi brillanti pro-
fessionalmente. Come sempre, non aveva la minima pos-
sibilit di essere corrisposta. E non tentava quasi mai un
avvicinamento, viveva le sue passioni in silenzio. Ma
sembrava che la cosa non le dispiacesse troppo. Le
sue confidenze finivano sempre in tono francamente
scherzoso. Credo che si preparasse a rimanere sola per
tutta la vita. Era sempre pi impegnata nel mondo
della psicanalisi. Il suo studio andava bene, lei era
soddisfatta dei risultati ottenuti con l'analisi didattica,
obbligatoria per l'esercizio della professione, alla quale
si sottoponeva presso un medico argentino. Si affannava
a costruire gli argini per il fiume della sua vita. Imma-
gino che tutti noi lo stessimo facendo.
Berta veniva spesso a trovarmi nella mia nuova casa.
Preferiva non lasciarmi sola in un momento come quel-
lo, sebbene fosse molto occupata con il marito, i figli, la
facolt. A dire il vero, capivo molto bene che Berta
amasse influire sulla vita degli altri. Era pratica, sbri-
gativa, e l'aiuto che prestava era reale. Mi accompagn
a comprare tutte le suppellettili della cucina, che avevo
dovuto lasciare nella casa del mio ex marito. Sapeva col-
locare le cose nella loro giusta dimensione, era portata
a smitizzare. Non c' motivo di fare di una separazio-
ne una tragedia, mi ripeteva. In realt, anche lei stava
pensando alla possibilit di separarsi. Si era sbagliata sul
conto di suo marito, sebbene trovasse ingiusto dirlo in
questo modo. Preferiva vedere la cosa in termini di ade-
guamento. Lui non si adeguava a lei, avevano ritmi di-
versi. Lui vedeva l'esistenza come una lunghissima
successione di eventi, uno dietro l'altro, a bassa velocit,
mentre lei aveva sempre l'impressione che la vita do-
vesse finire l'indomani e che bisognasse fare tutto in
fretta, accelerare. Troppi progetti, troppi impegni, ol-
tre al mucchio di proposte che venivano dal mondo, im-
previste, e che non era il caso di disdegnare.
Berta sapeva quali erano i veri valori della vita, non ave-
va dubbi in proposito. Erano del tutto prive di senso per
lei tutte le domande senza risposta che giungono a un'u-
nica conclusione: la vita  assurda. Pu anche darsi che lo
sia, assurda, ma gi che ci siamo cerchiamo di prenderla
il meglio possibile, cerchiamo di sfruttarne le possibilit
secondo un ordine, pareva affermare Berta con il suo at-
teggiamento. Probabilmente, non ci si scosterebbe trop-
po dalla verit affermando che lei agiva come se la vita
avesse un senso dall'inizio alla fine. Sar anche stata una
posizione poco analitica, la sua, ma si rivelava molto in-
telligente, se per intelligenza intendiamo l'adattamento al-
le circostanze malgrado le difficolt.
A quel tempo aveva gi due figli, e li aveva tirati su
con perizia, dominando bene la situazione. Si avvia-
vano a diventare ragazzi sicuri di s, ben adattati, la-
voratori, con tutte le virt che contano sul mercato pi
o meno invariabile dei valori umani. A me non muo-
veva alcun rimprovero sulle mie scelte. Non che io
avessi un adattamento invidiabile alla vita, ma sapevo
come muovermi in un mondo al quale avevo in parte ri-
nunciato. Non sarei mai diventata una donna pratica,
rampante, assennata. Non avrei mai dato il pi picco-
lo contributo alla lotta per l'emancipazione femminile.
Avevo scelto una via collaterale, marginale, che mi ren-
deva inadatta a impegnarmi in nome dell'intera co-
munit delle donne. La letteratura, il fatto stesso di
scrivere, mi relegava ai margini di tante cose importanti
che sarebbe stato necessario fare. Non avrei mai avu-
to un ruolo di rilievo in un'organizzazione sindacale,
non avrei mai rivendicato soluzioni per i semplici pro-
blemi che tuttavia sono alla base della vita quotidiana.
La mia indole di intellettuale incline alla narrativa
non mi portava a essere impegnata. Avrei mai scritto
un'opera cruciale come il Secondo sesso? Di sicuro no,
mi sarei limitata a confezionare romanzi dal contenu-
to ambiguo nei quali non avrei fatto altro che testi-
moniare dei tanti dubbi che assillano l'essere umano in
quanto tale. Naturalmente non mi dicevo tutto questo
in modo chiaro, ma me ne rendevo conto, recepivo il
messaggio senza possibilit di errore. Non era di don-
ne come me che c'era bisogno. Ma di donne capaci di
lavorare e al tempo stesso di allevare figli sani, donne
abbastanza spiritose da truccarsi o seguire le diete di-
magranti e insieme di riconoscere che queste non era-
no le cose importanti, ma solo abitudini contro cui non
valeva la pena battersi.
Berta mi parlava di Sara. Secondo lei, finalmente la sua
vita funzionava alla perfezione. Adorava la bambina e
si dedicava interamente a lei. Superati momenti di
disorientamento, ora riusciva a dare un senso alle cose
e a comportarsi come tutti, senza alcun bisogno di ri-
correre a strani rituali distruttivi. Andava a lavorare, si
occupava delle faccende domestiche, delle esigenze
quotidiane... era serena. Un giorno che ne parlavamo,
Berta si mise a ridere:
Figurati che sta gi pensando alla scuola della bam-
bina. Non correre, le ho detto,  ancora troppo presto.
Ma lei insiste. Ci credi? Sara impegnata in una cosa del
genere? Chi l'avrebbe mai detto? Ma succede, quando
qualcuno ha dei conflitti interiori, tendiamo a pensare
a soluzioni complesse, quasi impossibili, mentre il se-
greto sta nella massima normalit, e funziona nel no-
vanta per cento dei casi.
La ascoltavo annuendo con un sorrisetto impenetrabile,
non volevo lasciarle capire che non ero per nulla d'ac-
cordo. Anche se non avevo pi rivisto Sara, le tensio-
ni che avevo percepito a casa sua non potevano esser-
si dissipate. Berta non mi aveva chiesto come mai
non mi fossi pi interessata alla nostra amica, e se non
l'aveva fatto era perch sapeva bene come la pensassi.
Da tempo non avevo espresso la mia opinione, ma le
mie idee non erano cambiate. Tutti gli aiuti, i consigli,
le mani tese verso Sara, non erano che una castrazione.
Ma non potevo dirlo, soprattutto perch il concetto
stesso di una Sara non castrata sembrava aprire una ro-
sa di prospettive messe al bando dalla societ: alcoli-
smo, disordine, emarginazione, forse perfino la morte.
Solo a una scettica dedita alla finzione come me sa-
rebbe potuto venire in mente di proclamare il diritto a
una vita cos disastrata. E bello affermare che ciascu-
no deve poter seguire i propri istinti, ma chi si occupa
poi di raccogliere gli sfortunati che cadono lungo la
strada? Cliniche di disintossicazione, assistenti socia-
li che vanno a trovare le vecchiette sole, malattie ve-
neree, aids... No, non avrei combattuto affinch Sara
potesse correre tutti i rischi che la sua personalit
comportava. Forse Berta aveva ragione. Adesso Sara
aveva un marito, una figlia, un lavoro... le cose per cui
la gente vive e si arrabatta. Eppure, chi poteva essere
certo che quel che le passava per la testa la lasciasse
tranquilla? E se avesse patito enormemente per quel
successo sociale che non aveva mai desiderato? Non 
questo alla fine l'importante? Il modo in cui perce-
piamo soggettivamente la realt?
Bene, sono giunta alla conclusione che la nostra mente
funziona in modo abbastanza autonomo, spesso igno-
rando la realt che dovrebbe nutrirla. Io stessa avevo
creduto che la mia separazione da Pedro sarebbe stata
indolore, e non lo era stata. Pi tardi pensai che quel do-
lore sarebbe durato molto a lungo, e invece non dur.
Infine, ero fermamente convinta che non mi sarei pi
innamorata, e invece mi innamorai. Mi innamorai dav-
vero, con un'intensit che mi dimostr fino a che pun-
to il mio precedente matrimonio fosse stato privo di pas-
sione. Che cos'era stato? Un'associazione fra amici,
una convivenza temporanea con un collega? Niente di
paragonabile a quel che provai pi tardi. L'intero pro-
cesso, al quale a volte non ebbi consapevolezza di par-
tecipare volontariamente, dur tre anni. E i miei pen-
sieri di allora, quei pensieri di fondo che costituiscono
la nostra coscienza, furono gli stessi che avrebbe avuto
chiunque al mio posto? Non lo so, ma credo di no, e
questa sensazione di indipendenza e di eccezionalit era
quella che mi riempiva di speranza. La stessa speranza
che mi soccorre quando qualcuno muore in circostanze
tragiche, al termine di grandi sofferenze, consentendo-
mi ancora di credere che la sua mente fosse da un'altra
parte in quei momenti, e che non sia stato orrore n di-
sperazione quello che ha provato.
Purtroppo, il caso di Sara era l'esatto opposto. La
sua vita scorreva perfettamente sui binari prescritti, ma
la sua mente era incapace di provare la felicit corri-
spondente alla situazione. Ne fui certa quando mi te-
lefon tre anni dopo, quando ormai da mesi vivevo con
Armando. Dopo tanto tempo, non mi chiamava certo
per darmi una buona notizia. Ormai aveva associato la
mia persona alla disgrazia, e non era un caso che aves-
se chiamato me. Sapeva che io sapevo. La calma ap-
parente della sua vita non mi avrebbe ingannata. Io so-
spettavo il persistere delle sue pulsioni negative, della
sua irritazione, della sua infelicit. Per questo aveva
cercato il mio numero, per raccontarmi la verit, una
parte della verit, senza deludere nessuno. Io non mi
aspettavo altro da lei, quindi di fronte a me il suo fal-
limento sarebbe stato meno grave. E poi non c'era bi-
sogno di cercare tante spiegazioni, la situazione era ab-
bastanza critica da spingerla a chiamare chiunque:
Adrian la stava lasciando. Se ne andava con un'altra.
Capii che qualcosa di sostanziale era cambiato in lei, o
che qualcosa si era spezzato. Ci incontrammo in un
bar, e non appena fummo sedute, cominci a lamen-
tarsi. Era la prima volta che la vedevo lamentarsi di
qualcosa, non l'avevo mai vista in quell'atteggiamento
tanto tipico di tutte le donne in situazioni simili. La co-
sa non mi piacque. La mia amica cos fuori dall'ordi-
nario, cos originale, era caduta nella trappola della ba-
nalit, e ormai vedeva il mondo come tutti i comuni
mortali.
Da tre mesi era quasi sicura che Adrian avesse un'a-
mante. Aveva cominciato a sospettarlo perch rien-
trava tardi dal lavoro e rispondeva al telefono a mo-
nosillabi, per poi riattaccare subito se lei era presente.
E poi usciva all'improvviso senza avvertire, e stava
fuori a lungo. La cosa la infastidiva e la riempiva di ge-
losia. Un giorno suo marito aveva voluto portarla
fuori a cena, loro due soli, con il pretesto di poter par-
lare a lungo con tranquillit. Da quando erano sposa-
ti non le aveva mai proposto una cena intima in un
modo cos formale, e nemmeno una conversazione
che andasse al di l della consueta comunicazione
quotidiana. Lei aveva capito che era giunto il mo-
mento della confessione.
Era infuriata mentre parlavamo, e mi resi conto che
non l'avevo mai vista cos. N tanto meno l'avevo
mai sentita lamentarsi come lo faceva ora, dopo aver-
mi convocata per farmi delle confidenze e rendermi
partecipe di una storia cos sordida. Era cambiata.
Mi sentivo talmente delusa che cominciai a replicare
prima ancora che fosse arrivata a una conclusione.
Ma, Sara, non capisco perch questo ti infastidisca
tanto, anche tu gli sei stata infedele.
Certo, lo so; e se devo essere sincera non avrei mai
pensato di soffrirne cos tanto. Per  cos, mi sento
malissimo, non so cosa fare.
Forse dovresti lasciarlo in pace, dargli una tregua,
permettergli di vivere la sua storia.
La sua storia? Non ti interessa sapere cosa mi ha rac-
contato?
Ma s, continua pure, parla, ma credo di aver gi ca-
pito che...
Mi interruppe con una manata sul tavolo che fece
saltare le tazze da t. La gente tutt'intorno si volt a
guardarci. Lei abbass la voce e mi fiss con gli occhi
accesi da una ferocia che non le conoscevo.
Si  innamorato di un'altra, lo capisci? Qui non si
tratta di scopare, non  un brutto momento di cui vuo-
le parlarmi per mettere a tacere la sua coscienza. Quel-
la gli piace, fa la traduttrice o qualcosa di simile, una
donna stupenda e tutta d'un pezzo, cos me l'ha de-
scritta. Ma per te  tutto lo stesso, tu ti tieni sempre
fuori dalle cose, da vera intellettuale di merda. Ma co-
sa cerchi nella gente? Ispirazione per scrivere?
Sarebbe stato meglio lasciar perdere, darle ragione,
ascoltarla, cercare di tirarla un po' su e tagliare la
corda il prima possibile. E poi aveva ragione. La defi-
nizione che aveva dato di me non si discostava troppo
dalla realt. Sarebbe stato facile risponderle facendo
proprio ci di cui mi accusava: tenermi fuori dal gioco
e osservare. Ma ormai era impossibile, ero coinvolta
perch la cosa mi addolorava, mi sapeva di presa in gi-
ro, di fallimento. Ero impazzita, o quella era la stessa
Sara con la quale avevo riso fino a cader per terra an-
ni prima, quando mi descriveva le nuove acquisizioni
della sua insuperabile collezione di falli? Erano riusciti
davvero tutti quanti ad annullare la sua personalit fi-
no alla completa cancellazione? Se il risultato finale fos-
se stato un foglio bianco, sarebbe stato ancora passa-
bile, ma non era un foglio bianco quello che avevo da-
vanti, era un orribile fantoccio di donna convenzionale
che chiama un'amica per consolarsi e mettere al muro
il marito infedele. Sara, ridotta a casalinga frustrata e
cornificata? Se davvero si sentiva cos, non aveva il mi-
nimo diritto a venircelo a raccontare, almeno non a
noi, che l'avevamo conosciuta e ammirata come donna
libera, iconoclasta, divoratrice di piaceri.
Ma non riuscii a lasciar perdere. Non stetti zitta, non
le diedi l'opportunit di mettere a nudo la sua anima
tormentata; anzi, in uno sfogo impensabile per me, al-
zai la voce oltre il limite delle convenienze, e le dissi:
Preferisco mille volte essere un'intellettuale di mer-
da che una casalinga piagnona e indolente!
Quegli occhi grandi e neri che aveva, bellissimi, ri-
masero per un momento in sospeso, come se non mi
capissero, come se tutta l'aggressivit che vi era nelle
mie parole non potesse venire da me. Poi fece una di
quelle cose cos tipiche di lei, cos speciali e cos paz-
ze, capaci di mettere fine a ogni discussione salvando
sempre l'amicizia. Scoppi a ridere a crepapelle. Non
era una risata isterica o forzata, ma una risata vera, ir-
refrenabile, che la riemp di rossore. Non riusciva a
fermarsi. Mi contagi e mi misi a ridere anch'io. Poi
fu lei a voler uscire di l per andarci a ubriacare da
un'altra parte.
E cos facemmo, passammo da un locale all'altro be-
vendo cocktail fino a non poterne pi. A un certo
punto della notte mi tradii e tornai sull'argomento
che avevamo abilmente aggirato malgrado la crescente
ebbrezza. Fu un duplice tradimento, perch le diedi an-
che un consiglio, se poteva definirsi consiglio quel
suggerimento dettato dall'alcol:
Vattene, Sara, scappa. Molla tutto e va' via. Ripar-
ti da zero.
E la bambina?
Lascia anche la bambina, se ne occuper Adrian. Per-
ch non ti cerchi un lavoro in un'altra citt?
Lei scosse la testa sorridendo e non volle rispondermi.
Si perse in qualche fantasia strana, o forse nel suo sen-
so del dovere, e poi disse, a voce bassissima:
No, la bambina no.
Anni dopo, Ramona mi rimprover per quella serata,
di cui Sara le aveva parlato, e lo fece molto duramen-
te. Le era parso orribile che io non l'avessi lasciata sfo-
garsi e trovare sollievo alla sua angoscia, che le avessi
dato della casalinga idiota. Ma, con Ramona, era ovvio
che le ragioni psicologiche venissero prima di tutto. Se-
condo lei, la sola cosa che mi preoccupava era quel che
Sara rappresentava per gli altri. Non riuscivo a rasse-
gnarmi al fatto che non esistessero donne libere, senza
alibi sentimentali n ideologici, donne capaci di anti-
conformismo allo stato puro e di passione per i piace-
ri e l'individualit. Per molto tempo ero vissuta nella
convinzione che Sara rappresentasse uno di quei rari
esemplari, e non potendo rinunciare all'idea, preferivo
ignorare la verit. Di quel che davvero provava la
mia amica mi importava ben poco; lei era solo un
simbolo per me.
Ramona aveva ragione e al tempo stesso aveva torto.
Che cosa segna la differenza fra quello che siamo e
quello che rappresentiamo? Dobbiamo per forza ama-
re qualcuno per quello che ? S, certo. Ma lo  quan-
do si mostra agli altri, quando prova dei sentimenti,
quando ragiona, o quando sviluppa il suo monologo in-
teriore nella pi stretta intimit? La psicologia sem-
plifica le cose nel tentativo di spiegare tutto.
In ogni caso, dal momento che quel giorno non ero
ubriaca, n in collera, n mi sentivo emotivamente toc-
cata da quel che diceva Ramona, non feci altro che ri-
sponderle nel modo pi coerente possibile, senza ten-
tare di scusarmi n di difendermi. Indipendentemente
dal fatto che io avessi ascoltato o meno le confidenze
di Sara, tre mesi dopo quella notte finita in sbronza,
suo marito la lasci. Andava a vivere a Strasburgo
con la donna tutta d'un pezzo. Avrebbe visto la bam-
bina un paio di volte l'anno, a Natale e durante le va-
canze estive. Avrebbe passato loro un tanto al mese.
Degli aspetti legali della separazione si sarebbe parlato
pi tardi, quando lui avesse avuto le idee pi chiare ed
entrambi fossero stati in grado di prendere una deci-
sione di comune accordo.
Potrei dire che Sara croll, ma non fu cos. Sara non si
concesse alcun crollo, perch aveva una figlia e doveva
essere la sua ancora di salvezza. Credo che si sentisse
particolarmente tradita perch non aveva mai pensato
al matrimonio come a qualcosa di desiderabile e im-
portante. Era come se qualcuno l'avesse persuasa a tra-
sferirsi agli antipodi per il suo bene e, una volta l, in
un paese sconosciuto, l'avesse lasciata sola, nell'im-
possibilit di fare alcunch, con le navi bruciate. Ma lei
non si rivolt. Berta e Ramona, le amiche a cui aveva
dato ascolto quando le avevano consigliato di sposarsi,
furono di nuovo convocate, consultate, ascoltate e
venerate. Pi di quanto non lo fossero mai state. E la
bambina di tre anni, che gi aveva mosso i primi pas-
si sulla via dell'odio pi accanito nei confronti della ma-
dre, divenne la protagonista della scena per la moglie
abbandonata.
Gabriel mi sta preoccupando. Non mi dispiace che ven-
ga a trovarmi,  una presenza pi che tollerabile. Ma
ultimamente parla troppo, e non voglio che cominci a
considerarmi come una specie di terapeuta silenziosa
che ascolta tutto senza aprire bocca. Dovrei dirgli
qualcosa, contraddirlo di tanto in tanto, ma non so da
dove cominciare. Non dimostra pi entusiasmo di me
per le cose, e mi domando fino a che punto si senta
davvero ferito nei sentimenti come dice. A volte ho
l'impressione che si trascini per la vita di malavoglia,
che sia sul punto di rinunciare all'azione. Mi ha detto
che ultimamente la sua adorata moglie thailandese si in-
furia spesso con lui:
E' come se desse la colpa a me perch non ha otte-
nuto il successo che vorrebbe come artista. Non pu ar-
gomentarlo razionalmente, certo, e allora mi ferisce
continuamente in modo gratuito. E visto che non co-
nosce abbastanza bene lo spagnolo per essere ironica o
per battermi dialetticamente, va su tutte le furie, mi
maledice nella sua lingua, mi insegue da una stanza al-
l'altra chiedendomi spiegazioni della mia passivit.
Non ti immagini fino a che punto riesce ad arrivare, la
collera degli orientali  temibile, credimi. Lo sanno tut-
ti che il carattere orientale  fatto di grandi contrasti,
di brusche impennate e ripide discese che vanno dalla
pi tenera delicatezza alla pi spietata ferocia. All'inizio
credevo che bastasse sopportare e tacere, non accettare
le provocazioni. L'altro giorno si  resa necessaria la fu-
ga, e me ne sono andato di casa. Non ho fatto niente
di speciale, sono andato al cinema e all'uscita ho bevuto
qualcosa in un bar. Al mio ritorno lei si era calmata, e
abbiamo fatto l'amore.
"Mi domando cosa ci sia in me che eccita i sentimen-
ti pi violenti delle donne, gli istinti che si suppone voi
non abbiate. Violenza fisica, aggressioni dirette, pugni
alzati. Le donne mi hanno fratturato le costole, mi han-
no insultato, hanno gridato cos forte da spaccarmi i
timpani, e sono sicuro che se qualcuna di loro ne
avesse avuto il coraggio, mi avrebbe pugnalato, mi
avrebbe piantato una forchetta in un occhio, mi avreb-
be sparato, se avesse avuto un'arma a portata di mano.
S, ridi pure, ma  cos. Sono gentile, comprensivo,
possiedo tutte le piccole virt che dovrebbero facilitare
rapporti distesi, civili. Eppure  inutile, tutte mi pren-
dono a bastonate alla prima occasione.
"Naturalmente sono convinto che la colpa sia mia, del
mio modo di presentarmi agli altri, poco propositivo e
tendente all'inespressivit. Se almeno riuscissi a perdere
il controllo, a piangere, a ridere, a commuovermi, an-
che fingendo, come un attore, con apparente natura-
lezza... Ma  inutile, non ne sono capace, sono flem-
matico, anche se dentro sono roso da mille denti di to-
po. Forse ad altre latitudini nessuno se ne accorge-
rebbe, o tutti lo riterrebbero normale, ma qui... Con la
mia incapacit di reagire ottengo solo che le donne si
sentano poco apprezzate. Loro credono che non le
prenda sul serio, che me ne freghi dei loro lamenti, del-
la loro disperazione".
Be',  un rischio a cui ti esponi volontariamente, non
fai che avviare una relazione dopo l'altra.
Lo so, lo so, immagino che sia per via del sesso. Ogni
volta pensiamo di essere arrivati davvero alla fine della
corsa. Tu non ce l'hai mai questa sensazione? E duro ri-
conoscere di aver gi avuto tutto il sesso che ti spetta.
Penso sempre che passando a un'altra donna si apra un
periodo nuovo della mia vita. Nei primi tempi, mi dico:
"Certo, dovevo ancora provare tutto questo". Il sesso rie-
sce sempre a farci credere che lo stiamo riscoprendo da
capo. Ma d'ora in poi ci penser bene. Non ci saranno
pi nuove relazioni. Una volta che sar riuscito ad al-
lontanare la mia amata pittrice, deporr definitivamen-
te le armi. E finita,  troppo faticoso, troppo doloroso
quando si arriva al fallimento. Non ha senso persevera-
re in una cosa che riesce sempre male. Anche se nutro an-
cora la speranza che questa storia non finisca.
Durante queste conversazioni provavo grande simpatia
per Gabriel. A forza di voler essere sincero con se stes-
so, dimenticava il punto fondamentale, l'impossibi-
lit di conoscere le nostre motivazioni pi intime e, so-
prattutto, l'inutilit di questa conoscenza quando 
quasi certo che, per quanto sappiamo dove stia l'erro-
re, non saremo capaci di evitarlo quando se ne ripre-
senter l'occasione. Non era cos analitico da ragazzo,
con lui avevi sempre l'impressione che stesse passando
di l per caso, che fosse diretto altrove, e che non si sa-
rebbe fermato abbastanza a lungo da degnarti di at-
tenzione. Forse per questo le donne lo aggredivano, per
bloccare la sua mente volatile con un gesto concreto e
inappellabile, materiale.
Devo dire, per, che Gabriel si comport come qual-
cosa di pi di una presenza passeggera quando Sara fu
abbandonata da Adrian. Berta era riuscita a reclutarlo
per la causa. Anche lui ebbe un ruolo in quella vita che
sembrava stessimo costruendo pezzo a pezzo fra ami-
ci. Tutti, da quel momento in poi, ci trovammo qual-
cosa da fare, un compito, una quota nell'impresa di ti-
rar fuori Sara dal baratro e darle la possibilit di ri-
prendersi, anche se non era questo quel che Sara chie-
deva, n l'aiuto di cui avrebbe avuto bisogno. Sara si
lasci cadere a peso morto e lasci che fossero gli altri
a raccoglierla. Berta la sollev con tutta la forza che
aveva e se la caric sulle spalle. Noi ci limitammo a in-
terventi puntuali. In questo modo il disastro che segu
 da imputare a pi di una persona. Povera Sara, il peg-
gio per lei era la singolarit del suo caso. Lei non rap-
presentava nessuno, non era il simbolo di nulla. E
molto meno affascinante il caso della vecchietta che
muore di fame nella sua soffitta perch si  giocata tut-
ta la pensione al bingo, che quello della sua coetanea
che muore di fame in Russia prima della rivoluzione.
Ma chi pu dire quale delle due morti sia pi dram-
matica? Dare una risposta  difficile, se cerchiamo la
verit, ma bisogna riconoscere che sulla vecchia russa
si scrivono libri e si cercano spiegazioni storiche, men-
tre l'esempio della vecchia che butta via la sua pensione
 visto solo come il risultato della demenza. No, non 
cos facile. Sara era la vecchietta del bingo, e nessuna
cornice storica la aureolava di grandezza.
i59
Nei primi tempi dopo la separazione cerc di riorga-
nizzarsi, proprio come Berta le aveva consigliato. Na-
turalmente Berta aveva la sua vita, i suoi doveri e i suoi
problemi, quindi non poteva dedicarsi anima e corpo a
Sara. E poi, l'obiettivo da raggiungere, almeno sul
momento, era che imparasse a vivere da sola e ad al-
levare sua figlia senza l'intervento costante di terzi. Il
tutto fu pianificato come una campagna di aiuti in-
ternazionali a un paese colpito da una calamit naturale
o da una grave recessione. Un paese del Terzo Mondo,
certo, privo dei requisiti minimi di maturit e civilt
per fare da s. Sara avrebbe ricevuto la consulenza tec-
nica di base, un sostegno morale costante e, se la si-
tuazione l'avesse richiesto, un intervento immediato.
E strano, ma tutta quell'organizzazione pareva moti-
vata dalla presunta incapacit della nostra amica di reg-
gere da sola il peso di una famiglia. Era anche un
modo per sopperire alla delusione infertale da un uomo
che, dopo averla spinta ad accettare i parametri socia-
li convenzionali, costringendola a dimenticare i propri,
ora la abbandonava alla sua sorte. In fondo si trattava
di risarcirla di una truffa. Questo dimostra chiara-
mente come nessuno pensasse che Sara avesse davvero
adottato con convinzione gli usi e i costumi della
trib familiare. Ma adesso non era sola, aveva una fi-
glia e un'unica scelta: rimanere dov'era. Come sarebbe
potuta tornare alla vita della sua folle giovent con una
bambina di tre anni a carico?
La cosa pi strana fu che nessuno di noi pensava alla
delusione amorosa. Quelli che sarebbero stati i punti
forti nella storia di una donna normale, vale a dire: il
dolore per l'abbandono, per l'amore tradito, la man-
canza della persona amata, la gelosia, il rancore, tutti
i sentimenti tipici di queste situazioni, parevano non ri-
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vestire la minima importanza nel suo caso. Davvero
nessuno pensava che Sara avesse amato Adrian, sia pu-
re un poco? No, la commedia era stata prima inco-
raggiata e poi accettata in modo abbastanza mostruo-
so, e ancora oggi mi pare contro natura che persone
colte e progressiste come si presume lo fossimo noi, in
piena liberazione post-sessantottesca, fossero state ca-
paci di unirsi in un'impresa cos poco eroica: un ma-
trimonio combinato. E includo anche me nell'obbro-
brio, perch avrei potuto oppormi con voce forte e
chiara e, se non avessi ottenuto nessun risultato con le
mie proteste, avrei potuto andarmene indignata e non
volerne pi sapere di tutti i miei amici, Sara e suo ma-
rito compresi. Ma non avevo fatto nulla di tutto ci,
per questo la colpa  anche mia.
Sara si adatt perfettamente a quel programma di as-
sistenza non scritto n stipulato, ma attivo. Si sentiva
in diritto di esigere da noi un po' di collaborazione. Te-
lefonava, ci dava appuntamento per un t, una chiac-
chierata e, per la prima volta in vita sua, parlava mol-
to. Tutto il resto era scritto sulle Tavole della Legge.
Gabriel prestava l'assistenza tecnica per le riparazioni
di casa, Berta la indottrinava, Ramona le dava sostegno
psicologico, io la incoraggiavo... Credo che in fondo io
fossi l'unica con cui si permettesse di aprire un poco il
suo cuore, di mostrare il suo vero "io". In un certo
senso, le servivo da complice. Mi chiamava, ci trova-
vamo da qualche parte (io cercavo sempre di evitare ca-
sa sua per il terribile senso di claustrofobia che mi su-
scitava) e chiacchieravamo. Era stupefacente come
fosse cambiata. Mentre prima si esprimeva in modo
schematico e non raccontava mai nulla della sua vita
quotidiana, ora lo faceva senza nessuna inibizione.
Parlava. Mi pareva che nelle conversazioni con me
cercasse di esprimere il suo stupore per tutte le cose
che si vedeva costretta a fare nella sua nuova vita di
madre sola.
Mi ricordo di un pomeriggio in cui ci trovammo per
prendere un caff. A quel tempo portava gi la bam-
bina alla scuola materna, e aveva pi tempo. Ma alle
quattro in punto usciva di corsa dal bar per non arri-
vare tardi a prendere sua figlia. Ebbene, mi raccont
come fossero le sue attese davanti alla scuola, come lei
le vivesse. La maggior parte delle madri avevano pi di
trent'anni e si vestivano per andare a prendere i figli
come se stessero andando a un cocktail: ciglia cariche
di rimmel, capelli fissati con il gel, abiti aderenti, tac-
chi alti. Raccontavano istericamente le piccole vicende
dei bambini in casa: abitudini, malanni e avventure
quotidiane. Con le loro labbra dipinte e i vestiti ben
scelti sembravano approfittare, in quel modo assurdo,
dei loro ultimi anni di splendore.
Ho l'impressione che facciano a gara l'una con l'altra,
davvero. Si lasciano dietro una scia di profumi tutti
mescolati che non ti puoi immaginare.
Sara sosteneva che quelle donne dovevano rifarsi del-
le lunghe ore di prigionia imposte dai bambini, delle
orribili constatazioni davanti allo specchio: seni ca-
denti, ventri allentati... Erano consapevoli di essere fi-
nite a popolare una riserva in cui la libert e la sedu-
zione non erano pi a portata di mano, e allora si af-
fannavano a dimostrarsi fra loro di possedere ancora
innegabili attrattive, di essere ancora quotate sul mer-
cato dell'amore. Sara era convinta che fosse una mes-
sinscena degradante, e io le davo ragione. Lei si esclu-
deva dal gruppo, ma l'interpretazione che ne dava im-
plicava una chiara comprensione di ci che spingeva
quelle giovani madri a comportarsi cos: la dispera-
zione. Recisi i vincoli sociali in seguito alla maternit,
dimenticato il loro orgoglio di giovani femmine, col-
tivavano la pianta dell'ostilit e dell'esibizionismo.
Trentenni in piena crisi di ribellione tardiva al cosid-
detto ordine naturale delle cose. Ultimi ardori prima
di rassegnarsi alla decadenza. Una lotta impari contro
i colpi dell'et e ci che questa significa una volta che
ti sei piegata alle norme generali. Primi incontri con la
chirurgia estetica. Mentre lei ne parlava mi venivano
in mente certe suore di trent'anni, soggette ai supplizi
della carne, raccolte in preghiera affinch Dio le liberi
da tanta pena, gli occhi rivolti alle statue di Cristo, che
era carne, con le lunghe cosce nude e le costole sco-
perte. Mi immaginai Sara, silenziosa, in mezzo al ci-
caleccio teso, per nulla tranquillizzante, delle madri, i
loro lamenti per le emicranie, la tendenza alla de-
pressione, la poca voglia di alzarsi al mattino... Lei
non aveva nulla in comune con quelle donne, eppure
tutto quel che dicevano le era familiare. Forse per la
prima volta, con perplessit, si rendeva conto di essere
del tutto fuori posto come giovane madre. I suoi ten-
tativi di integrarsi nel gruppo si limitavano alla pura
presenza fisica, non si sforzava nemmeno di sorridere,
e se provava a dire qualcosa, le sue frasi suonavano
sempre fuori luogo.
Mi sembrano una banda di puttanelle che non ve-
dono un cliente da mesi. Fanno pena.
Pu darsi, ma Sara non fece nulla per allontanarsi da
quel mondo. Andava a prendere la bambina a scuola
ogni giorno, mescolandosi al gruppo delle madri. Cre-
deva fosse suo dovere, lo faceva per sua figlia. Se la
bambina aveva una madre fuori del normale, l'unico ri-
medio era fare in modo che la cosa si notasse il meno
possibile.
Sara era molto volonterosa, sua figlia era la sua priorit,
e qualunque sacrificio si rendesse necessario, lei era di-
sposta a compierlo. All'inizio pensai che quell'atteg-
giamento quasi eroico fosse eccessivo, si dovesse alle
giudiziose esortazioni di Berta, e invece no, nasceva da
un impulso pi profondo e personale. Sara il dovere lo
portava impresso a fuoco in qualche angolo dell'anima,
quella bambina era il suo contributo al genere umano,
e dal momento che l'aveva messa al mondo libera-
mente, senza esservi costretta in alcun modo, si sentiva
tenuta a farne una persona felice, o equilibrata, o so-
cievole, e a darle tutto il necessario perch potesse di-
re un giorno di avere avuto una buona madre.
Io, come ho gi detto, non avevo pi voluto mettere
piede in casa sua. Non mi andava di vederla in azione,
quindi conoscevo appena la bambina. Eppure, avevo
notizie attraverso Berta e Ramona, e il loro rapporto
non andava bene. Certo, Sara si sforzava moltissimo e
cercava di darle tutto il meglio, ma non otteneva buo-
ni risultati. Pareva che la figlia la detestasse e la trat-
tasse con durezza insolita in una bambina cos piccola.
Ramona ne parlava con il suo sorriso di lieve suffi-
cienza quando Berta non era presente.
Cosa vuoi che ti dica, un vero caos! La bambina fa il
bello e il cattivo tempo come se fosse la regina d'In-
ghilterra che passa in rivista le truppe, e Sara  al
suo completo servizio. Non riuscir a cavarsene fuori,
vedrai. Berta  convinta che basti un po' di buona vo-
lont, ma qui ci vuole qualcosa di pi. Sara avrebbe bi-
sogno di un uomo accanto a s, una figura maschile che
metta un po' d'ordine in tutto quel casino.
Ma il peggio era che la bambina la detestava. Piccola
com'era, quando si trovava con sua madre faceva di
tutto per comportarsi male. Faceva capricci, metteva su
il muso, era dispettosa e ne combinava di tutti i colo-
ri. Ramona non aveva dubbi circa l'interpretazione psi-
cologica da dare a quell'atteggiamento:
E come se quella maledetta bambina si rendesse
conto dell'insicurezza di sua madre, come se volesse
fargliela pagare per la sua incapacit. I bambini sono
come gli animali, fiutano il pericolo, le carenze, i disagi
altrui.
La ricetta psicoanalitica da lei proposta non era molto
complicata: Sara aveva bisogno di un uomo che spez-
zasse il maleficio abbattutosi sulla sua casa.
Lo sai come vanno queste cose: o hai un buon pap
o una buona mamma, e poi, a suo tempo, un buon
partner, o sei fregato per il resto dei tuoi giorni. E co-
s. Un uomo d sicurezza. Il solo fatto che ti metta una
mano sulla spalla mentre cammina accanto a te  una
dichiarazione di principio, come una coperta capace di
proteggerti dal freddo.
Ramona era in analisi da dieci anni (avrebbe continuato
per altri due), e ormai non si faceva pi illusioni.
Aveva imparato la lezione dell'inesorabilit del desti-
no, e sapeva che la psicoanalisi non  che un palliativo
a una dura realt. Ai pazienti, questo l'avrei saputo pi
tardi, non lo diceva con altrettanta chiarezza. Un
buon pap e una buona mamma. Quanto a Sara, ormai
doveva concentrarsi sulla seconda parte del programma.
Era ancora possibile che trovasse un uomo adatto a lei,
una coperta per il suo freddo cos rigido?
E perch no? Sara  molto bella, e gi questo  un
vantaggio. Pu trovare un uomo davvero valido, men-
talmente sano, ce ne sono un mucchio, e riprovarci di
nuovo; questa volta con la consapevolezza che non pu
fare tutto quello che vuole, che ci sono delle regole da
rispettare.
Dopo un po', Sara si mise all'opera. Non sono sicura
che ci fosse stato bisogno di spingerla. Credo di no,
credo che fosse uscita spontaneamente a caccia le pri-
me volte, e che non lo facesse per trovare un padre a
sua figlia, ma perch non sopportava pi la frustrazione
e l'orrore della vita solitaria che conduceva, accanto a
una bambina che la odiava, in una casa che aveva
sempre detestato e che non sapeva gestire. Cos co-
minci un periodo terribile di quella vita che il destino
mi permetteva di seguire a distanza. Mentre la giostra
stava per mettersi in moto, Sara continuava a rac-
contarmi di tutte quelle donne che aspettavano i bam-
bini davanti a scuola, e da come ne parlava mi resi con-
to che qualcosa stava cambiando.
Prendono qualsiasi cosa pur di farsi passare il mal di te-
sta, qualsiasi cosa: pillole e caff, litri di caff. Sono del-
le isteriche, una banda di ninfomani che per star bene
avrebbero solo bisogno di andarsene in giro a scopare.
Era una diagnosi precisa e spietata, che Sara non ap-
plic mai a se stessa. Di fatto, lei non parlava mai dei
suoi problemi, n li riconosceva, almeno non di fronte
a me. Ma di problemi ne aveva, un mucchio. La bam-
bina era diventata un essere odioso che pretendeva
troppo e non era mai contenta. Eppure lei teneva duro.
Alla fine usc per la prima volta alla ricerca di un uomo.
Non come aveva fatto in passato, con l'allegria del-
l'avventura e del gusto di vivere, ma in modo furtivo e
colpevole. Pag per qualche sabato una studentessa
della facolt perch si occupasse della bambina, e co-
minci a uscire. Non so nulla di quelle sue esperienze,
ma venni informata da Ramona che era riuscita a ri-
morchiare ogni sera un uomo diverso. Eppure doveva
esserle capitato qualcosa di allarmante, perch Berta en-
tr in azione. Secondo lei, se Sara avesse inaugurato una
nuova serie di amanti con l'incoscienza che la caratte-
rizzava, ben presto avrebbe avuto qualche brutta sor-
presa. Ci di cui aveva veramente bisogno era un com-
pagno capace di starle accanto e di aiutarla a trovare un
equilibrio, proprio come aveva fatto Adrian in un feli-
ce passato. Ma, soprattutto, aveva bisogno di un padre
per sua figlia, visto che quello vero non avrebbe eser-
citato la sua influenza nella vita quotidiana. La sua ana-
lisi era molto chiara. La piccola Camila non odiava
sua madre, proprio per niente, ma il suo umore risentiva
della mancanza di una figura paterna.
Credo di ricordare che neppure quella volta prote-
stai, n tentai minimamente di oppormi al nuovo pro-
getto di Berta: il reclutamento di candidati per il dif-
ficile ruolo di compagno stabile di Sara. Non protestai,
ma solo a sentire quei piani inorridii. Com'era possibile
che la prudente e sensata Berta, cos pratica e realistica,
consigliasse a Sara di commettere lo stesso errore che
l'aveva rovinata? Se il matrimonio combinato con
Adrian era sfociato in quella situazione, perch pensare
di ripetere la manovra? Ormai nessuno credeva mini-
mamente nella capacit di Sara di camminare da sola
nel mondo. Nemmeno io ci speravo. Era troppo tardi,
e poi Sara non era sola, aveva quella tremenda bambina
alle calcagna, pronta a ostacolare ogni suo passo. Fare
una preselezione dei possibili mariti era un progetto as-
surdo. Berta non lo cap mai, non era disposta ad am-
mettere che il suo primo tentativo fosse stato falli-
mentare, anzi, che quel suo intervento cos deciso
avesse rovinato la vita di Sara, proprio quando l'in-
tenzione era di salvarla.
Ramona sorrideva degli sforzi di Berta, con la quale in
fondo si trovava d'accordo. L'esercizio intensivo del-
la psicanalisi la rendeva sempre pi indifferente ai
problemi altrui. Come se li vedesse attraverso una
lente di professionalit che le permetteva di considerarli
in modo pi distaccato, allo scopo di valutarli me-
glio. Non l'ho mai vista divertirsi tanto come quando
fu richiesta la collaborazione di Gabriel, che ammise i
suoi dubbi una sera in cui ci vedemmo noi tre soli.
Degli amici maschi? Amici a cui io possa racco-
mandare Sara come fidanzata? Stavolta Berta  vera-
mente ammattita! Ma cosa posso fare io? A chi posso
rivolgermi? Anche se avessi una lista infinita di maschi
disposti al sacrificio, cosa dovrei fare, secondo lei? Do-
vrei prenderli uno per uno e dire: ho un'amica mera-
vigliosa che ha giusto bisogno di un tipo come te come
padre e sposo?
Ramona si piegava in due dal ridere. La faccia di Ga-
briel, i gesti che faceva, la sua incredulit, le parevano
la cosa pi comica che avesse mai visto. Poi si fece se-
ria e disse:
Berta ha un'energia, una capacit di azione e di
trasformazione fuori del comune. Non dobbiamo sot-
tovalutarla. C' chi  capace di intervenire nella propria
vita e in quella altrui, raggiungendo gli obiettivi che ha
in mente. C' gente fatta cos, con la psiche molto sa-
na. Forse noi non sapremmo essere come lei, ma que-
sto non vuol dire che non possa ottenere quello che si
prefigge.
In quegli anni la sua opinione aveva acquistato un
valore innegabile per tutti noi. Ramona sapeva come
funzionavano le cose, conosceva i meccanismi segreti
che regolano il comportamento umano. Coltivava una
scienza fatta apposta per questo, un sapere al quale non
era possibile accedere con la semplice esperienza o
con il buon senso. Anche pensandoci su per vent'anni,
Gabriel ed io avremmo perso di vista le pulsioni in-
consce, i misteri pi intimi della psiche. E poi Ramo-
na non faceva nulla per introdurci nell'ambito segreto
che soltanto lei dominava. Alle nostre domande, ave-
va due reazioni: o le prendeva sul ridere, o si mostra-
va irritata per la curiosit della gente comune, che si
avvicina alla psicanalisi in modo dilettantesco, come al-
le provette del piccolo chimico dove i liquidi diventa-
no magicamente azzurri con l'aggiunta di una sola
goccia della sostanza giusta.
In ogni caso, era cominciato un nuovo capitolo della
tormentata biografia, ora conclusa, della povera Sara.
Un capitolo che non fu certo l'ultimo, ma fu in qual-
che modo conclusivo, perch dopo di allora lei non
ebbe pi nulla da raccontare. Sperava davvero, la
mia amica, di trovare quel che cercava? All'inizio pen-
sai di no, ma devo riconoscere che si illuse davvero,
e a ripensarci provo una gran tristezza, la stessa che
provai allora. La stessa che provo quando vedo pren-
dere di mira un toro, destinato a morire senza la
minima grandezza e, soprattutto, senza suscitare la
minima piet.
Per fortuna quel piano di reclutamento dei preten-
denti, rivolto a una Penelope al contrario, non si svi-
lupp in tutta la sua estensione. In quel periodo Berta
si separ da suo marito, dopo il tentativo di strango-
lamento, cos estemporaneo e imprevisto. Inutile dire
che non era dell'umore ideale per ricomporre le vite al-
trui, avendo gi abbastanza da fare con la propria.
Questo salv Sara dal disastro di un nuovo matrimonio
combinato, e la precipit in un baratro di promiscuit
pseudoamorosa dei pi umilianti. Berta, da parte sua,
si rifece una vita, con l'abilit, la linearit e la decisione
di uno stratega che conosce bene il campo di battaglia
e la potenza delle armi di cui dispone.
In questi giorni ho rivisto anche lei. Mi ha telefonato
dopo il funerale. Forse i miei amici intuiscono che
potrei scrivere un libro sui fatti in cui tutti noi fummo
coinvolti. Cercano l'umile perdono di un piccolo dio,
onnipotente solo sulla carta. Come se il piccolo dio non
fosse miserabile come loro, come se non fosse incorso
cento volte nell'errore pur aspirando all'obiettivit.
Che cosa potevo dire a Berta? Che deploravo il suo
intervento nell'"affaire" Sara? Eccola davanti a me,
nel suo elegante tailleur di lana pettinata, sicura e ma-
gnetica come sempre, malgrado i cinquant'anni, abi-
le nella conversazione come lo  stata in tutto quel
che ha fatto. Chiunque altro nella sua situazione
non avrebbe dedicato un grammo della sua energia ai
problemi altrui. Nessuno si sarebbe preoccupato per
Sara al punto da offrirle scelte, consigli, aiuto, com-
prensione. Fece quel che pot, e quel che poteva era
molto.
Ho conosciuto una delle sorelle di Sara. L'unica
persona della sua famiglia che si sia degnata di venire
al funerale. Li ho avvertiti tutti, capisci? Tutti, ma nes-
suno aveva voglia di venire a vegliare una sorella sui-
cida. Ci credi? Ci credi che esista gente tanto egoista
e spregevole? Se non altro sono stati chiari, non so se
sarei riuscita a tollerare falsit e ostentazioni di dolo-
re fasullo. Per loro era gi morta da molti anni, quan-
do se ne era andata da casa. Sua sorella non mi ha fat-
to una buona impressione,  venuta per fare il suo do-
vere, per obbligo sociale, in rappresentanza della fa-
miglia. Non mi  parso nemmeno necessario andarla a
salutare all'uscita della chiesa.
Con la forza che metteva nella voce e i gesti precisi del-
le mani, mi sembrava un'avvocatessa trionfante, sem-
pre convinta delle sue ragioni, mai in atteggiamento di
richiesta, come se per lei vincere o perdere fosse una
semplice questione di prestigio.
Tu penserai che l'abbiamo lasciata sola negli ultimi
tempi, ma che altro potevamo fare? Sai cosa penso?
Penso che certe persone non sanno gestire la loro vita
e vivono male, non riescono a essere efficienti, non rie-
scono a essere felici, non hanno una visione ampia. Ma
la situazione di Sara era ancora peggiore. Lei distrug-
geva sistematicamente quello che aveva. Non solo
non sapeva vivere, ma non riusciva a fare a meno di
farsi del male e far del male a chiunque avesse intorno.
E cos. Sembrava camminare in punta di piedi fra le
cose, quasi senza vederle, mentre in realt calpestava
tutto, ma proprio tutto! Lasciava impronte incancel-
labili, dopo il suo passaggio non cresceva pi niente.
Era negativa, e al tempo stesso inconsapevole della sua
terribile capacit di distruzione. Non vedeva il mondo
come gli altri, e per di pi questo non le sembrava un
problema. Non capiva che se la gente fa le cose in un
certo modo,  perch quello  il modo pi adatto per
preservare quel che consideriamo valido. Credo che, in
altre circostanze, se avesse assecondato fino in fondo la
sua tendenza, avrebbe potuto facilmente trasformarsi
in una serial killer, in uno di quei mostri che spargono
il male intorno a s senza motivo, come se seguissero
un imperativo morale. Ti sembra spaventoso quello che
dico? Cerca di vederlo nel suo contesto, nella giusta
misura. Poche volte l'ho vista piangere di pentimento
o dispiacere. Questo va benissimo, mi dirai tu, so co-
me la pensate voi intellettuali dallo spirito creativo. Ma
dimmi, se non ti poni dei limiti, come fai a sapere do-
ve andrai a finire? Nella vita devi sapere dove vai, non
puoi galleggiare sull'acqua come plancton e lasciarti
spingere dalle onde un po' qui un po' l. Se non sei un
pesce guizzante che cerca le correnti pi adatte, devi
almeno essere un crostaceo che aderisce saldamente a
uno scoglio. Ma lei non lo capiva,  stato tutto inutile,
lo sai.
Si agitava come un'adolescente per una donna che
non vedeva da almeno dieci anni, una donna che non
era pi necessario accettare o rifiutare, perch era
morta, e morta di sua propria mano, una scelta tal-
mente proscritta dalla societ da non lasciare dubbi sul
fatto che ormai non le importasse pi nulla di quel che
potevano pensare gli altri.
Non riuscivo a fare a meno di guardarla. Lei non ca-
piva che ci sono uomini e donne a cui  impossibile sa-
pere dove vanno, e che cercano di non domandarselo
mai, perch si sentono pi felici se non lo fanno. Un
obiettivo nella vita, qualcuno che ti aspetta al tra-
guardo, che ti d una pacca sulla spalla per la tua vit-
toria, o anche solo l'idea dell'alloro intorno alle tempie,
per loro  una tortura.
Ma dovevo lasciarla parlare, non interromperla finch
non avesse finito tutto il suo discorso retrospettivo.
Non sarebbe servito a nulla contraddirla o insinuare un
ragionamento diverso. A che scopo? Tutti i discorsi
sulle persone morte sono di un'assurdit che mette a di-
sagio. Eppure, doveva avvertire il mio silenzio come
un'aggressione, perch era sempre pi categorica nei
giudizi.
Abbiamo perso solo tempo, tutti quanti, e montagne
di energia, nel tentativo di aiutarla ad affrontare i
suoi problemi e a trovare delle soluzioni. Lei se ne fre-
gava. Sono giunta alla conclusione che tutti quelli che
si dibattono nella vita senza ottenere nulla finiscano per
credersi in diritto di ricevere aiuto. E' come se dices-
sero: "Tu ci capisci qualcosa, no? E allora fa' tu che
sai. Fallo al posto mio". Si credono in diritto, anche se
Sara non mi ha mai chiesto niente, per la verit, si li-
mitava ad accettare quel che le offrivo. Io non mi la-
mento, certo, non ho mai preteso che si inginocchias-
se ai miei piedi per ringraziarmi. Mi spiace solo che
non sia servito a nulla e che, vedendo fino a che pun-
to ci davamo da fare, lei non abbia mai fatto il minimo
sforzo per approfittare delle opportunit che le veni-
vano offerte.
Quest'ultima frase mi ha fatto capire, finalmente, co-
me mai Berta sia cos infuriata. Non si tratta dell'in-
gratitudine dimostrata da Sara, e nemmeno del tempo
perso per lei. Quello che Berta non riesce a mandar gi
 il senso di fallimento. Sara rappresenta forse l'unico
fallimento della sua vita. Non metto nel conto il falli-
mento del suo primo matrimonio, che lei non consider
mai tale. Quello per lei non fu che un errore di per-
corso, che riusc a correggere benissimo. E poi, cosa ci
si poteva aspettare da un uomo apparentemente edu-
cato e civile, che tenta di strangolare la propria moglie?
No, Sara s che era stata un fallimento, voluto, ripetuto
e irreversibile. Quel che Sara aveva messo in discus-
sione erano le norme della felicit, lo standard di vita
che tutti, fin dai tempi degli antichi greci, cerchiamo di
raggiungere. Berta si rifiuta di ammettere che Sara
avrebbe potuto cavarsela benissimo da sola vivendo se-
condo parametri diversi dalla norma, pi o meno ela-
stica, che noi ritenevamo valida, e cos facendo essere
anche felice.
Ma ormai, come ho detto, niente di tutto questo im-
portava, speravo solo che Berta smettesse di parlare e
se ne andasse a casa, dal suo nuovo marito, dai suoi fi-
gli, che rientrasse nella sua perfetta organizzazione
esistenziale. Il fallimento che aveva subito con Sara non
sarebbe stato registrato nella colonna dei passivi, nes-
suno ne era al corrente, e se io ne avessi scritto, cos co-
me sto facendo ora, che importanza avrebbe avuto il
nome di un pugno di personaggi che ben pochi coetanei
avrebbero potuto ricondurre ai modelli in carne e ossa?
Tutto sarebbe stato dimenticato. La sola a poter ri-
cordare qualcosa  Camila, la figlia di Sara, ma non lo
far. Lei far di tutto affinch l'immagine di sua madre
si cancelli, anzi, tenter di liberarsene lei stessa quan-
to prima. Mi  parsa interessante la sua espressione du-
rante il funerale. Aggrottava le sopracciglia come se fos-
se arrabbiata, e forse lo era. Che sua madre sparisse dal
mondo di sicuro le andava bene, ma che l'avesse fatto
in quel modo, attirando tanta attenzione, tanti com-
menti... Non avrebbe potuto morire di cancro, per
esempio, di infarto al miocardio? E invece no, era
stata esibizionista e scomoda anche nella morte, inop-
portuna. Se tutti reggevano il peso delle loro miserie fi-
no a un naturale decesso, perch diavolo lei doveva fa-
re sempre a modo suo, sfidando le norme rispettate da-
gli altri? E poi, se proprio voleva farla finita, non po-
teva risolvere la cosa in modo pi discreto e appartato,
buttandosi in mare, per esempio, o schiantandosi in
macchina contro un muro, in modo che tutti potessero
pensare a un incidente? Gli occhi di Camila, fissi a ter-
ra, non guardarono mai la bara di sua madre. Il suo era
un odio compatto come la pietra. Mi domando che co-
sa se ne far ora della sua capacit di odiare, lunga-
mente sviluppata per tutta una vita. Contro chi ri-
volger il suo disprezzo? Forse Sara le mancher, rim-
pianger l'oggetto del pi forte dei suoi sentimenti.
Camila, malgrado la tenera et, fu protagonista nel pe-
riodo in cui Sara si diede alla ricerca di un uomo.
Era sempre presente, e si faceva notare. Che cosa
successe? E molto semplice. All'inizio, quando fummo
coinvolti nel reclutamento del nuovo marito-padre, ci
fu un fervere di attivit. Poi, il mancato strangola-
mento di cui era stata vittima allontan Berta dal
progetto e, venendo a mancare il motore principale,
tutti noi perdemmo energia. Ma Sara era gi perfet-
tamente consapevole del suo dovere, e cominci a
prendere l'iniziativa da s.
La fase iniziale del reclutamento non presentava dif-
ficolt, perch Sara era ancora molto bella. L'incon-
veniente, la parte oscura della storia, stava nel terreno
incerto su cui lei si muoveva. L'ambiente universitario
e tutto quanto vi ruotava intorno era stato scartato, per
non compromettere il suo lavoro in biblioteca. Gli
scenari che restavano erano scontati: bar, cinema, ri-
storantini... Ramona me ne parl anni dopo.
Gli uomini che incontrava appartenevano a una ca-
tegoria... come dire? Era come ritrovarsi subito dopo
la guerra dei Cent'Anni, quando le battaglie erano
definitivamente vinte o perse, l'Europa era ridotta in
briciole, e le strade erano percorse da gente miserabi-
le, affamata, di reduci, di pazzi, di feriti. Cos erano gli
uomini a cui Sara si rivolgeva nella speranza di dare un
padre a sua figlia e di avere lei stessa un compagno so-
lidale. Puoi immaginare che panorama. Ti parler solo
dei candidati pi solidi, quelli di cui mi giunse notizia,
perch naturalmente ce ne dovettero essere molti, al-
cuni cos spaventosi che Sara non os nemmeno par-
larmene. Usc con un medico scapolo, parecchio pi
vecchio di lei, che la portava sempre a casa sua a sco-
pare. Aveva un appartamento di un certo lusso fuori
citt. Ben arredato, forse con gusto convenzionale,
pareti color crema, quadri e ricordi di viaggio dapper-
tutto. Sai cosa voglio dire: maschere tibetane, scudi
africani, statuette indiane... tutti quegli oggetti bana-
li che ricordano un passato di vacanze costose e piaceri
edonistici. Le prime volte Sara si spavent, perch
quello si ostinava a legarla al letto, ma poi cap che non
c'era niente da temere, era una messa in scena da
teatrino. Non era sadico n masochista, tutto quel
bondage non era molto pi che una mania da uomo di
mezz'et abituato a vivere solo. Ne aveva altre di
manie, altrettanto inoffensive: mettere in forma le
scarpe non appena se le toglieva, o spruzzarsi in bocca
uno spray rinfrescante prima dell'incontro amoroso.
Fissazioni da vecchio scapolo che non lo rendevano par-
ticolarmente sexy, soprattutto se si pensa che era gras-
soccio e calvo. Ma Sara preferiva lasciar perdere perch
con lui si divertiva abbastanza. Naturalmente, il me-
dico si rifiut tassativamente di conoscere Camila,
sebbene lei sperasse che col tempo le cose potessero
cambiare. Per abituarlo all'idea, gli parlava continua-
mente della bambina: gli ripeteva le sue frasi buffe, gli
raccontava dei suoi progressi... Un errore diplomatico.
Non credo proprio che al maledetto scapolo interessasse
l'argomento. In ogni caso, dopo qualche mese in cui si
videro tutte le settimane, le cose cominciarono a peg-
giorare. Ogni volta che arrivava a casa sua ed entrava
in camera, Sara trovava il letto sfatto e in disordine.
Fra le lenzuola comparivano indumenti intimi femmi-
nili: perizomi di pizzo nero, mutandine rosse, culottes
di seta champagne. Mutande da puttana. Lui le rac-
coglieva con indifferenza e le buttava in un angolo, sen-
za nasconderle. E evidente che, se non era un sadico
sanguinario, preferiva l'umiliazione simbolica. Che
cosa cercava di ottenere lasciando in giro quegli indizi
accuratamente studiati? Dimostrare a Sara che era
una delle tante nella sua lista di amichette? Non bril-
lava certo per acume, il tipo. Sara era immune a questo
genere di cose, in fondo non gliene importava un fico
secco di vedere in giro mutande altrui. Ma alla fine si
stuf. L'idea che quel cretino si prendesse il disturbo
di disseminare false prove comprando lui stesso quegli
indumenti su qualche catalogo porno le dava il volta-
stomaco. Era disposta a sopportare un maniaco scar-
samente attraente pur di godersi un po' di sesso allegro
e di aprire prospettive al suo futuro, ma quel giochet-
to morboso era insopportabile. Fin per mandarlo al
diavolo quando tutto le parve troppo assurdo. Non si
arrabbi n si angosci per questo, almeno in appa-
renza. N si fece domande sul futuro. Sai che aveva
ben poca attitudine all'astrazione. Questa era la cosa
bella di lei, non mostr mai rancore contro nessuno dei
suoi amanti, e posso assicurarti che nella serie c'erano
casi patologici da manuale, gente davvero tremenda.
Ebbene, secondo lei, nessuno riusciva a farla soffrire.
Non era vero, certo, fu un logorio continuo che la
port fino al crollo finale, ma nessuno pu negare
che avesse spirito sportivo.
Forse voleva solo serbare intatta la sua capacit di
sofferenza per impiegarla con sua figlia.
S, l si procurava le sue autoflagellazioni pi serie, da
fervido penitente, da monaca di clausura. Ma almeno,
dal periodo del reclutamento ricav un certo piacere.
Ricordo un altro dei suoi fidanzati, un insegnante di
ginnastica pi giovane di lei. Si erano conosciuti in un
locale. Era il tipo del narcisista convinto che tutte le
donne si innamorino automaticamente di lui. Come
puoi ben capire, con Sara trov un osso duro. Amore?
Che roba ? Con cosa si mangia? Si comportava con
lei da amante delicato e svenevole. La chiamava teso-
ro, amore, zucchero, cose che la sconcertavano. La trat-
tava come se lei fosse pazza d'amore e non volesse fe-
rirla. Accett perfino di uscire qualche volta con lei e
con la bambina che, come suo solito, si diede da fare
per spaventarlo a forza di capricci e richieste snervanti.
La seccatura maggiore in tutto questo era che l'inse-
gnante di ginnastica scopava male. A letto era passivo,
stucchevole, teatrale. Non si preoccupava di godere, ma
di avere la conferma che una donna moriva per lui. La
loro storia and avanti arrancando, con incontri sem-
pre meno soddisfacenti. Ma Sara non si decideva a la-
sciarlo perch adorava vederlo nudo, contemplarlo.
Diceva che era bellissimo, che aveva un corpo musco-
loso e sobrio da antico romano, un antico romano
vissuto bene. Sara era fatta cos, era sorprendente. Pur
con tutti i suoi problemi aveva ancora la calma neces-
saria per godere alla vista di un uomo nudo. La cono-
scevo bene, e posso assicurarti che non vi era in lei nes-
suna tendenza a credersi una donna fatale.
S, immagino che quella sua capacit di essere neu-
trale con gli uomini si fosse sviluppata nel suo periodo
di sesso indiscriminato.
Per lei l'amore era un'attivit sportiva e spassiona-
ta. Amava guardare gli uomini, questo era tutto. Ov-
viamente a lui non dispiaceva essere oggetto di tanta
ammirazione. Non si trova tutti i giorni un uomo
che ami esibirsi disteso su un fianco, lievemente in-
clinato in modo che i testicoli pesino e risaltino. Sara
lo descriveva come il perfetto majo di Goya. Lui,
del tutto consapevole del proprio narcisismo, aveva
trovato in lei il suo pane. Si diede all'egolatria allo sta-
to puro. Purtroppo, il suo solo pregio era l'attitudine
a esibirsi come un modello pittorico, ma al momento
di scopare il suo rendimento era davvero scarso. Co-
munque, fu lui a mettere fine alla relazione, quando si
rese conto che la sua amante non avrebbe mai avan-
zato rivendicazioni amorose. Le telefonava per an-
nullare un appuntamento e si sentiva rispondere: "Va
bene". Con il suo stoicismo, lei non gli avrebbe mai
fatto una scenata lacrimevole. Ma lui non era abitua-
to a omaggi femminili limitati a un'ammirazione su-
perficiale. Credo che il finale della storia sia degno di
figurare in un'antologia. Lui le aveva chiesto: "Ma tu,
non mi ami?". E lei, laconica oltre che sincera, aveva
risposto: "Non credevo fosse indispensabile". Sara mi
giur che in quel momento non aveva nessuna in-
tenzione di essere sarcastica. Era seria. Credeva che
anche lui stesse cercando qualcosa di concreto in quel
loro rapporto, e che tirare in ballo l'amore non aves-
se il minimo senso.
Anche se erano passati diversi anni da quella vicenda,
Ramona moriva dal ridere raccontandomela, la trovava
divertente e molto rivelatrice della personalit di Sa-
ra. Ramona era stata presente nel corso dell'intero con-
flitto. Il periodo in cui fu protagonista degli aiuti co-
munitari a Sara fu quando lei era gi molto gi. Riu-
sc subito ad affidarla alle cure di un collega, come so-
no soliti fare gli psicanalisti amici del paziente. Cos
pot seguire le cose con equanimit e divertirsi di
quelle che erano divertenti. Posso dire che il mio ca-
so fu diverso. Io ero pochissimo coinvolta nella vita
della mia amica in quel periodo. Un'unica volta ac-
cettai di prendere parte a una cena, e lo feci solo
perch doveva essermi presentato un pretendente, il
pi brillante, il candidato in testa alla classifica, il so-
lo che avesse ricevuto la benedizione della papessa Ber-
ta in persona.
Le cose si presentavano cos bene e si stavano svilup-
pando in modo talmente promettente che Sara mi in-
vit per farmelo conoscere. Tutti gli altri l'avevano gi
visto in altre occasioni e ne erano rimasti incantati.
Era un andaluso alto e molto prestante. Si occupava di
computer; era una sorta di pioniere venuto in citt per
informatizzare diversi ambiti istituzionali: il tribunale,
il consiglio provinciale... impossibile ricordare ora co-
sa facesse esattamente. La novit era che a Sara piaceva
davvero. Me ne parl con entusiasmo. Voleva che le di-
cessi sinceramente la mia impressione.
Mentre guidavo verso casa sua, quella sera, fui colta da
un brutto presentimento. Si prospettava una situa-
zione simile a quella che mi era toccato subire anni pri-
ma: Sara, il suo uomo, e l'incertezza di una cena che
tardava ore ad arrivare. Mi spaventai, ero di nuovo ca-
duta in trappola, dopo essermi fermamente ripromes-
sa di non ripetere mai pi quell'esperienza. Ma era
troppo tardi per cambiare programma. Scesi dalla
macchina e mi avviai verso casa sua con una bottiglia
di vino e una torta. Eppure, mi dicevo, un pensiero si-
mile aveva qualcosa di superstizioso. L'uomo che do-
vevo incontrare non era lo stesso e non c'era nessuna
pretesa di continuit nel loro rapporto. Era tutto di-
verso, mi convinsi. Ma non pensai che Sara fosse
cambiata, sapevo che non era cos.
Non appena lo vidi, capii che quell'uomo era un can-
didato serio, e che la mia amica gli piaceva davvero. La
guardava con occhi teneri, e non era un uomo comune,
un soffio d'aria fresca da qualche parte gli arrivava.
Aveva un ciuffo divertente sulla fronte. Ebbi subito fi-
ducia in quel ciuffo, e pensai che forse lui potesse
rappresentare la soluzione per Sara. Era un uomo nor-
male, che non si teneva sulla difensiva, n si compor-
tava come se il mondo avesse accumulato debiti con
lui. Sorrideva, la guardava... Ramona diceva sempre
che esiste gente molto sana. Perch non aver fede in
quell'uomo, che forse era stato inviato dalla provvi-
denza con una specifica missione? Ora non sono pi
nell'et in cui si crede nei rimedi miracolosi che la fa-
ta buona mette sul tuo cammino al momento giusto,
ma allora mi lasciai trasportare. E se Berta avesse
avuto ragione? E se la buona volont, la fermezza, la
capacit di non perdere il coraggio, avessero portato
davvero al trionfo?
Chiacchierammo, mentre Sara ci serviva un bicchie-
re di vino prima di andare a tavola. La bambina
dormiva, il soggiorno era in piacevole penombra e
l'andaluso si esprimeva con il suo accento cos parti-
colare, molto vicino alla sensualit. Tutto pareva
svolgersi nel modo pi sereno e armonioso. Il clima
era cos positivo che mi disinteressai di tutto ci
che quell'occasione doveva preparare: un padre per la
bambina, un affetto stabile per Sara... eravamo sem-
plicemente tre amici che chiacchieravano e ridevano,
sembrava non esistessero progetti per il futuro n fal-
limenti alle spalle. E poi, colmo delle benedizioni, Sa-
ra non aveva preparato un arrosto per cena, il menu
si riassumeva in una variet di insalate e salmone. Gli
ultimi timori che ancora palpitavano nella mia co-
scienza si dileguarono quasi del tutto.
Cenammo e conversammo senza incidenti. Mi accorsi
che l'andaluso sapeva come divertire Sara, e me ne ral-
legrai, era il modo giusto di trattarla. Lui rideva delle
sue osservazioni del tutto prive di solennit e assisteva
al suo piccolo caos mentale senza alcun intento critico
n proposito moralizzante. "Questo  l'uomo giusto"
mi dissi. Era cos assurdo pensare che esistesse un
uomo adatto a Sara? Lei aveva perso la sua innocenza
di ninfa ma era rimasta una pietra preziosa allo stato
grezzo. Lui non era affatto uno stupido. Ci illustr il
suo modo di vedere la vita, e disse cose sensate. Disse
che secondo lui i principi morali validi per tutti non de-
vono necessariamente essere accettati senza discus-
sioni. Poi aggiunse che riguardo alle cose rispettate da
una vasta maggioranza  meglio essere prudenti: non
calpestarle, cercare di capirle e valutarle nella giusta mi-
sura. In quel momento udii la voce di Sara pronunciare
una domanda che non avrebbe mai dovuto fare:
Come per esempio avere dei figli?
Lo spasimante rimase per un attimo indeciso, ma non
si lasci catturare dallo strano imbarazzo che si diffu-
se fra noi, e rispose sorridendo:
Ma certo, avere dei figli  una buona cosa per la mag-
gior parte della gente, quindi mi pare rispettabile.
Una minima esitazione nel suo sguardo mi fece capire
che l'argomento non affiorava per la prima volta, pro-
babilmente era stata Sara, con la sua tremenda man-
canza di senso dell'opportunit, a tirarlo in ballo. Po-
vera Sara! Ero giunta a credere che quell'uomo le
piacesse, che cominciasse a provare il piacere di stare
con una persona normale dopo tante scimmie ammae-
strate. E invece no. Era completamente in preda al-
l'ossessione di riempire con una figura maschile il
vuoto apertosi in casa sua. Niente di pi: ogni possi-
bilit di unire l'utile al dilettevole le era vietata. Non
aveva bisogno di un innamorato, n di un compagno,
solo di un riempitivo. Se non si era mai divertita con
un uomo senza pensare che presto sarebbe potuta pas-
sare a un altro, come poteva cominciare ora? Le mie
impressioni positive cominciarono a svanire. Berta e la
sua coorte celeste potevano indicarle la via, ma non sa-
rebbero mai riuscite a capire che cosa lei volesse dav-
vero. Lei non voleva un gentile compagno di vita.
Nulla sarebbe cambiato, mai. L'avrebbero distrutta, ma
non avrebbero trasformato la sua essenza pi intima.
Dopo cena successe quel che avevo temuto da quando ero
entrata in quella casa. La bambina si svegli. Si mise a ur-
lare come se la stessero sgozzando, e Sara, di colpo se-
rissima, balz in piedi e spar in corridoio. Rimasi sola
con l'andaluso che, in silenzio, si concentr sulle bricio-
le della tovaglia. Dalla camera della bambina giungevano
piagnucoli ansanti, e i sussurri di Sara. Il vero problema,
fino a quel momento clandestino, reclamava diritto di cit-
tadinanza. Mi domandai se quel bell'uomo sarebbe sta-
to disposto a tramutarsi nell'amabile san Giuseppe che si
fa carico dei figli altrui. Ma la mia impressione era che
fosse all'oscuro di quel che si pretendeva da lui.
Sara non riusc a consolare sua figlia in loco, e non
trov nulla di meglio che portarla in soggiorno avvol-
ta in una coperta, una di quelle coperte che hanno il
potere di trasformare chiunque in un profugo di guer-
ra. Di tutti gli effetti che avrebbe potuto produrre la
sua apparizione, quello era il peggiore. Madre e figlia,
una bambina di cui la madre riusciva a reggere a ma-
lapena il peso, sembravano vittime di un terremoto che
implorano con sguardo dolente: "Adottaci!". Non
avevo mai visto niente di pi raccapricciante. A nes-
suno piace vedersi assalire in mezzo alla strada dai men-
dicanti che usano i bambini per attirare l'attenzione, 
addirittura una pratica perseguita dalla legge. Ma il peg-
gio era che Sara aveva ormai rinunciato a restituire al-
la situazione una parvenza di normalit. Era immersa
nel suo marasma privato e non sapeva reagire. Vagava
per la stanza con la bambina appesa al collo. Tent di
posarla sul divano per tornare a tavola, ma fu inutile,
le grida ricominciarono. Allora decise di sedersi accanto
a sua figlia.
Da quel momento in poi ogni tentativo di conversa-
zione amichevole fu condannato al fallimento. La
bambina interferiva alzando la voce, chiedendo da
bere, piagnucolando. Prendeva a due mani la faccia del-
la madre e la voltava verso di s perch guardasse lei e
soltanto lei. Sara non poteva parlare n ascoltare nes-
sun altro, e forse non ci provava nemmeno. Era come
un sequestro, un'oppressione tremenda. Una volta
che la bambina ebbe rovesciato la zuccheriera, acceso
il televisore a tutto volume e dato sfogo a un pianto ir-
refrenabile per qualche suo dolore segreto e strano, la
serata si ritrov in pezzi senza nessuna speranza di ri-
composizione. Sara ci salut dalla porta, con Camila
sempre appesa al braccio. Non appena fummo in stra-
da, l'andaluso aspir l'aria fresca della notte come se
fosse sul punto di affogare. Cercava ossigeno con la di-
sperazione di un pesce rosso gettato su una moquette
polverosa. Non mi parl, mi diede la buonanotte e si
allontan nel buio. Di sicuro, se avesse continuato a ve-
dere Sara, l'avrebbe fatto da amante occasionale, mai
da onesto san Giuseppe, esultante di pazienza e ac-
cettazione, pronto a portare il fardello della sua ma-
ternit.
E cos fu. Io, dopo quella serata spaventosa, giurai di
disinteressarmi di quella ridicola selezione a scopo
matrimoniale. Mesi dopo seppi da Ramona che Sara
aveva smesso di farsi illusioni su un padre di ricambio.
Pensai, senza molta piet, che l'andaluso si era salvato
per un pelo. Battaglia dopo battaglia, la piccola Camila
era riuscita a vincere la guerra.






Pensieri su Camila.

L'altro giorno, mentre aspettavo il metr, sono ri-
masta per pi di dieci minuti a guardare un manifesto
pubblicitario. Ne ero soggiogata. Non era niente di
speciale, ma mi ha colpita al punto da inchiodarmi l.
Vi appariva la gigantesca fotografia di una giovane ma-
dre bionda con il suo bimbo in braccio. Il testo diceva:
"Tu lo nutr, lo curi, gli dai affetto e protezione. Per
questo, quando sar grande, gli darai il nostro yo-
gurt, il pi sano". Capisci, una raccomandazione sem-
plice, senza enfasi. Un appello diretto all'istinto ma-
terno. Certo,  un fatto, anche un mezzo sofisticato co-
me la pubblicit fa appello agli istinti primari. Sembra
una cosa ovvia, l'istinto materno. Ma a quale scopo esi-
ste ancora? Nessuno di noi vive nelle caverne. La
nostra societ non permette di abbandonarsi a istinti
ormai superati, come quello della caccia. Che senso ha,
allora, dare per scontato l'istinto materno? Se doves-
simo rivendicare la dignit di tutti gli istinti umani tor-
neremmo alle guerre tribali, usciremmo in strada con
la clava in mano, coperti di pelli. Lo capisci, tu, come
mai lo stesso discorso non vale per l'istinto materno?
Io no. Capisco che, dato il calo delle nascite, sia in cor-
so una campagna per restituire alla maternit tutta la
sua aura eroica. Ma lo sappiamo tutti che l'aura dura
meno di un profumo nell'aria, poi si torna alla realt.
Quel che pi trovo strano  che perfino le donne
progressiste si siano fatte prendere da questa confu-
sione. Scusami, non voglio annoiarti con tante rifles-
sioni teoriche inutili, cos tipiche della mia generazione.
Torniamo al manifesto. Credi che tua madre avrebbe
potuto posare per una foto come quella? Te la imma-
gini sorridente e felice, guardarti rapita mentre pro-
getta di darti lo yogurt quando raggiungerai l'et
adatta per mangiare lo yogurt? Sinceramente, non lo
so. Non so che cosa vedessero i tuoi occhi di beb
quando tua madre ti cullava. Non ho idea di cosa tu
potessi percepire in lei che ti spaventasse tanto. Cer-
to, fiutavi la sua insicurezza, la perplessit che ema-
nava da tutto il suo corpo, un corpo che non era fatto
per essere macchiato dal sangue del parto, n per
zampillare latte a volont.
Ramona dice che, in fin dei conti, sei una brava ra-
gazza e che in realt volevi bene a tua madre. Incre-
dibile, vero? Ti hanno rovinato il fantastico numero
che avresti potuto permetterti se tua madre si fosse sui-
cidata prima, quando eri pi piccola. Adesso non ha
pi senso far scoppiare una tragedia familiare. Non hai
avuto una madre tenera e ragionevole, ma ti assicuro
che lei ci provava. Nel suo modo goffo e infantile, ci
provava. Le avevano dato ogni genere di consigli af-
finch fosse una buona madre. Per lei erano cinese.
L'avevano torturata con la parola "casa", che gi di per
s  patetica. Era disposta a lasciarsi influenzare da
chiunque pur di darti un nido confortevole nel quale
potessi crescere come si deve. Fra tutti quanti le mar-
tellavano in testa ogni genere di concetti incompren-
sibili: la lotta quotidiana per migliorare il carattere, l'at-
mosfera di fiducia necessaria per crescere, l'amore e la
tolleranza per se stessi. Una lista infinita di luoghi
comuni uno pi abominevole dell'altro. Una serie di
prove materno-psicologico-lavorative che la facevano
sentire sempre pi frustrata, pi aliena, pi colpevole
e carica di doveri.
Tu, cara Camila, la spingevi con la tua sola presenza
verso il disastro, e per di pi le impedivi di godere del-
la libert necessaria per scegliersi una forma di deca-
dimento pi adatta a lei. Non poteva permettersi alcun
eccesso, n drogarsi, n ubriacarsi, n prendersi aman-
ti a man bassa. L'istinto di protezione nei tuoi con-
fronti le impediva di rovinarsi come le pareva. Il suo
non  stato un caso eccezionale. Come forse saprai,
molte donne si vedono private, per colpa degli istinti e
dei doveri nei confronti della prole, di un'autoimmo-
lazione lenta e gaudente, di una bohme intellettuale e
artistica. Invece di finire con il fegato a pezzi o con i
neuroni bruciati, seguendo fedelmente le pulsioni fu-
neste della loro anima, tengono duro, preparando me-
rende e soffrendo di qualche patologia psichica passi-
va e banale. Tua madre era di quelle, e si  concessa
unicamente il suicidio, quando ormai sapeva che non
poteva pi traumatizzarti, ma solo darti sollievo.
A volte non capiamo che la vita  un'opera corale, e
che il nostro destino ha ben poca importanza. Le for-
miche sono considerate insetti perfettamente organiz-
zati, eppure spesso costruiscono formicai in luoghi ri-
schiosi, vicino a vie transitate. Un uomo che cammina,
una bicicletta... e muoiono a centinaia. Ma non im-
porta, la comunit pu permettersi la scomparsa di po-
chi individui. L'armonia del cosmo non  alterata dal-
la perdita. Questo avverr anche con tua madre. La vi-
ta segue il suo corso. E poi, lei non era rappresentati-
va di una categoria di donne. Lei non credeva ferma-
mente nella vita, come pare sia d'obbligo, n com-
prendeva l'andamento naturale delle cose, n le im-
portava un fico secco della bellezza di procreare e
mettere su famiglia, di costruire un futuro e tutto il re-
sto. Si sforz di vedere l'esistenza come qualcosa di lo-
gico, ma non ci riusc. La vita  difficile, un formicaio
sul ciglio della strada, dove possono calpestarti senza
che nulla cambi. Tua madre  stata rovinata dalla logica
degli altri. Procreare, convivere, la famiglia, l'amo-
re. .. tutto questo era puro veleno per lei. Anche se im-
magino che per te, questa storia delle formiche sia
un'enorme idiozia, e che se adesso mi avessi davanti mi
manderesti volentieri a lavare i vetri in un lebbrosario
o a rifare i letti in un manicomio, a fare qualcosa di uti-
le e solidale, pi adatto alla tua generazione che alla
mia, la cui unica occupazione era teorizzare.
"Ogni vita  meravigliosamente individuale" dissero gli
psichiatri a tua madre dopo averla manipolata per be-
ne. Immagina quanto doveva importargliene a lei.
Praticamente niente. Ma per molta gente queste scioc-
chezze sono verit incontestabili. A loro la logica del-
la vita appare armonica e bella, e non si sognerebbero
mai di attentare al suo funzionamento. In virt di
questa logica i panettieri fanno il pane e i pompieri
spengono gli incendi. Sara cercava di piegarsi a questi
imperativi cos evidenti, ma non li capiva. Tutti la mar-
tellavano, credimi, anche tu lo facevi. Avresti dovuto
mollare la presa molto prima, non accanirti su di lei fi-
no alla fine.
L'altro giorno, per strada, guardavo la gente che mi ve-
niva incontro. C'erano molte donne che uscivano dagli
uffici, che correvano ansiose verso casa. Immaginai che
rientrando avrebbero trovato i loro bambini ad aspet-
tarle, perch tutte avevano la faccia stravolta dal sen-
so del dovere e della colpa. Si preparavano al trauma-
tico incontro con i loro figli, lasciati per troppe ore al-
l'asilo, pronti a rivolgere contro di loro il rancore per
essere stati rinchiusi in un luogo collettivo e imperso-
nale. Non appena rivedono le loro mamme, quei bam-
bini le aggrediscono, in modo violento o sottile, e loro
sono costrette a trasformare tutto quell'odio in amore.
Cercano di farsi perdonare, ma inutilmente, sono con-
dannate in partenza. Un'intera generazione di madri 
odiata dai propri figli. Non si sa chi abbia lanciato que-
sta maledizione, per i secoli dei secoli. Ma le madri,
ignare della sua inesorabilit, continuano a sforzarsi di
cuocere le verdure, di trasmettere amore. In passato le
madri si sentivano maltrattate dai figli e muovevano lo-
ro laceranti rimproveri, proteste amorose alle quali i fi-
gli si vedevano costretti a rispondere. Si sentivano
sempre malpagate, come un immigrato clandestino
costretto a un lavoro estenuante. Facevano il possibi-
le per esigere un salario amoroso equo. Si lamentavano,
gridavano, imprecavano, erano molto noiose. Oggi si
sono moderate e non protestano mai per gli affronti su-
biti. E una fortuna, credimi.
Chi ti ha dato la notizia che tua madre si era uccisa? E
stata Ramona, vero? Lei sa come si fanno queste cose,
conosce le frasi giuste, se esistono frasi giuste per dire
una cosa simile. Sei stata tu a dare la notizia a tuo pa-
dre? Non vi siete mai curati molto l'uno dell'altra, ve-
ro? Per questo non vi odiavate. L'odio lo serbavate in-
tatto per la mia povera amica, e questa  una cosa che
non posso perdonarti. Tu penserai che non eri libera,
che la odiavi perch non avevi altra scelta, che tutto
quello che hai fatto l'hai fatto solo perch eri condi-
zionata dall'educazione ricevuta. Ma ti sbagli. Avresti
avuto la possibilit di staccarti da lei molto prima, se la
odiavi tanto, e invece hai preferito rimanere l, in
stato di guerra permanente, aggredendola con ogni
sguardo e ogni parola. Non  stata un'opera buona, no
di certo.
Ti avranno forse detto che tua madre era un disa-
stro, ma non  vero. Era una donna magnifica che non
si meritava lo schifo di vita che ha fatto. Tu hai con-
tribuito attivamente e passivamente alla sua rovina, e
questa  una cosa che non ti perdoner mai. Voglio che
tu lo sappia, anche se non te ne importa niente. Devi
saperlo che c' qualcuno al mondo che non ti perdona,
e che non ti perdoner finch avr vita.
Nient'altro.






4.

Be', non posso certo dire di essere stata molto presente
nella vita di Sara. Ci provai, ma finii sempre per scap-
pare di corsa, temendo che i suoi guai potessero tra-
scinarmi in qualche disastro. Tutta la mia vita  stata
un lungo cammino verso il non-coinvolgimento, verso
l'indipendenza, verso l'ideale raggiungibile di non ave-
re nessuno che dipendesse da me. Ho esercitato questa
politica per anni, senza fare eccezioni, perfino con
persone nei confronti delle quali provavo forti tenta-
zioni di fraternizzare, di interagire. Ma la mia solida
determinazione di persona non allineata ha sempre
prevalso. Non comincer ad analizzare, ora, le ragioni
profonde di questo mio modo di procedere,  troppo
tardi. Se una di queste ragioni  la paura, non smetter
certo di provarne. Se  stato egoismo o mancanza di
umanit da parte mia, non credo di poter cambiare al-
la mia et. So solo che mi d fastidio che qualcuno mi
ami, mi ringrazi, si senta in debito con me. Lo detesto
quasi quanto detesto essere odiata e disprezzata. Per
questo, la piccola rivoluzione scoppiata dopo la morte
di Sara comincia a irritarmi. Gabriel che mi compare in
casa con aria tragica, le visite dei vecchi amici, che si
susseguono, come se i protagonisti del dramma si des-
sero il turno. Ci vorranno dei mesi prima che riesca a
togliermi dalla mente tutto questo, o a relegarlo in uno
spazio pi ridotto. Se non altro, nessuno  riuscito a
smuovere in me pensieri indesiderati. Potrei doman-
darmi quale ruolo benefico avrei potuto avere in que-
sta lunga storia. Potrei trarne lo spunto per un bilancio
della mia vita, ma per fortuna questo non mi succede.
Ieri era sabato, e Gabriel mi ha chiesto di andare a fa-
re colazione con lui in un bar con i tavolini all'aperto.
Ho accettato. Perch no? C'era un sole splendido, e
dipendeva solo da me non far durare troppo quell'in-
contro. Alla fine  stato divertente, lui si  messo a fi-
losofare sul mondo d'oggi, sulle cose che non riesce pi
a capire. Forse gli converrebbe filosofare sulle cose che
non gli va pi di capire. Dubito che sia davvero cos
perplesso. Lo vedo saldamente piantato dentro di s,
mentre vaga per il mondo esterno come ha sempre fat-
to. Non si  mai inserito del tutto nella realt, ma or-
mai non credo che la realt gli sia cos necessaria. Sta
andando da qualche parte, solo lui sa dove, o forse si
muove spinto da un'inerzia generale e indeterminata
che lo porta avanti, e a questo movimento non sa ri-
nunciare. Accumula fallimenti amorosi nella convin-
zione di trovare un giorno il rapporto perfetto. Io non
sono mai riuscita del tutto a capirlo, a discernere la sua
vera personalit, se una cosa del genere esiste. Ieri in-
zuppava il suo cornetto nel caff con avidit, con
gusto, e quando ha posato la tazza vuota sul piattino
ha chiuso gli occhi e ha alzato la faccia al sole. Erano
gesti spontanei, di una serena vitalit che mi ha stu-
pita. Poi si  acceso una sigaretta, e quando pensavo
che stesse per parlare della sua pittrice thailandese, 
tornato sull'argomento Sara. Sara  nella sua mente co-
me nella mia, a brandelli, a raffiche, ma di conti-
nuo. Ho capito che, pur non essendone consapevole,
anche lui ha assistito all'intera vita della nostra amica,
vedendola da un'altra prospettiva. Sara  ancora con
tutti noi, come una vittima sacrificale del destino, che
in un certo senso ci libera dalla fatalit del disastro e
della morte. E stata lei la prescelta dalle tenebre.
Pu darsi che nessuno di noi sappia davvero vivere,
ma siamo ancora in piedi, mentre lei  caduta. Il dio
spietato, divoratore e francamente figlio di puttana, ha
avuto la sua vittima, e noi siamo in salvo. Anche
Gabriel, ieri, pareva liberato dalla maledizione ge-
nerazionale. Guardando le auto che passavano, ha
ripetuto pi volte il nome di Sara a bassa voce, come
un padre che si lagna di una figlia degenere. Poi mi ha
raccontato un'avventura amorosa della nostra amica
che io non conoscevo. Una storia sorprendente, forse
il suo canto del cigno, svoltasi nel periodo in cui mi
ero fatta la promessa di non interessarmi pi alle sue
passioni passeggere, promessa che, per una volta, ave-
vo mantenuto.
Ti ricordi di Roberto?
No, non sapevo nulla dell'esistenza di Roberto.
Era uno che sembrava davvero innamorato di Sara,
anche se come padre di Camila non poteva certo andar
bene, n per ricoprire un altro di quei ruoli per i
quali cercavamo un candidato. Berta volle che lo ve-
dessi per farmene un'idea, ma tu sai che farmi un'idea
della gente non  mai stato il mio forte. Be', lo feci lo
stesso, andai da Sara e conobbi quel tipo, che mi
parve subito un idiota senza remissione, di quelli che
sanno tutto di tutto, moderni, informati e di sinistra.
Era molto giovane, faceva l'insegnante, credo. Ma fu
l che mi resi conto che qualcosa stava cambiando
nel mondo: lui era di sinistra ma non era pi come noi.
Metteva in dubbio tutto, anche il progresso, e invece
di preoccuparsi per la libert, per la democrazia, per il
sesso senza frontiere e tutto il resto, si mise a disser-
tare sugli eccessi della scienza, sulle case farmaceutiche
e le aggressioni all'ambiente. Ci credi? Era un ecolo-
gista di prima generazione! Uno che si batte per l'e-
quilibrio della vita, per la riduzione dei consumi e l'or-
ganizzazione del tessuto sociale. Be', a me sembrava
un idiota, ma forse farei bene a rivedere la mia opi-
nione. Forse erano le nostre idee a essere in declino,
anche se allora non me ne accorsi, sebbene la cosa fos-
se davanti ai miei occhi come una verit palpabile. E
forse Sara era pi avanti di noi e aveva colto il valore
di quell'idiota, gli aveva dato il giusto peso, e si era in-
namorata.
Non credo. Sara, in fatto d'amore...
No, non se ne era innamorata, ascoltami bene. Tut-
to il casino che avevamo combinato per aiutarla era ar-
rivato a un tale livello di assurdit che lei stessa mi
chiese di parlare a Berta e di dirle che quel tipo mi pa-
reva il candidato ideale. Ti rendi conto? Come se
Berta fosse sua madre, come se avesse bisogno del
suo permesso o della sua acquiescenza per mettersi con
chi voleva.
Forse, con tutta la pena che Berta si era data per lei,
preferiva non deluderla con un fidanzato che non pos-
sedesse i requisiti adeguati.
E questo non li possedeva, puoi starne certa. Non
doveva avere pi di ventiquattro anni. Si era appena
laureato quando Sara l'aveva conosciuto, sembrava
un bambino. Lei diceva che era bellissimo. Immagino
lo fosse, aveva un aspetto infantile e nervoso che pu
esercitare grande fascino su certe donne. Insomma, da
quel che ti sto dicendo avrai capito che non era certo
il tipo dell'uomo protettivo che stavamo cercando per
Sara, e di cui lei, secondo tutti gli indizi, aveva biso-
gno. Doveva essere intelligente, questo s, perch si era
laureato a pieni voti in filosofia e aveva trovato subito
lavoro. Stava preparando una tesi sull'umanesimo in
Nietzsche o qualcosa del genere, non mi ricordo. Che
cosa aveva visto in quel secchione la nostra piccola
analfabeta circondata dal caos? Non lo so, ma a quan-
to pare si incontravano tutti i giorni, si cercavano, si te-
lefonavano. .. Un amore in piena regola.
E la bambina?
Non lo so. Non so cosa facesse la bambina. Non ho
mai capito bene quale fosse il problema con quella
bambina del cavolo. Immagino stesse sempre fra i
piedi, a rompere le scatole, a pretendere che sua madre
le dedicasse ogni secondo della sua vita, per rovinar-
gliela. Per una bambina non pu occupare tutte le ore
del giorno, dorme, va a scuola... Loro due si vedevano
continuamente. Qualche volta sono uscito a cena con
loro.
Com'erano, insieme?
Sara ascoltava rapita le tirate intellettuali di Roberto.
Forse  per questo che lo consideravo un idiota pieno di
s. Direi che la affascinava con la sua brillantezza in-
tellettuale. Quel che mi domando  cosa potesse te-
nerli insieme con tanta intensit. Il sesso, immagino.
Il sesso, cos'altro se no? Sara aveva adottato quel ra-
gazzo cos assennato, cos studioso, cos orgoglioso
del suo sapere. Ma questa volta doveva ricavare qual-
cosa dal figlio adottivo. Se lo scopava, e si faceva
scopare come una matta, da davanti e da dietro, ap-
poggiata al muro e sdraiata sul tappeto, in bagno e in
ascensore. Ne spremeva tutto il succo, gli dimostrava
ciascuno dei suoi teoremi filosofici per via genitale.
Non c' bisogno che qualcuno me lo dica,  come se li
vedessi. Roberto, lo studente modello, stava impa-
rando qualcosa che non si impara sui libri. Dovette ac-
corgersi subito di essersi imbattuto in una donna fuo-
ri del comune, non in una ninfomane n in una buli-
mica del sesso, ma in un'artista particolarmente dota-
ta, capace di fargli conoscere tutte le sfumature, tutte
le pieghe e tutti i meandri del sesso, con allegria e na-
turalezza, con una fame mistica.
Quel capitolo mi era sfuggito, non figurava fra le mie
note biografiche, me l'ero perso. Perch Sara non mi
telefon per confidarmelo? A tal punto avevo tradito
la sua fiducia? Mi sentii abbastanza sollevata per lei
mentre Gabriel me lo raccontava. Almeno la dea Sara
aveva potuto chiudere la sua collezione con una verga
giovane e inesperta, qualcuno da indottrinare secondo
il suo splendido magistero.
E poi cosa successe? Come fin?
Non l'ho mai saputo nei particolari, ma un giorno,
quando gi avevano smesso di vedersi da mesi, Sara mi
telefon, era ubriaca, e mi disse che aveva smesso di ti-
rargli l'uccello da un giorno all'altro, proprio cos, come
te lo sto dicendo ora. La prima volta che non c'era riu-
scito, nessuno dei due aveva dato peso alla cosa, ma poi
l'incidente si ripet. Sara balbettava fra i fumi dell'alcol
che avevano passato pi di tre mesi andando a letto
senza riuscire a scopare. Roberto era diventato impo-
tente, come per una stregoneria, una maledizione.
Sara l'aveva prosciugato, l'aveva spremuto fino al-
l'ultima goccia.
Gabriel si  messo a ridere, facendo volar via qualche
colombo, ma per me era tutto chiaro. Quel ragazzo era
davvero attratto da Sara, attratto fino al midollo. Si
era lasciato trasportare dalla passione senza fare piani
per il futuro, n tanto meno pensare di entrare a far
parte di un nucleo familiare. Il ruolo di padre adotti-
vo di una bambina indemoniata e marito di una don-
na pi grande di lui, che gli sarebbe toccato proteggere
e guidare, non doveva certo tentarlo. Ma era felice, e
lo fu finch la cosa funzion. Non credo si fosse trat-
tato di un declino progressivo, e non credo nemmeno
che quella volta Camila fosse stata l'elemento dis-
suasore. Sono quasi convinta che a mettere in fuga il
giovanotto, a placare i suoi bollenti spiriti, fu la ver-
tigine stessa che prov stando con Sara. La loro storia
andava avanti, la conoscenza fra i due si faceva pi
profonda e i loro incontri a letto dovevano essere
mitici. Forse quel ragazzo impegnato e intellettuale,
poco esperto della vita, non aveva mai goduto tanto
del sesso, con un'intensit cos sapiente e personale,
come se i piaceri della carne fossero stati inventati da
Sara soltanto per lui. Eppure, a un certo punto, do-
vette provare la vertigine del baratro di Sara. La
sent, la annus, la percep come un animale. Quella
donna era avvolta da un alone di pericolo, un fatalismo
frenetico la accompagnava in ogni suo movimento.
Questo non le succedeva in giovent, ma dopo s, per-
ch ormai le erano state tarpate le ali, come a un uc-
cello raro, ed era lambita dal velo nero della morte. Il
ragazzo capt un segnale inequivocabile che lo re-
spinse. La sua natura, senza dubbio tendente a so-
matizzare, lo priv del vincolo che lo univa a Sara. Il
suo pene smise di funzionare.
Fu allora che Sara cadde in depressione, azzardai.
Non saprei dirti quanto tempo dopo, ma credo di s,
forse appena qualche mese. Io smisi di vederla per un
po'. Ero molto preso dai miei problemi, il matrimonio
con la mia seconda moglie cominciava a traballare, e lei
nel giro di un anno mi lasci. E poi, sai com'era Sara.
Finch dur la storia con quel ragazzo, mi telefonava
spesso, chiedeva di vedermi a ore insolite, per parlare,
per chiedermi consigli che io non potevo darle. Se ci ve-
devamo a casa sua, c'era sempre la bambina, e quella
tensione terribile fra loro due... Impossibile sopporta-
re quell'atmosfera, ti dava la claustrofobia, aggiungeva
inquietudine a inquietudine. Non ricordo come provocai
il suo allontanamento. Probabilmente smisi di darle
retta, trovai delle scuse per non vederla, penso che
bast questo. Sembrava che per non affogare ti si
stringesse forte al collo, tirandoti gi con lei. Io non ero
disposto ad affondare, nemmeno di un centimetro.
Farei la stessa cosa adesso.
S, li conoscevo bene gli attacchi di claustrofobia pro-
vocati da Sara, la paura di essere trascinata nel suo ab-
braccio disperato. Sono sicura che fu allora che la sua
capacit di sopportazione si esaur, e l'equilibrio che an-
cora conservava si spezz. Non riusc ad accettare
che quella verga giovane e fresca si rattrappisse davanti
a lei come un piccolo cadavere. Era stata capace di ac-
cettare, da parte di ogni uomo che l'aveva avvicinata,
il rifiuto di essere sposo e padre, ma l'impossibilit di
mantenere in stato di erezione un semplice amante fu
troppo per lei.
Mi mancava quel capitolo per avere la storia completa.
Avevo sempre sospettato che non fosse stato un sem-
plice susseguirsi di fallimenti a condurla alla depressione,
e ora Gabriel mi aveva porto la chiave dell'enigma: il
giovane Roberto e il suo cazzo moscio. Questo fu l'i-
nizio del periodo pi terribile nella vita di Sara. La le-
gna lungamente accatastata avvamp. L'ultima goccia
ignominiosa fece traboccare il vaso. E in quel momen-
to Ramona prese le redini della situazione.
Un giorno mi telefon dicendo che Sara era andata a tro-
varla, molto preoccupata. Viveva in uno stato di ansia
perenne, aveva difficolt a dormire e piangeva per qua-
lunque cosa. Ramona and a casa sua e la trov, in ef-
fetti, sciupata e straordinariamente nervosa. Si spa-
vent, e ritenne opportuno consigliarle un colloquio
con uno psichiatra. Nel suo caso, l'eterodossia non era
contemplata: lo psichiatra doveva essere anche psica-
nalista, uno del suo clan. Ancora una volta, Sara ag con
docilit e accett la psicanalisi, non a scopo esplorativo
e introspettivo, ma per ricavarne un aiuto urgente.
Come seppi pi tardi, gli psicanalisti non sono molto
propensi a formulare diagnosi e ad appiccicare eti-
chette in base alla patologia. Per loro la psiche  indi-
viduale come il soggetto che la possiede, e parlare in
termini astratti, applicabili a tutti, sarebbe come deli-
neare in anticipo una conoscenza che potr affiorare
soltanto nel corso del trattamento. Tuttavia, nel caso
di Sara, si disse che soffriva di depressione con una for-
te componente ansiosa.
Sara non mi telefon e io non le telefonai. Pensai
che fosse in buone mani e che le cose stessero an-
dando nel modo giusto. Non attraversavo un periodo
tranquillo, ma ero felice. Mi ero di nuovo innamorata,
e Santiago ed io stavamo progettando di vivere insie-
me. Ma ci fu un imprevisto. Santiago doveva smonta-
re quella che era stata la sua vita precedente e questo
gli avrebbe richiesto un paio di mesi. Io dovevo fare la
stessa cosa, ma il mio contratto d'affitto scadeva e non
valeva pi la pena di rinnovarlo. Ramona, che era
un'amica dalla generosit inesauribile, si offr di darmi
alloggio. Mi parve una situazione economica e piace-
vole. Sistemai i mobili in un magazzino e mi presentai
da Ramona con un paio di valigie.
Mi sistemai nella camera degli ospiti. Ramona viveva
sola e aveva un appartamento diviso in due parti: abi-
tazione e studio. Credo fosse contenta della mia pre-
senza, anche se i nostri orari di lavoro non ci permet-
tevano di passare molto tempo insieme. Il suo impegno
era mastodontico ed estenuante. Spesso finiva l'ultimo
colloquio alle dieci di sera, dopo aver cominciato a ri-
cevere pazienti alle nove del mattino, con una breve
pausa per il pranzo. Mi domandavo come potesse ge-
stire ininterrottamente quella valanga di nevrastenia e
dolore morale che si rinnovava di tre quarti d'ora in tre
quarti d'ora. Apparentemente ci riusciva senza troppe
difficolt. Se qualche sera cenavamo insieme, preparavo
qualcosa io perch non dovesse affaticarsi, ma la ve-
devo tranquilla e serena, senz'altra tensione sul volto
che quella dovuta al lavoro prolungato.
In quei due mesi non mi dedicai affatto a una full im-
mersion nel freudismo, ma mi feci un'idea di come si
svolge la vita di uno psicanalista.
Ramona era stata una studentessa allegra e disinibita.
Giocava a calcio nell'unica squadra femminile dell'u-
niversit. Smitizzava i problemi quotidiani, amava di-
vertirsi e rideva a crepapelle come un Falstaff. Era mol-
to simpatica. Quando ci vedevamo per studiare aveva
il vizio di disegnare organi sessuali su un foglietto. Era-
no raffigurazioni simboliche. I falli, un tratto vertica-
le, come una piccola colonna ionica con le volute alla
base. Le vulve, necessariamente pi astratte, erano
degli ovali con un triangolo inscritto. Quel passatempo
pseudoartistico la impegnava per ore, riempiva di sca-
rabocchi cripticamente osceni i margini dei libri. For-
se quell'iconografia cos specifica era un preannuncio
della sua vocazione psicanalitica successiva.
La nostra era una bella amicizia, una di quelle amicizie
senza complicazioni, pi epiche che liriche, pi maschili
che femminili. Non eravamo portate alle confidenze,
chiacchieravamo fino all'alba di argomenti neutri, a
volte ci sbronzavamo, cantavamo canzonacce goliardi-
che che lei imparava durante le sue trasferte sportive.
Non avrei mai pensato che si sarebbe interessata alla
psiche umana, le ragazze come lei in genere sceglievano
campi pi concreti e meno controversi, l'ortopedia,
per esempio. E invece no, la malattia mentale divenne
il suo oggetto di studio. Pi tardi, quando lei stessa era
in analisi per diventare a sua volta psicanalista, mi do-
mandai che cosa diavolo avesse da raccontare al suo te-
rapeuta durante le sedute. Come poteva, la sua mente
apparentemente sana e semplice, prestarsi a un'esplo-
razione cos prolungata? Quali vicende poteva ram-
memorare Ramona distesa sul lettino? Erano sogni, fan-
tasie sessuali saffiche che la assalivano dopo le partite di
calcio? Berta un giorno mi rimprover duramente. Io
non avevo idea, la pi pallida idea, ripeteva, dei pro-
blemi che aveva Ramona, problemi profondi, cos ra-
dicati nel suo cuore che era difficile risolverli. Berta so-
steneva che se non avevo mai ricevuto una confidenza
da Ramona n da altri amici era perch il mio cinismo
e la mia freddezza impedivano a chiunque di avvicinarsi
a me col cuore aperto. Forse aveva ragione, e non so se
mi pento di essere stata cos. Dovrei pensarci.
Bene, il fatto  che al termine degli studi Ramona en-
tr a far parte della parrocchia psicanalitica. Per lei fu
come entrare in un labirinto. Ci sono labirinti da luna
park, multicolori e inoffensivi, dai quali si pu uscire
quando si vuole, appena la festa  finita. E ce ne sono
altri dai quali non si esce mai perch costituiscono un
rifugio. Dodici anni in analisi. Tutta una vita passata
ad analizzare gli altri.
Io, allora, avevo un'idea molto preconcetta della psi-
canalisi. Non riuscivo a non associarla a certe inquie-
tanti immagini che avevo visto negli studi medici.
Donne in abiti lunghi, con i capelli sciolti, circondate
da un'assemblea di studenti di psichiatria. Occhi che le
osservavano esperti e compassionevoli. L'attenzione di
tutti rivolta alle spiegazioni del professore sulle di-
sgrazie di quelle creature traviate. Ma il peggio per me
erano i mali delle donne, strani e tormentosi, a volte
spettacolari e quasi circensi: impossibilit di camminare
senza nessuna causa organica, rifiuto del cibo nono-
stante la fame. Isteria, malattie imparentate con le
maledizioni magiche, con gli incantesimi della stre-
goneria, con i castighi inviati direttamente da Dio. E
rimedi prossimi al miracolo: imposizione delle mani di
Freud, impregnate di odore di pipa, paterne. A volte,
in certe antiche fotografie, le malate sono in camicia da
notte. Camicie da notte di lino, lunghe fino ai piedi,
con ampie pieghe e volant, come pesanti zavorre. Al-
lora l'impressione di debolezza della donna  ancora pi
forte. Sui volti dei medici appare un rispetto dolente e
una curiosit scientifica tinta di piet. Di fronte a
una povera squilibrata l'espressione degli scienziati  si-
mile a quella di chiunque davanti a un bambino sel-
vaggio trovato nella foresta amazzonica.
Una sera che eravamo tutte e due abbastanza alticce,
dissi a Ramona: "La psicanalisi, la Chiesa, la maternit,
sono le tre cose che pi hanno fatto male alle donne nel
corso della storia". Lei si arrabbi, neppure troppo, e
mi rispose: "Ma vaffanculo". Poi scoppiammo a ride-
re, e non tornammo mai pi sull'argomento da so-
brie. In quei primi anni Ramona era molto impegnata
nella sua nuova professione.
Eppure, durante il mio soggiorno a casa sua, quasi ot-
to anni dopo l'inizio della sua carriera di psicanalista,
mi resi conto che tutto era cambiato. Un incrollabile
senso pratico si era impadronito di lei e delle sue de-
cisioni. Un pragmatismo cos assoluto ed essenziale da
apparire come una vera e propria filosofia di vita.
Credo fosse il risultato della psicanalisi applicata a se
stessa e alla cura dei pazienti.
In casa sua si riuniva una volta alla settimana un grup-
po di amici di Ramona, tutti psicanalisti. Lavoravano
insieme e poi consumavano una cena fredda alla quale
ciascuno contribuiva portando qualcosa. A quelle cene
partecipavo anch'io. Ero colpita dalla differenza d'et
che c'era fra loro e che non impediva una perfetta in-
tesa. Mi spiegarono che in quelle riunioni ciascuno
esponeva i problemi che si presentavano nella terapia
dei pazienti e che le decisioni venivano sottoposte al
parere dell'assemblea. Ne fui stupita, avevo sempre im-
maginato la pratica analitica come un segreto fra due
persone, ben custodito dalla professionalit del medi-
co. Certo, non si facevano i nomi dei pazienti, ma si
parlava dei loro strani complessi, delle loro ossessioni,
dei loro sogni. Il tutto mi parve di un'impudicizia in-
quietante. I colleghi di Ramona non si frenavano nep-
pure davanti a me, che non ero parte del clan. A volte,
forse per sdrammatizzare, si permettevano di fare del-
lo spirito sulle storie che raccontavano, come se fossero
barzellette. Il tipo che aveva la mania di mostrare il cu-
lo alla finestra, la notte. La ragazza che conservava le
mele in un cassetto finch non marcivano e poi se ne
spalmava tutto il corpo. Quelle riunioni informali in
mia presenza mi davano i brividi, ma non riuscivo a
sottrarmi al fascino che esercitavano su di me. Vi cir-
colava un'aria viziata, come un odore fecale. Gli aned-
doti pi terribili venivano raccontati con la massima na-
turalezza. Per esempio, la storia della donna che con-
servava le proprie feci nel freezer per poi contem-
plarle con orgoglio. O quella dell'uomo che andava a
spiare le donne nei gabinetti pubblici.
Loro ridevano di queste cose, e io me ne scandalizza-
vo. I traumi dell'infanzia trattati con leggerezza, come
incidenti banali, e poi trasformati in materia astratta
mediante una selva di termini impenetrabili. Li senti-
vo confrontare i loro problemi di lavoro senza il mi-
nimo riserbo. Lavorare per i servizi pubblici era or-
rendo, dicevano, li costringeva ad affrontare tutto
quel che capitava: casalinghe piene di nevrosi, vecchi
in preda alla demenza senile, psicotici all'ultimo stadio,
ogni genere di tarati, carne da manicomio. Niente a che
vedere con gli interessanti e piacevoli casi che si pre-
sentavano negli studi privati: professionisti in crisi
esistenziale che desideravano comprendere meglio se
stessi, donne di mezz'et, afflitte da una lieve de-
pressione, che volevano colmare le lacune della loro
personalit. Questi pazienti s che erano degni di essere
analizzati, tutti desideravano averne.
A poco a poco cominciai a capire come funzionasse la
loro accolita in quanto gruppo sociale: stringevano
amicizie durevoli, si sposavano fra loro, andavano in
vacanza insieme e si sentivano sempre protetti. Capii
che Ramona aveva delle buone ragioni per dedicare la
sua vita alla psicanalisi. Aveva trovato un rimedio alla
solitudine. L, fra casi sanguinosi e accurate diagnosi,
c'era un posto per lei.
Be', forse non era il caso di scandalizzarsi tanto. Un
chirurgo plastico non preferisce forse operare una bel-
la signora un po' sciupata dagli anni che la vittima or-
ribilmente ustionata di un incidente? Le loro chiac-
chiere erano normali, umane, prevedibili e sincere.
Senza dubbio ero influenzata dalle antiche credenze
che legavano la follia alla divinit. Nella pratica tera-
peutica quotidiana non era il caso di pretendere trop-
pa abnegazione dal medico. Eppure, non potevo fare a
meno di pensare che quegli psicanalisti coltivassero un
genere tutto loro di spiritualismo scientista.
Un giorno che mi trovavo nella mia stanza mentre
Ramona incontrava un paziente nel suo studio, sentii
il rumore ripetuto di una pallina da ping-pong. Giocava
con il paziente? Fino a quel momento la mia discre-
zione era stata assoluta, ma quella sera non resistetti e
glielo domandai. Mi rispose in tutta tranquillit:
S, giochiamo a ping-pong. E' un ragazzino di dodici
anni. Usiamo i colpi della racchetta nell'elaborazione
dell'aggressivit.
Non ebbi il coraggio di dirle che a me quella pareva
una presa in giro, forse la pi sottile e sofisticata di cui
avessi mai avuto notizia, ma pur sempre una presa in
giro. Elaborazione dell'aggressivit. Una pallina che va
e viene su una scrivania sgombrata dalle carte. D'ac-
cordo, lo ammetto,  una bella idea, ma quella male-
detta seduta ginnica costava un bel po' di soldi ai ge-
nitori del ragazzo. Non so, sar anche un pensiero
piccolo-borghese da parte mia, ma una simile pratica mi
pareva anomala, irregolare, poco ortodossa. Mancava di
un ingrediente base, per me, non meno importante del-
la curiosit intellettuale, e quell'ingrediente era la
piet, la piet verso il malato. Non una piet lacrimo-
sa e sentimentale, ma il rispetto che deve ispirare
ogni sofferenza psichica.
Tuttavia, quella non fu la peggiore delle conclusioni a
cui giunsi. Il peggio venne fuori dalle mie lunghe con-
versazioni con Ramona durante le serate a casa sua,
molto pi protratte e approfondite di quanto non fos-
se mai capitato prima. Ramona, dai frondosi rami del-
l'albero analitico, discendeva a poco a poco fino alle ra-
dici pi sotterranee. Questa discesa era innaffiata dal
copioso pianto delle confidenze dei suoi pazienti, rese
durante sedute coscienziosamente pagate con denaro
sonante, una dopo l'altra. Ma, alla resa dei conti, rami,
radici, foglie, fiori e frutti, venivano a dare un unico ri-
sultato: le condizioni fondamentali per il raggiungi-
mento dell'equilibrio e della felicit consistevano nel-
l'avere un marito o una moglie come si deve, figli le-
galmente riconosciuti, prestigio sociale e professionale,
amici... A questo si riduceva tutto il desiderabile,
tutto ci a cui l'uomo pu aspirare per godere di buo-
na salute mentale. Di conseguenza, la dotazione ne-
cessaria per essere ragionevolmente felici prevede sta-
bilit, sicurezza, agio borghese, il tutto simboleggiato
alla perfezione dalla barba ben curata di Freud.
Il segreto era cercare dentro se stessi per trovare se stes-
si. Erano cos eliminate le connotazioni negative della pa-
rola egoismo, e il concetto veniva messo in funzione a
pieno regime. Per Ramona, nubile e vissuta sempre so-
la, questo principio si traduceva in atti ben poco eroici,
quotidiani e banali, ma carichi di praticit e utilit.
Per lei era importante avere imparato ad aggiudicarsi il
miglior sedile in aereo o il solo tavolo libero rimasto in
un ristorante. La psicanalisi le aveva permesso di di-
ventare una potente madre di se stessa. L'arte di pren-
dersi cura di s, che l'analisi le aveva trasmesso, la aiu-
tava a vivere bene in un mondo difficile. Non poteva
non riconoscere, per, un fatto evidente: le mancava la
cosa pi desiderabile: un uomo che le stesse accanto. Ed
era troppo tardi ormai, le sue nuove abitudini pratiche
allontanavano gli uomini. A nessuno piace una signora
che sgomita come una chioccia di se stessa.
Ci sono cose che solo un uomo pu offrirti, diceva Ra-
mona. Il suono della sua voce quando rientra a casa, il
braccio che ti circonda le spalle mentre cammini accanto a
lui. La sicurezza che ti d un uomo  unica, deliziosa.
Non perdeva la speranza di trovare un compagno e spo-
sarlo. A quanto mi raccontava, nel suo gruppo di psi-
canalisti erano nati solidi connubi tardivi: colleghi
che all'approssimarsi dei sessantanni avevano deciso di
unire le loro vite. Perch lei avrebbe dovuto rinunciare
alla presenza rassicurante di un uomo al suo fianco?
Era ottimista.
Non si possono cancellare gli errori commessi nella vi-
ta, ma si pu evitare di commetterne di nuovi. Anche
se non  facile: un errore tende a generarne altri. Una
volta che ti trovi nella scomoda posizione a cui ti ha
condotta un errore, qualunque soluzione  sbagliata. So-
lo una buona organizzazione pu liberarti dalla catena
dei passi falsi esistenziali. Ma, attenzione, non puoi or-
ganizzarti secondo le regole che poni tu, devi adattarti
alle regole degli altri, a quelle che tutti rispettano e se-
guono. A me, per esempio, piacerebbe moltissimo ave-
re un figlio, ma non mi verrebbe mai in mente di farlo
da sola. Bisogna piegarsi alle norme. Ogni cosa ha il suo
posto e la gente sa molto bene qual .
Ramona, implacabile nella sua diagnosi, non si rende-
va conto di essere lei stessa ai limiti della norma. Di es-
sersi rinchiusa in un mondo settario e a s stante.
Le cose importanti per tutti, sono importanti dav-
vero. Fare figli  una di queste. Per questo Sara deve
cercare di non fallire come madre.
E questo che le sta inculcando il suo psicanalista?
Lei si mise a ridere.
Noi psicanalisti non inculchiamo niente, ma facciamo in
modo che l'individuo si adatti e trovi la sua tranquillit.
Non le dissi che le madri che avevo conosciuto io
non facevano che rafforzare il cordone ombelicale,
creando un rapporto ermetico ed esclusivo con i loro fi-
gli. Non le dissi quanto trovassi terribile che tutta la
protezione, tutte le cure, tutta la dedizione delle madri
fosse rivolta sempre a una sola persona. Non le dissi
che il rapporto delle madri con il mondo era per me
molto meschino, un vincolo abominevole: sempre in-
dividuale, sempre materiale, sempre privato. Eppu-
re, non potevo tacere la mia opinione riguardo a Sara
e a sua figlia.
Credi davvero che Sara stia ricevendo buoni consigli?
Ho sempre pensato che farebbe meglio a liberarsi di
una figlia che le sta rovinando la vita, che potrebbe
darla in adozione.
Mi pentii subito di aver parlato. Ramona era capace di
risalire alle origini del conflitto, Elettra, Edipo e tutto
il resto. Il grande circo freudiano permetteva sempre la
piroetta capace di lasciare il pubblico a bocca aperta. Ra-
mona poteva mettersi a dissertare sull'aggressivit, che
in definitiva esprime il desiderio di ricomporre le lace-
razioni e i guasti. S, a volte  necessario dare un bel col-
po all'edificio e demolirlo, solo cos si pu ricostruire su
fondamenta pi solide. I bambini sono molto intuitivi e
queste cose le sanno, anche se nessuno gliele ha inse-
gnate. Cominciavo ad avere una certa esperienza quan-
to all'applicazione pratica delle belle teorie di Freud, e
mi aspettavo un'arringa piena di concetti apparente-
mente contraddittori, di quelli che i comuni mortali non
riescono a cogliere a prima vista. Ramona invece apr le
braccia come per dire: "Le cose stanno cos". Pu anche
darsi che la vita sia pi artigianale che artistica, ma nes-
suno pu abbandonarne gli sviluppi al caso. Bisogna in-
tervenire in modo deciso cercando di rabberciare il
tutto: una tiratina qui, un'aggiustatina l, usare buoni
materiali, essere coscienziosi e scrupolosi nel lavoro...
niente di troppo creativo o dirompente. In fin dei con-
ti, l'idea generalizzata di felicit non si distacca troppo
dai parametri psicanalitici: denaro, salute, amore. Chiun-
que vada in cerca di innovazioni originali, di libert a ol-
tranza o di risposte filosofiche, non  in buona fede. In
fondo l'unica massima applicabile alla psiche  il ben no-
to "Si vive una volta sola" e, naturalmente, se  questa
la vita di cui dobbiamo approfittare, non ha senso voler
rompere gli schemi o farsi pionieri di un'anti-routine
giornaliera.
Era una volgare beffa che l'estrema sofisticazione psica-
nalitica e le convinzioni popolari pi pedestri finissero per
coincidere nell'essenziale? No, Ramona e i suoi amici te-
rapeuti sapevano di cosa parlavano. Anno dopo anno
passavano tutte le mattine e tutti i pomeriggi aprendo le
porte dei loro studi a uomini e donne, soprattutto a
donne. Dopo cinquanta minuti esatti li vedevano uscire.
Avevano ascoltato brandelli di vita, di fantasie, o pure di-
vagazioni, sogni... Spesso non avevano proprio niente da
ascoltare: i pazienti si rinserravano in un silenzio testardo
o raccontavano un film visto in televisione, o li insulta-
vano gratuitamente, anche senza passare attraverso il
gioco del ping-pong. Ebbene, quei fiumi di informazioni
sgorgati dall'anima sfociavano in un mare magnum di
simboli, di false piste, di tasselli sparsi che loro dovevano
mettere in ordine. Se dopo tanti ragionamenti e tante in-
terpretazioni il consiglio da applicare si basava sul ben no-
to "tranquillit e dieta sana", un motivo ci sar pure. Po-
tr anche sembrare un luogo comune, ma non importa.
Tranquillit di fondo e un'alimentazione equilibrata, e se
le due cose potevano essere fornite da un buon marito o
una buona moglie, tanto meglio.
Ma affinch tanta semplicit brillasse di luce propria,
era necessario attraversare una selva oscura. Il lavoro
di Ramona era caratterizzato da aspetti impudichi,
punteggiato di confessioni sessuali, complicato da pa-
tologie contorte come nodi. Restituire la linea retta a
personalit traviate era la vera difficolt.
Ramona constatava un fatto terribile attraverso la sua
massiccia esperienza: la donna  vittima preferenziale
della malattia psichica. Una grande verit. Esistono sta-
tistiche e studi comparativi incontrovertibili. I di-
sturbi non hanno numero. Le sindromi femminili sono
diffuse ovunque. Le casalinghe mandano gi di tutto
pur di sentirsi meglio: tranquillanti, antidepressivi,
ansiolitici. Lottano come possono contro le emicranie
e lo stress. Soffrono di malattie psicosomatiche. Han-
no disturbi del sonno. Sono afflitte da isteria, da sin-
drome premestruale, da depressione post-partum e da
malinconia post-coitum. Ci sono le alcoliste mascherate
e le cleptomani da grandi magazzini, c' la demenza
precoce, la ludopatia da bingo e da macchina mangia-
soldi. Ci sono le anoressiche e le bulimiche. E soprat-
tutto ci sono le donne che prendono caff, decine di
caff. Caff che suddividono la giornata dal mattino al-
la sera affinch la vita abbia un senso. Il caff della co-
lazione, il caff di met mattina, il caff del dopo
pranzo, il caff di met pomeriggio, il caff del dopo
cena. Caff che tira su il morale e d qualcosa da fare.
Sono un esercito, le donne psichicamente a pezzi, un
esercito che punta le proprie armi contro di s.
Ramona non era d'accordo quando io le esponevo le
mie teorie.
Dal momento che non rivolgiamo la nostra aggres-
sivit contro gli altri, finiamo per aggredire noi stesse
con le patologie mentali, dicevo.
Lei negava che fosse cos, non voleva nemmeno sen-
tirne parlare. Le donne sono pi portate alle malattie
psichiche mentre gli uomini soffrono pi facilmente di
disturbi cardiaci. Non era il caso di indagare oltre. Lei,
che si occupava professionalmente dei simboli e della
loro interpretazione, respingeva categoricamente la
mia teoria. In questo era concreta, meccanicista, scien-
tifica. Dovevo arrendermi all'evidenza: noi donne sia-
mo alla base dell'equilibrio e dell'armonia, e al tempo
stesso siamo carne da psichiatra. E' cos e basta.
Nei due mesi che passai a casa sua tentai pi volte di
confutare questo ragionamento semplicista.
Gli uomini usano la loro aggressivit all'esterno,
permettendo ai loro conflitti interni di affiorare, non
li tengono chiusi dentro di s fino a farsi venire dei
cancri mentali. E poi da sempre hanno la possibilit di
impegnarsi nella creazione artistica di ampio respiro.
Epopee, sinfonie, cattedrali. Che cosa facciamo noi
donne non appena ci vengono passati gli arnesi della
creazione? Mio Dio! Ci areniamo in piccole storie in-
trospettive sulla nostra infanzia, sui sentimenti, sul-
l'amore.
Ramona rideva, ma scuoteva la testa. No, le cose sono
come sono. Capii che non sarebbe mai stata d'accordo
con me. La base del suo sapere era nettamente indivi-
dualista, non avrebbe mai preso in considerazione
teorie generali.
Le portai la fotografia di una scultura che mi piaceva
molto. L'artista era un lituano che viveva negli Stati
Uniti. Era una bella statua lignea intitolata Maternit.
Raffigurava una donna che allatta un bambino. Il
bambino non badava al seno materno, ma si dedicava
a risolvere un cubo di Rubik che aveva fra le mani.
Dalla schiena della donna sporgeva una chiavetta, co-
me quella dei giocattoli a molla. Le misi quell'immagine
sotto gli occhi.
Vedi, qui  chiaramente esposto il problema. Il
bambino, futuro uomo, pensa solo al suo gioco, che
rappresenta la pura intelligenza astratta, e per di pi
improduttiva. Quanto alla donna, eccola l, che scon-
ta la sua condanna come un automa: si occupa delle ne-
cessit primarie dell'uomo, seguendo il suo imperativo
animale, badando all'essenziale, mentre la sua fatica 
ignorata perfino da chi ne trae direttamente beneficio.
Questo  il ruolo della donna. Davvero la psicanalisi
vede questo stato di cose come l'ideale a cui dobbiamo
tendere?
Lei rideva come una matta mentre brandivo quella
foto davanti a lei. Non mi prendeva sul serio, ma era
divertita dalla determinazione che mi spingeva a
mostrarle delle rappresentazioni grafiche delle mie
teorie. Quando riusc a smettere di ridere, mi guard
seria:
Senti, non estremizziamo. Ieri, in metropolitana, si
 seduta vicino a me una donna che mi ha molto col-
pita. Aveva una cinquantina d'anni e un'aria esau-
sta. Probabilmente tornava dal lavoro. Era una donna
comune, di bassa estrazione sociale, vestita con roba
del mercato, con i capelli rovinati dalle tinte e dalle
permanenti. Eppure mi accorsi che aveva curato tutti
i piccoli dettagli che le permettevano di avere un suo ri-
conoscimento sociale: anelli d'oro alle dita, un ciondolo
con il suo segno zodiacale, una camicetta di seta sin-
tetica, scarpe dello stesso colore della borsetta in finta
pelle... E stupefacente, ma tutti obbediscono alle nor-
me senza che nessuno debba imporgliele. Di sicuro
quella donna lavora in un'impresa di pulizie, esce con
suo marito la domenica, impara dalle riviste o dalla te-
levisione tutte le novit dettate dalla moda a ogni
stagione... Perfino i pazienti psichiatrici ricoverati in
ospedale, completamente disturbati, vittime di alluci-
nazioni spaventose, fobie continue, ossessioni aberranti,
perfino loro portano giacche e pantaloni di taglio at-
tuale, usano il tovagliolo durante i pasti, si salutano cor-
tesemente quando non sono troppo fuori di testa.
Tutti tendiamo verso la norma che abbiamo ereditato
dalla nostra civilt.
Nell'intero periodo che trascorsi in casa di Ramona, in
quelle lunghe conversazioni serali, non parlammo mai
di Sara come di un caso personale. Anzi, credo che en-
trambe evitassimo di farlo, anche se l'argomento era
nell'aria. A volte veniva fuori l'esempio di sua figlia, e
allora Ramona era inflessibile.
Non dire che quella bambina sta crescendo nell'o-
dio gratuito verso sua madre! Sara non ha saputo dar-
le la minima tranquillit e sicurezza. Manca di un pa-
dre, manca di ordine... E quegli amanti deplorevoli
che fanno tutto quel che pare a loro anche davanti al-
la bambina! Guarda, puoi permetterti di essere di-
sperata, di vivere alla giornata, di andare a letto con
chi vuoi, di fare l'eccentrica se non hai figli. Una vol-
ta che li hai,  finita, capisci? E' finita. I figli durano
tutta la vita.
Molte volte pensai che Ramona fosse cos rigida perch
non andava a letto con nessuno. Sospettavo che si fos-
se innamorata del suo psicanalista, magari solo nei pri-
mi anni, per poi dimenticarsene. In ogni caso, si era in-
namorata, senza mai confessarlo. Non aveva fortuna con
gli uomini. Non era brutta, ma mancava di attrattive,
era grigia, semplicemente a modo. Da come si presen-
tava agli altri ci si faceva subito l'idea che non fosse una
donna capace di vivere una passione e, quindi, nem-
meno di suscitarla. La maggior parte degli uomini che
conoscevamo avrebbe preferito andare al cinema da
soli piuttosto che uscire con lei. Alla fine era entrata nel
club delle donne che vivono tutta la vita senza un uomo
accanto. Ma a lei non dispiaceva, si era organizzata al-
la perfezione dentro al guscio della psicanalisi. Aveva un
lavoro ben remunerato, aveva amici, viaggiava e anda-
va a cena fuori. Sembrava non le mancasse nulla, tran-
ne i figli. Parlammo anche di questo, qualche volta, nei
due mesi che dur la sua ospitalit.
S, il mito dei figli aveva fatto breccia nel suo cuore. Un
ventre sprecato. Nessuno che l'avrebbe chiamata mam-
ma. Seni che non avrebbero dato latte. Stanze dove non
si sarebbe mai sentito un grido infantile. A me sem-
brano tutti luoghi comuni a cui lei si aggrappava senza
neppure troppa convinzione. Eppure, non mi sarebbe
mai passato per la testa di contraddirla. No, eravamo
grandi ormai, erano finiti gli anni lieti della facolt,
quando ciascuno gridava la verit in faccia all'altro e si
rimaneva sempre amici. E poi la cosa non aveva pi im-
portanza. Tutti abbiamo bisogno di esibire la nostra fru-
strazione, una frustrazione riconoscibile e accettabile da-
gli altri. E un modo come un altro per integrarsi. In
fondo, non penso che il senso pratico di Ramona le per-
mettesse di passare molte notti in bianco rimpiangendo
di non aver partorito. Se cos fosse stato, avrebbe but-
tato a mare tutte quelle regole di felicit firmate Freud
e avrebbe concepito un figlio con un amico, oppure si
sarebbe fatta inseminare artificialmente.
Dal periodo trascorso in casa sua avevo tratto utili in-
segnamenti sulla disciplina psichiatrica a cui lei aveva
dedicato la vita e, francamente, li trovavo molto preoc-
cupanti. La mia amica Sara, la mia cara amica Sara dal-
la quale mi ero allontanata, ma che continuavo ad
ammirare e ad amare, era sotto l'influenza di quelle
idee. Il modello secondo il quale veniva rieducata im-
plicava la necessit di marito, figli, propriet e presti-
gio sociale. E non come semplici coadiuvanti, come ec-
cipienti, ma come sostanza essenziale dell'equilibrio
mentale necessario per vivere. Sara non aveva la mi-
nima possibilit di uscire indenne da un trattamento si-
mile. La sua struttura emozionale, cerebrale, chimica e
fisica non si sarebbe mai adattata. Anzi, tutti quegli
elementi erano contrari al suo pi intimo e genuino mo-
do di essere. Di conseguenza, il contrasto avrebbe
potuto trasformarsi in un ciclone capace di raderla
completamente al suolo. Sottoporre lei a psicanalisi era
come voler far s che una formica, con il solo esercizio
muscolare, raggiungesse la forza fisica di un elefante.
Non solo non ci sarebbe mai arrivata, ma lo sforzo l'a-
vrebbe distrutta. Nulla pareva cambiare. La via che
aveva intrapreso l'aveva gettata in uno stato di ab-
battimento e depressione. Ora, per tirarla fuori, veni-
va usata una filosofia simile a quella che aveva causa-
to il suo declino. Per di pi, l'aspetto medico della cu-
ra dava al tutto una patina scientifica. La medicaliz-
zazione del problema non faceva che attirare nuvoloni
neri sulla scena. Si pu sfuggire all'influenza di una cor-
rente di pensiero, alla pressione di un gruppo sociale
dominante, ma non  mai facile sfuggire agli artigli di
una terapia che ufficialmente cerca il tuo bene. Tutto
ci che ha un aspetto neutro rischia di essere letale. E
poi, chi accetta una terapia riconosce chiaramente
una posizione di inferiorit, una debolezza. Abbandona
l'orgoglio, le difese, la ribellione che d forma a una
personalit. Esistiamo in opposizione a ci che ci cir-
conda, e ammettere di essere malati, cercare una cura,
 il primo passo verso la sconfitta.
Non sapevo cosa fare per Sara. Era passato troppo tem-
po senza nemmeno una telefonata. Se l'avessi chiamata
ora, senza una buona scusa, che cosa avrei potuto
dirle? In realt fra noi non c'era mai stato bisogno di
scuse, ma in quel momento, con tutto quel che era suc-
cesso e stava ancora succedendo, in quella situazione
che nessuno sapeva dominare... Eppure dovevo tentare
qualcosa. Qual era il piano? Metterla al corrente delle
mie scoperte nella casa-studio di Ramona, d'accordo,
era facile a dirsi, ma se lei si era aggrappata alla terapia
come alla sua sola ancora di salvezza, che figura avrei
fatto io dicendole: "Attenzione, ti stanno distruggen-
do"? E quale alternativa potevo offrirle? La sola cosa
che potevo fare era un ultimo sforzo, un tentativo
grandioso e trionfale che toccasse le corde giuste della
sua anima, che la spingesse a reagire. Sara doveva
tornare indietro, come se tutti quegli anni non li aves-
se mai vissuti, ricordarsi di quella che era stata e ri-
trovare se stessa, la Sara primigenia, incosciente e
sventata, felice collezionista di sesso e di momenti.
Le telefonai e le chiesi di vederci, la invitai a cena fuo-
ri. Lei accett e mi disse che avrebbe cercato una
baby-sitter per sua figlia. Ci trovammo alle dieci di se-
ra, in un ristorante che avevo scelto con attenzione. Lei
arriv perfettamente puntuale. Era vestita di scuro,
un abito verde leggermente cangiante. Aveva gli occhi
truccati e la sua indomita, bellissima capigliatura ebrai-
ca non aveva perso nulla della sua forza. Era ancora
molto sexy, ma il suo sguardo non aveva la luce di un
tempo. Era magrissima.
Ci sorridemmo subito e, senza motivo, scoppiammo a
ridere, forse ricordando le matte risate che ci eravamo
fatte in passato. Mi abbracci con affetto, e questo mi
fece capire che ero contenta di vederla, molto pi di
quanto non avessi immaginato. A parte la magrezza e
lo sguardo spento, mi parve di avere davanti la Sara
che avevo conosciuto in giovent. Forse i miei auspici
influivano su quell'impressione.
Volli subito sedere al tavolo, bere qualcosa, chiac-
chierare. In omaggio a lei, ordinai il miglior vino del-
la carta. Mentre il calice le veniva riempito, lei lo
guard un po' prevenuta:
Non dovrei bere. Sto prendendo psicofarmaci. Ma
per una volta...
Quella reazione positiva, che in qualche modo relati-
vizzava il trattamento, mi parve incoraggiante. S,
forse si cominciava di l. Perch non sperare in un mi-
racolo? E se dopo aver toccato il fondo stesse comin-
ciando a risalire in superficie? In fin dei conti, poteva
succedere, eravamo l, lei ed io, amiche di sempre, se-
dute in un bel ristorante alla moda, pronte a trascorrere
una piacevole serata. Nulla faceva pensare a tragedie
familiari, vite straziate, confidenze drammatiche. Ep-
pure, ero stata io a convocarla l, e proprio per parlarle
di argomenti niente affatto leggeri: la psicanalisi, i
pericoli che la insidiavano... Forse mi stavo spingendo
troppo oltre.
Brindammo, e lei mi guard con aria divertita e mali-
ziosa. Mi disse:
Sei bella, hai l'aria di star bene.
Sto bene.
Lo so. Sei innamorata e stai per cominciare una
nuova vita.
Con te  impossibile avere dei segreti.
Vedo spesso Berta e Ramona. Me ne hanno parlato.
Era un segreto?
No, figurati.
Era tanto che non ci vedevamo, e le nostre vite erano
cos diverse, che non poteva bersagliarmi di domande
sulla mia nuova situazione amorosa. Non lo fece, e glie-
ne fui grata. Si limit a sospirare allegramente mentre
diceva:
Di sicuro ti andr bene. Tu hai sempre avuto buon
senso in queste cose.
Ti ricordo che si tratta del mio secondo matrimonio.
Appunto. Chi si sposa pi di una volta dimostra ta-
lento in fatto d'amore e convivenza. Vuol dire che la
cosa ti interessa, che  presente nella tua vita.
A te non interessa?
In questo momento non so bene cosa mi interessi e
cosa no. Dico sul serio. Ma non importa. L'importan-
te  che riesca a mettere un po' d'ordine nella mia vi-
ta, e fare in modo che tutto funzioni come si deve.
Stavamo rapidamente scivolando verso il punto a cui
volevo arrivare, eppure avevo la sensazione che fosse
troppo presto, che non si fosse ancora creata l'atmo-
sfera giusta per quel genere di discorsi. Era meglio la-
sciarla parlare, farmi raccontare che cosa davvero la
preoccupasse in quel momento.
Mentre mangiavamo, osservai con pi attenzione il suo
volto. La struttura era rimasta quella, non era prema-
turamente invecchiata, solo un po' provata, come se
l'insieme dei suoi tratti fosse stato sottoposto a ero-
sione interna. Pensai fossero i segni lasciati dalla sof-
ferenza. S, doveva essere cos. Erano tanti anni che
soffriva. Questo la rendeva cos diversa dai tempi
della sua allegra giovent. La sua vitalit disordinata,
la sua incapacit di condurre un'esistenza normale,
erano in lei da sempre, solo che allora non le sentiva
come qualcosa di tragico. Forse aveva continuato a vi-
vere in un limbo nei primi anni del matrimonio, per-
fino quando si lasciava andare alle sue storie con
amanti impossibili. La vera sconfitta, per lei, era pro-
prio questo, cominciare ad avvertire la sofferenza,
provare la frustrazione di non riuscire a essere come le
si richiedeva. Pensai a tutte le ore angosciose che do-
veva aver passato cercando di imporsi dei modelli che
intimamente non capiva n condivideva. Doveva essere
stato qualcosa di simile al tormento di un animale di la-
boratorio che non sa perch ci si accanisca su di lui con
tanta ferocia. Se almeno avesse respinto quel che ci si
aspettava da lei, se avesse avuto la consapevolezza
necessaria per opporsi alle regole, allora la sua battaglia
sarebbe stata logica e perfino benefica, anche se alla fi-
ne avesse perso la guerra. E invece no, lottava per im-
porsi quel che le era perfettamente estraneo, lottava per
credere in ci a cui lei, per sua natura, non credeva.
Tutto questo ne faceva una sorta di mercenaria al
soldo del sistema, una martire disposta a immolarsi per
un dio che non le era stato rivelato.
Quanta sofferenza inutile! Quanto eroismo sprecato!
Nessuno pu andare contro la propria natura. Alla
fine saltano fuori le nevrosi, i conflitti interiori, l'in-
soddisfazione. Nell'ultima fase del processo si  com-
pletamente devastati, ci si riduce a nulla.
Va tutto bene? le domandai.
Adesso s, va tutto bene. Ho smesso di aspirare a
grandi cose e mi occupo di quelle piccole.
Alz il bicchiere con aria di trionfo, e per la prima vol-
ta i suoi occhi smorti luccicarono un poco.
Finalmente credo di essere ben organizzata. Faccio le
cose secondo un ordine prestabilito e tutto funziona.
Non era poi cos difficile, sai? Lavoro, preparo il
pranzo, leggo un po', vado a prendere la bambina a
scuola e poi sto con lei: facciamo insieme i compiti,
chiacchieriamo, ceniamo... Come un orologio, credimi.
I disastri sono finiti.
Magnifico, davvero magnifico!
Aveva parlato con orgoglio sincero, come una bambina
tutta contenta di avere imparato ad andare in bicicletta.
In passato non si sarebbe mai esibita cos davanti a me.
Io ero la complice del suo lato selvaggio, condivideva-
mo idee comuni: il rifiuto delle convenzioni, il disin-
teresse per le cose domestiche. Sembrava essersene
dimenticata. Perch? Pensava che fossi cambiata e
avessi abbracciato anch'io i valori della massa? Forse il
mio avvertimento contro la psicanalisi sarebbe arriva-
to troppo tardi e sarebbe parso ridicolo. Mi indignai
con me stessa. Che cosa volevo fare, smontare quel che
Sara aveva ottenuto a costo di tanti sforzi: una vita ar-
moniosa, semplice, pacifica e senza imprevisti? Non era
stato forse per il disordine che regnava nella sua vita
che mi ero allontanata da lei? Ero io quella che non
aveva imparato niente, quella che restava ancorata a
quattro luoghi comuni a buon mercato: la libert, lo svi-
luppo della persona, la rottura degli schemi e la fedelt
a se stessi. Ottimo, d'accordo, meraviglioso, tutto
questo sar anche stato indispensabile per un essere ec-
centrico come lei, ma io nel corso degli anni mi ero per-
messa ogni genere di compromessi e deviazioni. Scri-
vevo romanzi non proprio rigorosi come sarebbe stato
l'ideale, conducevo una vita piacevole e tranquilla con
abbondanza di contatti sociali e, per di pi, avevo da
poco avviato una nuova e gratificante storia senti-
mentale. Certo, io non possedevo il fondo irriducibil-
mente anarchico della mia amica, tuttavia, correre in
suo aiuto mi parve in quel momento come una delle de-
cisioni pi assurde che avessi mai preso. Non le avrei
detto nulla, naturalmente.
E poi, non era necessario. Via via che la cena proce-
deva e i bicchieri si vuotavano e tornavano a riempir-
si, la Sara che avevo davanti agli occhi mi ricordava
sempre pi il modello originale. Sorridente, dispersiva
nella conversazione, divertente e piena di uscite im-
prevedibili, dimostrava forse di aver raggiunto un
equilibrio che le permetteva di fare emergere nuova-
mente la sua vera personalit. Tutti noi eravamo cre-
sciuti, ed era logico che nel corso del tempo fossero
cambiati alcuni aspetti del nostro carattere. Dopo le sue
sofferenze, dopo il concatenarsi di errori che era stata
la sua vita, sembrava che finalmente si fosse lasciata al-
le spalle la sua concezione dirompente dell'esistenza e
il suo uso liberissimo del sesso, e che tuttavia stesse ri-
trovando altri aspetti: il suo orrore per l'affettazione,
la sua spensierata gioia di vivere.
Quel che mi aveva raccontato sul nuovo andamento
della sua vita non mi pareva molto attraente: lavoro,
passeggiate, ritorno a casa nel primo pomeriggio, de-
dizione alla bambina... Eppure, quando si  stati mol-
to male, quando si sta tentando di risalire la china del-
la depressione, trovare la pace della routine quotidiana
pu essere benefico.
Nonostante l'atmosfera carica di buoni auspici, non eb-
bi il coraggio di domandarle nulla sulla sua crisi de-
pressiva. In fondo, potevo anche non essere al corrente
di quest'ultima disavventura che aveva oscurato la
sua vita. Al momento del dessert, per, fu lei ad af-
frontare l'argomento.
Sto andando da un analista. Mi aiuta molto. Imparo
ad affrontare le cose con armi diverse da quelle che
avevo usato finora. Sai, senza rendertene conto, puoi
ritrovarti incanalata nella direzione sbagliata. Vai in-
contro al mondo equipaggiata solo del tuo narcisismo,
cercando una compensazione in luoghi o persone che
non te la potranno mai dare. Finch non ce la fai pi e
tutto va in pezzi. Io sono andata in pezzi, capisci? In
mille pezzi. Credevo di essere forte, di poter resistere
a tutto, ma non era vero. Sono crollata. Qualunque co-
sa mi affaticava: muovermi, parlare... volevo solo es-
sere lasciata sola, in un angolo. Non volevo vedere mia
figlia e sono rimasta a casa dal lavoro per pi di due
mesi. La notte avevo incubi spaventosi. Ma non erano
i tipici sogni dell'orrore in cui ti vedi morto o c' un
mostro che ti insegue. No, era stranissimo. Sognavo
paesaggi o oggetti che avrebbero dovuto muoversi e
non si muovevano. Vedevo alberi con le foglie assolu-
tamente immobili, anche se tirava un vento fortissimo.
Io lo sentivo, il vento, ma gli alberi rimanevano sempre
immobili. Vedevo anche delle fontane, con gli zampilli
come congelati nell'aria. L'acqua usciva ma non scor-
reva, se ne stava l, ferma e paralizzata. Una cosa as-
surda, come ne capitano nei sogni. Eppure queste im-
magini assurde mi davano un'angoscia tremenda. Mi
svegliavo nel cuore della notte tutta sudata, e invece di
calmarmi subito, perch in fondo era stato solo un so-
gno, rimanevo sveglia, piena di paura e di ansie, per
ore... Secondo te, potevo andare avanti cos? Fare una
vita normale?
Immagino di no. Per questo hai deciso di andare in
analisi?
Scoppi a ridere. Ma mi parve che vi fosse amarezza
nella sua risata, o scetticismo, o perfino una certa di-
sperazione.
Ho deciso? Deciso, io? Quando mai hai visto, da che
mi conosci, che io abbia deciso qualcosa? O anche so-
lo pensato che fosse il caso di prendere una decisione?
Pensi che mi sia mai resa conto che qualcosa non fun-
zionava? Lo so,  difficile capirlo, ma tu mi capisci, mi
capisci molto bene. Io non so esattamente quando
qualcosa non va. Forse non ho neppure un'idea di
cosa vuol dire quando qualcosa va bene, o forse ho la
sensazione che vada sempre tutto male, sempre, e
quindi di essere poco obiettiva. Insomma, il fatto  che
non mi sono accorta che stavo crollando neppure nei
momenti in cui ero a terra. Forse sono una santa,
forse ho la vocazione al martirio, o forse della mia vi-
ta non me ne frega un bel niente.
Cominciai a preoccuparmi per il tono della sua voce.
Stavamo lentamente scivolando verso una drammaticit
inaspettata, verso confidenze strazianti, di segno op-
posto alle apparenze di poco prima? La ascoltavo con
interesse, ma non potevo togliermi dalla testa il timo-
re che da un momento all'altro lei esplodesse, coin-
volgendomi in una situazione imbarazzante e assurda.
Non conoscevo nessuno dei codici di emergenza per ge-
stire Sara. In realt, non sapevo neppure in quale si-
tuazione si trovasse veramente, quali cambiamenti
avesse subito nel lungo e accidentato periodo in cui non
ci eravamo viste. Cosa avrei dovuto fare se si fosse la-
sciata risucchiare in un'inarrestabile spirale verso l'a-
bisso? Come mi succedeva ogni volta che ero con lei,
provai l'irrefrenabile tentazione di fuggire, di met-
termi in salvo, di respingere ogni responsabilit ri-
spetto a lei. Probabilmente n Berta, n Ramona,
nessuna delle persone che avevano inciso con i loro
consigli sulla vita di Sara, aveva agito di propria vo-
lont. In quel momento giunsi a pensare che tutti loro
si fossero sentiti indotti a intervenire, che ciascuno,
senza eccezioni, avesse avvertito, come me, quel muto
e implicito appello a partecipare, a riempire lo strano
vuoto che la circondava. Solo che loro avevano intra-
preso azioni concrete che, alla prova dei fatti, avevano
soltanto complicato il problema. E io? Avevo mai
cercato di impedire a Sara di commettere altri errori?
No. E la mia mancanza di reazioni non si doveva alla
convinzione razionale che fosse meglio lasciarla stare,
ma al desiderio che tutti lasciassero stare me. Che
cosa avevano in mente, una maledetta campagna di
massa allo scopo di vivere tutti quanti una sola vita co-
mune e aperta al dialogo? Da una parte mi sentivo
egoista e limitata, per aver sempre rifiutato qualunque
impegno e conflitto. Dall'altra, provavo una forte av-
versione per quella corsa alla solidariet.
Una sera mi sono chiusa nel bagno, continu Sara. -
Camila si  messa a chiamarmi per tutta la casa, non
riusciva a trovarmi. Mi chiama sempre gridando a
squarciagola, come se fosse scoppiato un incendio,
come se le stesse succedendo qualcosa di terribile.
Io la sentivo, ma non rispondevo. Mi sentivo bene l
dentro, sola, isolata. Volevo solo stare tranquilla, e
quello era l'unico posto della casa dove potessi chiu-
dere la porta a chiave e lasciare fuori tutto quanto. Ti
assicuro che non intendevo allontanarmi dalla bam-
bina, non stavo cercando di fuggire da lei. No, ero
preoccupata per lei come sempre, mi domandavo cosa
stesse facendo, come avrebbe fatto a trovare le cose di
cui aveva bisogno per cenare e mettersi a letto. Ma la
mia voglia di pace era pi forte di tutto. Non rispon-
devo alle sue grida, anzi, avevo smesso di sentirle. Ho
aperto i rubinetti della vasca e l'acqua ha cominciato
a scorrere, canticchiavo come se stessi facendo il ba-
gno. Mi sono spogliata e mi sono immersa fino al
collo. Non ricordo nemmeno se l'acqua fosse fredda o
calda, non mi importava, l'importante era che non si
sentisse nulla. Silenzio. Credo di essermi sentita feli-
ce per la prima volta dopo molto tempo, lontana dal
mondo. Nessuno si aspettava niente da me, nessuno
mi parlava. Ero assente anche da me stessa, non pen-
savo, il continuo monologo interiore che mi tocca
sempre sopportare era cessato.
Io cominciavo a sentirmi francamente inorridita da quel
che Sara mi stava raccontando. Non aveva perso il sor-
riso mentre parlava, e il tono della sua voce era quello
normale di una chiacchierata fra amiche, ma quella sto-
ria era raccapricciante, e la dissociazione fra la gravit
di quel che diceva e il tono che usava era ancora pi or-
ribile. Non potevo fare a meno di sentire i rumori che
lei rifuggiva: le grida della bambina in corridoio, i
colpi contro la porta, il getto dell'acqua che scorreva
dal rubinetto aperto e, al di sopra di tutto, quel can-
ticchiare che mi figuravo meccanico e autoprotettivo,
imparentato con la vera follia. Quell'episodio stava
mettendo fine alla mia serenit e aveva l'aspetto di una
crisi psicotica in piena regola. "Era una situazione
cos comoda, come non essere nata" diceva Sara, e in
quella frase era contenuto tutto l'orrore della storia.
Quel che  successo da quel momento in poi l'ho sa-
puto dopo. Mia figlia  corsa a chiedere aiuto a una vi-
cina, e la vicina ha chiamato la polizia. Hanno buttato
gi la porta del bagno, ci credi? Io completamente nu-
da e fuori dal mondo, e dei tipi in divisa che giravano
come matti per casa mia. Mi hanno portata all'ospedale
e l ho chiesto che telefonassero a Berta o a Ramona.
Poi sono rimasta per un po' sotto l'effetto dei sedati-
vi, e quando mi sono svegliata mi hanno lasciata an-
dare. Berta si  presa cura della bambina e Ramona mi
ha riaccompagnata a casa. Abbiamo parlato a lungo. Mi
ha spiegato che non potevo andare avanti cos e mi ha
consigliato di andare in terapia.
Ti ha convinta?
Ha fatto di tutto perch capissi che psicologicamente
avevo bisogno di un aiuto. E' la sua specialit, no?
E ti serve?
Te l'ho detto all'inizio della cena. Adesso le cose fun-
zionano.
Mi guard con gli occhi ironici che ricordavo bene, si
strinse nelle spalle.
Senti, perch non usciamo di qui? Andiamo a bere
qualcosa da qualche parte, qualcosa di leggero, un
bicchiere di vino, magari. Ti va?
Non era nelle mie intenzioni alterare il suo equili-
brio, deviare il percorso di quella via di redenzione che
a quanto pare funzionava, come diceva lei. Funziona-
re, un verbo significativo, che si addice a un'azienda,
o perfino un elettrodomestico adeguatamente colle-
gato alla rete elettrica. Non intendevo pi farle giun-
gere il mio messaggio liberatorio, ma sarebbe stato
ridicolo rinunciare a un altro bicchiere di vino. E poi,
ero curiosa. Il modo in cui aveva parlato, la nebulosa in
cui si agitavano i suoi veri sentimenti mi spingevano ad
ascoltarla ancora, a vedere dove cercassero di andare le
sue parole. Era evidente che Sara aveva voglia di par-
lare, ed era strano per una come lei, che aveva fatto del
silenzio e della parsimonia verbale una delle sue ca-
ratteristiche. La psicanalisi l'aveva addestrata? Non era
cos fuori luogo pensarlo, tre quarti d'ora di fila sdraia-
ta su un lettino, con la voce come unico vincolo con chi
deve curarti, filando frasi su frasi come unica via d'u-
scita dalla malattia; tutto questo deve forzarti a parlare,
forzare il ricordo, forzare la scelta di un'espressione
piuttosto che un'altra, o l'abbandono a un flusso in-
teriore, di cui il tuo apparato fonatorio non  che un
mezzo materiale. Aveva acquisito un'abitudine, i ca-
pitoli della sua esistenza uscivano dalla sua bocca con
fluidit, enunciava sentimenti, ossessioni e sogni, tut-
ti ugualmente orribili, con l'impassibilit di chi com-
menta il telegiornale. Se le cose stavano cos, erano ab-
bastanza spaventose, e davano una sensazione irreale ed
enigmatica, come quando Sara non parlava mai.
Entrammo in un locale molto vicino al ristorante dove
avevamo cenato. Sara pareva posseduta dalla voglia di
conversare, di bere... mi domandai se quel suo stato si
dovesse specificamente alla mia presenza o se si sarebbe
comportata allo stesso modo con chiunque. Credo di
no, io ero una persona speciale per lei, ne sono quasi si-
cura, appartenevo a un altro periodo della sua vita, e
poteva sentirmi vicina e amica. L'alcol aveva influito
anche su di me, e non ero pi preoccupata, non temevo
pi che Sara mi avvolgesse nel suo velo scuro. Non mi
sentivo responsabile di lei, e lei sapeva che io ero
estranea a quell'assemblea di consiglieri benevoli che
decideva l'evolversi della sua vita. Potevamo tran-
quillamente bere qualcosa insieme senza che questo co-
stituisse alcun impegno.
La terapia sta andando bene, mi aiuta, adesso le co-
se hanno un andamento normale, vado per la mia
strada. La biblioteca, le faccende quotidiane, la bam-
bina, tutto bene, regolare, finalizzato a uno scopo, in
uno stato di sufficiente serenit. Questo non significa
che il tempo sia finito per me. Ho ancora delle spe-
ranze, posso rifarmi una vita sentimentale, trovare
un uomo con cui andare d'accordo. Un domani mia fi-
glia prender il volo e si costruir il proprio nido.
Tutto quello che dici sembra imparato a memoria,
Sara.
Lo . Ma bisogna impararle, le lezioni, no? Io senza
lezioni non ero capace di vivere, adesso lo sono.
Lo pensi davvero?
Stai scherzando? Anche tu hai visto cosa combinavo.
Ogni volta che potevo commettere un errore, lo face-
vo senza pensarci due volte, e non ero nemmeno con-
sapevole di aver sbagliato.
Sbagliavi quando seguivi le regole degli altri, per
quelle regole...
Macch! Lo so che cosa vuoi dirmi, che ciascuno de-
ve essere protagonista della propria vita, eccetera, ec-
cetera. Ma le cose non stanno cos. Siamo circondati
dagli altri, e una volta che hai accettato una sola delle
regole degli altri devi andare avanti sulla stessa linea.
E qual  stata la regola che hai accettato?
Mia figlia, lo sai.
Tua figlia.
S, ho avuto una figlia, l'ho voluta, e forse questa 
stata la sola cosa che ho deciso di fare da quando sono
nata. Poi ho sentito davvero il bisogno di occuparmi di
lei, l'ho sentito, capisci? Nessuno ha dovuto convin-
cermi dei miei obblighi.
Rifiutava l'idea che gli altri l'avessero messa nelle
condizioni di decidere se avere un figlio oppure no, do-
po l'aborto. Se ne era completamente dimenticata,
come se non fosse mai successo. Mi domandai che
cosa la psicoanalisi facesse affiorare, allora. Ma non vo-
levo interromperla, non potevo chiederglielo; avevo la
sensazione che se l'avessi fatto il suo equilibrio avreb-
be potuto spezzarsi. Come quando temi lo shock che
pu subire un sonnambulo svegliandosi all'improvviso
in un luogo dove non dovrebbe trovarsi.
Tutto quell'impegno, tutta la convinzione che lei met-
teva nell'interessarsi a sua figlia, mi pareva pi che mai
un luogo comune accettato per decreto. Era quello il
trionfo delle sedute di psicoterapia? O invece era il
frutto del suo senso di colpa, che le sedute dovevano
aiutarla a superare? In ogni caso, sentirle dire quelle co-
se mi metteva molto a disagio. Perch aveva insistito
per bere qualcosa dopo cena? Voleva che io fossi te-
stimone del suo nuovo stato di tranquillit e assoluto
adattamento alla situazione? Ero la sola amica che
ancora dovesse dare il nullaosta al suo cambiamento e
ai suoi buoni propositi? Giunsi a supporre che vivesse
quell'incontro con me come una specie di esame. Sta-
va sottoponendo alla mia approvazione il nuovo corso
della sua vita, perch io ero la pi difficile delle sue
amiche, la pi incontentabile, quella che non aveva per-
so il rimpianto per la sua giovent di follie.
So che non avrei dovuto neanche provarci, che fu da
parte mia un atto irriflessivo e infantile; ma, come ho
detto, anch'io cominciavo a sentirmi stordita dall'alcol
e, interrompendo il suo bel discorsetto sensato, di
colpo le dissi:
Ti ricordi di quand'eri una magnifica collezionista di
falli, Sara?
Un sorriso appena accennato le pass sul volto.
Guard verso il banco del bar, dove qualche coppia
beveva whisky chiacchierando tranquillamente. Ri-
mase assorta per qualche minuto, senza un'espressione
che potessi decifrare. Poi, si volt verso di me e dis-
se in tono calmissimo:
Cosa vuoi dire?
Non ti ricordi? Ai tempi dell'universit, quando
studiavamo. Tu agganciavi facilmente gli uomini, ti pia-
ceva il sesso e non davi importanza ai sentimenti,
giocavi con la vita, facevi quel che volevi. Non avevi
bisogno di alibi morali. Non conoscevi regole, avevi le
tue leggi e il tuo modo di vivere. Sembravi cos in-
vulnerabile!
Be', lo vedi, dopo non lo sono stata pi.
Forse, se avessi continuato per quella strada, la-
sciandoti guidare dalla tua libert, a modo tuo...
Se fossi andata avanti per quella strada non so dove sarei
adesso. Buttata da qualche parte, in un centro di acco-
glienza per donne abbandonate, completamente sola...
Mi rivolse uno sguardo lievemente ironico, ma non so-
no sicura che l'ironia fosse nelle sue intenzioni. Ri-
maneva ancora qualcosa di lei? Qualcosa che la unisse
interiormente alla ragazza che avevo conosciuto anni
prima? A quella forza della natura, allegra, strana,
viscerale, indifferente a tutto quel che preoccupa in ge-
nere le ragazze di vent'anni? C'era da dubitarne. In
ogni caso non ero cos decisa ad affrontare fino in fon-
do la pericolosa piega che aveva preso la nostra con-
versazione. Avrei dovuto domandarle quale fosse se-
condo lei la differenza fra sentirsi sola in una comunit
per donne abbandonate e sentirsi sola, invece, in una
casa condivisa con una figlia che la odiava. Almeno, in
una struttura di accoglienza qualcuno si sarebbe oc-
cupato di lei, e non sarebbe stata soffocata dalle re-
sponsabilit. Possono stare sullo stesso piano gli stessi
ricordi di una vita vissuta in libert, fra bellissimi uo-
mini dal fallo eretto, e di un'altra piena di scogli, di
problemi, di oscure tragedie domestiche?
Gli uomini, gli uomini... credo non mi interessino
pi. Troppi errori, ho commesso troppi errori. Ho la
sensazione di averli commessi tutti, di aver sbagliato
tutto quel che era possibile sbagliare. Perch sono co-
s? Non ho mai pensato a quel che facevo, c'era un'i-
spirazione strana, in me, quand'ero giovane. Me ne fre-
gavo di tutto, ci credi? Non avevo progetti, non ve-
devo il futuro, non sentivo la necessit di preparare in
un modo o nell'altro il mio avvenire. Ero felice? No,
non avevo nessuna consapevolezza della felicit n
dell'infelicit. Sono arrivata a dubitare di essere come
gli altri, di essere umana. Come se fossi nata su un al-
tro pianeta e fossi caduta qui per caso. Vivevo, e basta.
Poi  stato diverso, ho cominciato a vedere che cosa fa-
cessi bene a fare e che cosa no, anche se questo non ha
cambiato molto le cose, e ho continuato a sbagliare, ho
sbagliato cos tanto...
E se non fossero stati errori? Se tu ti fossi parago-
nata inutilmente agli altri?
Ma io vivo circondata dagli altri, non posso ignorarli!
Anche da ragazza vivevi circondata dagli altri.
Per poi mi sono impegnata in modo diverso. Quel
che facevo e quel che non facevo influiva sugli altri, li
faceva soffrire, e questo nessuno pu permetterselo.
Nessuno deve vivere cos. Ho forse il diritto di far ma-
le agli altri?
Anche loro ne hanno fatto a te, forse pi di quanto
tu non pensi.
No, no, non posso vivere cos, separata. Io da una
parte, gli altri dall'altra... E' una lotta, una vendetta
continua, non posso. Ci sono cose terribili dentro di
me. Io non ho mai amato nessuno, mai. Non ho odia-
to, questo no, ma amare...  inutile, non riesco a ri-
conoscere questo sentimento in me. Se tutti sparissero
di colpo dalla faccia della terra per me sarebbe lo
stesso. Non sento niente, sono come un pezzo di legno,
senza affetti n preferenze per nessuno.
Non vuoi bene a tua figlia?
No. So solo che non voglio farla soffrire, ma non l'ho
mai amata. Non so cosa sia il vincolo che unisce le ma-
dri ai loro figli, non lo so. Perch credi che lei mi odi?
Lei l'ha sempre saputo, che non le volevo bene, fin da
quando era una bestiolina incapace di pensare. Ma
mi odiava gi, glielo vedevo negli occhi, i suoi occhi mi
guardavano con un rifiuto profondo, un disprezzo di
tale intensit che sembrava impossibile potesse venire
da una bambina cos piccola. Non ha altri ricordi che
l'odio, questa  l'essenza del nostro rapporto. C'erano
volte che piangeva per ore, senza motivo, un pianto
esasperato e ossessivo. E il suo sguardo, fra le lacrime,
era torvo, fisso su di me. Mi trasmetteva tutto il suo
odio, e anche la sua impotenza nei confronti dei suoi
sentimenti. Io non la maltrattavo, non la respingevo,
anzi, avevo imparato tutte le lezioni che dovevo im-
parare e le parlavo in tono affettuoso, facevo il possi-
bile per lei, ci perdevo il sonno. Ma lei se ne accorge-
va, si accorgeva benissimo che non le volevo bene, era
come una reazione chimica che si comunicava a ogni
sua cellula. Vibrava contro di me, vibrava, come le ci-
cale d'estate. Piangeva per ore fino a crollare, esausta.
Si addormentava, e sai cosa trovava quando riapriva gli
occhi? Me. Di nuovo. Da impazzire. Soffriva moltis-
simo. Suo padre cercava di fare qualcosa per aiutarla,
ma non serviva a niente. Questa  una delle ragioni per
cui se ne  andato. Un'altra  che non amavo nemme-
no lui, certo, e anche se ci ha messo molto a rendersene
conto, alla fine l'ha capito. Un disastro. Per la bam-
bina non poteva andare via con lui; e continuava a cer-
carmi, forse sperando ogni volta che il mio cuore fos-
se cambiato. Ma il mio cuore  com'. Nemmeno io vo-
levo separarmi da lei, lei era il mio debito, l'avevo fat-
ta io, era mia figlia, il mio dovere, molto pi che il mio
dovere.
"Pensai che quando fosse stata pi grande tutto sa-
rebbe cambiato, ma non  andata affatto cos. Spesso
si rifiutava di parlarmi, e quando mi parlava lo faceva
sempre in modo sgarbato. Mi insultava. Pi tardi, mi
ridicolizzava. Il tipo di vita che facevo non contribui-
va certo a migliorare la situazione: il mio modo di
fare scombinato, gli amanti, quegli orribili amanti di
cui immagino tu sappia tutto. Camila aveva cominciato
a giudicarmi e mi disprezzava profondamente. Non
sopportava pi che la toccassi. Quando le davo da
mangiare dovevo stare attenta a non sfiorarla. Non mi
dava mai un bacio, nemmeno in pubblico. Un giorno
che ho insistito per farle una carezza, lei ha vomitato
la colazione. Mi detesta con convinzione, senza atte-
nuanti, senza misura. Adesso ha undici anni,  abba-
stanza grande per dirmi che non mi sopporta".
Ero paralizzata dallo stupore. Quel piccolo mostro pie-
no di odio gratuito, di rabbia pura e incontrollata, ave-
va torturato sua madre giorno per giorno fin dalla na-
scita. E, colmo dello sproposito, la mia amica credeva
di sapere perch: lei non la amava, e la bambina per-
cepiva quel disamore in tutta chiarezza. Da prima di
possedere l'uso della ragione, da sempre. Sentendo di
avere vicino sua madre, ancora prima di essere capace
di vederla, il suo corpo di neonata si riempiva di av-
versione. A quanto diceva Sara, la piccola doveva
essere in preda al risentimento anche prima di nasce-
re. Me lo spiegava con tranquillit, con assoluta ac-
cettazione. Probabilmente la psicanalisi la stava spin-
gendo ad accettare la situazione. Era spaventoso, non
le era mai venuto in mente che la bambina non fosse
normale, che fosse posseduta da qualche strano male
psicologico, o semplicemente che fosse nata con una
tara del comportamento e dell'emotivit. No, Sara si
assumeva tutta la colpa, ne portava il peso come se fos-
se la croce che le era toccata. Rispettava a tal punto il
dovere materno che non si era nemmeno domandata
che cosa stesse succedendo in realt. Non solo non si
sottraeva a quell'aggressione aperta, continuata e os-
sessiva, ma cercava di conservare la calma e la stabilit
necessarie per non aggiungere altre colpe alla sua
mancanza d'affetto. E non serviva a nulla, Camila ina-
spriva i suoi attacchi, si accaniva ogni giorno di pi su
di lei come se quell'odio fosse un indice della sua
crescita.
Com'era stata possibile una simile metamorfosi in
Sara? Attraverso quali processi estranei alla logica
quella musa della vita libera e della rivoluzione sessuale
era giunta a essere una vittima permanente? Era ba-
stato un aborto giovanile a segnarla e a risvegliare il
suo senso morale? Era tutta colpa delle nostre volon-
terose amiche, che con la loro influenza avevano cer-
cato di riempire i vuoti della sua esistenza? Non po-
tevo crederci, non riuscivo a immaginare la sofferen-
za continua di una donna che era parsa al riparo dal-
le convenzioni, dai costumi, dai danni di una co-
scienza mediocre. Io l'avevo ammirata, mille volte
avevo invidiato la sua capacit di passare al di sopra
dei sensi di colpa e degli obblighi stupidamente ac-
quisiti. Lei era l'esempio di una femminilit che tutte
noi avremmo dovuto possedere. Era una Eva trion-
fante su tutti i modelli femminili, dal pi tradiziona-
le al pi innovatore. Scavalcava con le sue belle gam-
be tutto quel che era sempre stato ritenuto sacro e giu-
dizioso per le donne. Abbracciava il mondo intero con
le sue cosce senza frontiere. E ora, eccola davanti a
me, con il sorriso vacuo di un monaco buddista, pron-
ta ad attribuirsi con umilt tutti gli errori commessi,
tutti i difetti, tutti i peccati senza perdono, guardan-
do al grande disastro della sua vita come a una diste-
sa di macerie.
Non avrebbe dovuto essere possibile, ma lo era. Lei
non si era mai domandata che cosa volesse fare vera-
mente, quali fossero le sue frustrazioni, gli aneliti non
esauditi. Era una vittima sacrificale che non credeva
nemmeno al dio per cui si immolava. Come una vestale
allevata apposta per diventare una martire. Una vergine
senza desideri, senza sentimenti, senz'anima.
In questo si era risolto tutto quanto? Un maggio fran-
cese del quale ci era giunta soltanto l'eco, e una somma
sacerdotessa tramutata in agnello sanguinante? Dio,
che schifo di generazione, la nostra! Che fallimento!
Eppure le cose stavano cos, tanti anni dopo. Mi tro-
vavo di fronte a una discreta Penelope che non si
aspettava pi niente, che non aveva pi un solo pre-
tendente, che passava le sue giornate a tessere la sua te-
la con le umiliazioni inflitte da una bambina di undici
anni, disfacendola ogni notte per poi ricominciare.
Che cosa avrebbe fatto quando quel mostro fosse sta-
to pi grande? Si sarebbe lasciata uccidere, crocifiggere
nel corridoio di casa? Perch Adrian si disinteressava
di quella tragedia sotterranea, perch l'aveva lasciata so-
la con quella baby-aguzzina?
L'altro giorno mi ha sputato in faccia. Non aveva mai
fatto una cosa simile. Le stavo dando la cena e lei ha
cominciato a lamentarsi, a dire che mangiavamo sem-
pre le stesse cose. Il che, ti assicuro, non  vero. Mi
sforzo di preparare sempre piatti diversi, per variare la
dieta e il menu. Insomma, quando ha visto che in
frigorifero non c'era niente che potesse mangiare oltre
a quello che le avevo preparato, si  avvicinata e mi ha
sputato in faccia. Senza parlare, senza che io avessi par-
lato. Poi se ne  andata in camera sua senza dirmi buo-
nanotte, senza una parola di scuse. Di solito non  di-
subbidiente, fa quello che deve, la sua unica fissazione
 dimostrarmi che mi detesta. Potrebbe ribellarsi, ri-
fiutarsi di andare a scuola, di fare i compiti, perfino di
mangiare... ma non  questa la sua strategia per farmi
capire che non sta bene dove sta.
Gi, la sua strategia  sputarti in faccia. E tu? Non
l'hai sgridata, non le hai dato un castigo, non l'hai se-
guita in camera sua per impedirle di fare altro finch
non ti avesse chiesto scusa?
Non serve a niente.
Sara nei panni di un Gandhi al femminile, colpita
dagli sputi colonialisti della sua aristocratica figliola.
Entrambe rinchiuse nei centoventi metri quadri di
quell'appartamento. La bambina in stato di guerra
permanente. La madre in stato di resistenza passiva,
senza sentire niente, in teoria, senza scomporsi mai per
gli affronti subiti. Entrambe impegnate, per, a fare il
possibile perch una casa funzionasse apparentemente
secondo le regole. Ognuna a recitare la sua parte nel co-
pione. La madre faceva la spesa, preparava ogni giorno
un piatto diverso, si preoccupava dell'ordine e del-
l'organizzazione quotidiana. La figlia andava a scuola,
teneva a posto le sue cose, faceva il bagno e si petti-
nava, studiava le lezioni. Tutto contenuto e decoroso,
tutto nascosto sotto la scorza della normalit. E, di tan-
to in tanto, quelle esplosioni di odio cieco.
Indipendentemente dalla sua avversione nei miei
confronti, io so di aver commesso molti errori con lei.
Nei miei periodi di crisi, di esperienze sentimentali fal-
lite, di continui abbandoni, non mi  venuto in men-
te niente di meglio che chiedere il suo aiuto, implorare
la sua comprensione. Era troppo piccola, ma io avrei
voluto che capisse la mia situazione. Volevo vivere con
lei la storia fasulla delle due donne sole di fronte al
mondo, unite dal loro destino, due amiche di et di-
verse che si aiutano, si consolano reciprocamente e si
fanno compagnia. Niente di tutto questo  stato pos-
sibile. Ero sempre io a chiedere aiuto, e lei era quella
che doveva comprendere le debolezze di sua madre.
Puoi immaginarti il risultato: mi detestava sempre
pi, mi trattava come uno straccio. E non si limitava
a ignorarmi, mi diceva cose tremende, cose che non
avrebbero mai dovuto suonare sulla bocca di una
bambina della sua et, parole ed espressioni che non
sospettavo nemmeno conoscesse. Un giorno mi ha
detto: "Lasciami stare e vattene a scopare in giro". E
stato terribile, ho pianto tutta la notte in silenzio
nel mio letto.
Quanti anni aveva la figlia di Sara quando pronuncia-
va simili anatemi? Non importa, i bambini imparano di
tutto a scuola. La cosa impressionante, davvero sba-
lorditiva, era che una bambina cos piccola riuscisse a
essere tanto perseverante nel rifiuto di sua madre.
"Vattene a scopare in giro". Metteva bene in chiaro
che non ignorava la situazione, che capiva perfetta-
mente il problema, che conosceva perfino la natura del-
la crisi che sua madre stava attraversando. Eppure,
nemmeno di fronte a questi attacchi diretti e inequi-
vocabili, Sara montava in collera e le mollava un ceffo-
ne. Anzi, sceglieva sempre la via pacifica, comprensi-
va, lontana da ogni violenza e visceralit. Non era
mai esplosa? Mai, nemmeno in momenti di particola-
re nervosismo? Non aveva mai lanciato un rosario di
maledizioni, un grido minaccioso, uno schiaffo?
Mai. Perch cancellare ogni possibilit che mia figlia
mi voglia almeno un po' di bene? Non ho perso la spe-
ranza che cambi, che crescendo cominci a ragionare di-
versamente e magari si dica: "Pu darsi che mia madre
non mi ami, ma si  sempre comportata bene con me,
 stata paziente, ha cercato di darmi il meglio". Allo-
ra cambier atteggiamento.
Ma se tu non provi alcun affetto per lei, che cosa te
ne importa?
Non so come ti venga in mente una cosa simile. Una
madre pu vivere senza l'amore di sua figlia, ma una
figlia che cresce ha bisogno dell'amore di sua madre.
A quanto mi risulta nemmeno tu hai ricevuto troppo
amore da tua madre.
Proprio per questo non sono capace di provare amo-
re. E il risultato lo vedi. Nessuno mi ha mai amata.
Non sono capace di suscitare affetto. Neppure in quel-
lo che  stato mio marito, n negli altri uomini, n in
mia figlia. In nessuno.
Solo che il problema non avrebbe mai dovuto porsi in
questi termini. Se Sara avesse seguito il suo cammino
naturale, se fosse vissuta come le dettava la sua natu-
ra, secondo i suoi istinti, la sua autentica personalit,
allora suscitare amore o non suscitarlo non avrebbe
avuto nessuna importanza per lei. Il modello cui aveva
cercato di adattarsi, soltanto quello, l'aveva portata a
sentire la mancanza di qualcosa di cui lei, per come era
fatta, non avrebbe mai dovuto sentire la mancanza. Di
nuovo la psicanalisi le aveva indicato con la sua bac-
chetta a quale tipo di profonde conclusioni dovesse
giungere.
Terribile. Quella splendida donna, quella grande spe-
ranza che avevo visto come un essere superiore e libero
dalla mediocrit, era andata a schiantarsi in pieno
contro il problema eterno dell'uomo: l'amore, il disa-
more, l'affetto verso i figli, il sentirsi o non sentirsi
amati. Tutta la spazzatura sentimentale, tutta quanta.
Non mancava nemmeno una virgola del vecchio ritor-
nello dell'amore. Il risultato era sempre lo stesso: le
donne e l'amore. Nessun problema filosofico, nessuna
riflessione sul destino dell'umanit. L finiva il fugace
tentativo rivoluzionario delle donne della mia genera-
zione. Nessuna allegria del godimento, nessun coraggio
collettivo o individuale, niente di niente. E adesso, per
di pi, in un'imprevista e graziosa piroetta, gli uomini
si univano al nostro vortice amoroso. La grande tra-
gedia dell'uomo moderno, la nuova tappa della cono-
scenza. L'amore, il disamore, il divorzio, il fallimento
sentimentale.
Mentre mi parlava, la guardavo. S, era ancora molto
bella, ma non brillava pi. Non solo non le brillavano
gli occhi, non le brillavano pi i capelli, le unghie, la
pelle. La vita infame che aveva fatto, che ancora fa-
ceva, aveva spento ogni raggio di luce in lei. Tutto il
suo corpo, la sua persona, era stato spogliato di forza,
di autenticit. Non era pi una donna, non era un ani-
male, non era niente. Eppure, stava per conquistarsi il
suo posto nel mondo, o almeno cos credevo io.
E cosa dice la psicanalisi di tutto questo, Sara?
Be', il mio terapeuta  bravissimo, si sta occupando
di me, mi d degli spunti, delle linee da seguire, mi aiu-
ta a capire in cosa ho sbagliato, in base a quali mec-
canismi psicologici mi sono relazionata con il mondo.
Cos posso cercare di correggere quelli che non fun-
zionano.
Usava gi il linguaggio del clan, ma senza godere dei
suoi vantaggi interni. No, lei era la truppa, non faceva
parte dell'elite. Lei era l'isterica dolente distesa sul let-
tino di Freud.
Ero venuta l per avvertirla, per esortarla a saltar gi
dal carro funebre della sua vita. Un solo salto, corag-
gioso, poco meditato, senza rete. Un salto nel vuoto.
Adesso mi trovavo l, quasi disperata nell'accorgermi
che mi ero illusa di salvare un'immagine generaziona-
le falsa, alterata, inesistente. E dire che lo sapevo, ma
a quanto pare era rimasta in me un'inalterabile spe-
ranza, una fiducia cieca nel fatto che un giorno Sara sa-
rebbe emersa dalla sua miserabile esistenza ridiven-
tando la dea che era sempre stata. Un'Eva primigenia
e autogenerata. Senza genitori n figli, senza morale,
senza regole e senza fede. Una Penelope senza marito,
senza schiave n amiche, sempre circondata dai falli
giocosi dei suoi pretendenti. Una segreta ed enigmatica
Penelope che non sapeva tessere nessuna tela.
E cos ci provai, fu un tentativo assurdo al quale tut-
tavia cercai di insufflare un po' di verosimiglianza, un
po' di anima:
Perch non lasci perdere tutto, Sara, perch non te ne
vai? Vattene, salta dal treno in marcia, lascia che il tre-
no si schianti o che arrivi a destinazione senza di te. Sal-
ta gi e scappa, disinteressati di tutto. Quella bambina
 odiosa, ti sta distruggendo, credimi. Non si fermer
finch non ti vedr a terra, finch non striscerai chie-
dendole perdono per qualcosa che non hai fatto. Ti pu-
nisce perch non la ami? Per Dio, non raccontarmi sto-
rie! Chi ti ha messo in testa questa sciocchezza del-
l'affetto, dell'incapacit di amare? Perch devi pagare
per tutta la vita il prezzo del preteso sacrilegio di non
amare? Si ama o non si ama, e basta; non  una male-
dizione biblica, n una stregoneria che ti perseguiter
per i secoli dei secoli. Mandala al diavolo, tua figlia, che
vada da suo padre, che viva in un ospizio o in una co-
munit, chi se ne frega. Ti sta succhiando la vita, la sa-
lute, ti uccider. Quando meno te lo aspetti ti sveglie-
rai e te la vedrai accanto al letto con un coltello in ma-
no, pronta a piantartelo nel petto. Ma non ti rendi con-
to? Berta, Ramona, il tuo psicanalista... tutti stanno
usando tua figlia per convincerti a non muoverti, a non
fiatare, a non ribellarti. Per loro fa lo stesso che sia tua
figlia o qualunque altra cosa. Scappa, Sara, per Dio! In
nome di cosa si pu chiedere a qualcuno che sopporti
una cosa simile fino alla fine? Quanto tempo  che ti
stanno rovinando? La psicanalisi non  che una fede nei
poteri dell'introspezione, della marcia indietro! Gli
psicanalisti non sono che dei guaritori ai margini della
scienza, tutti membri di un club esclusivo con limita-
zioni d'accesso. Quelli commentano il tuo caso alle lo-
ro riunioni, parlano delle cose che hai detto, che hai
strappato da te stessa a forza di dolore e di riflessione.
Banalizzano le tue parole, o vi attribuiscono un se-
condo o un terzo senso che non hanno. Fanno salti mor-
tali da circo con quello che dici. Le riducono a nau-
seabondi luoghi comuni da infilare in qualche libro o ar-
ticolo. Segretamente, ti disprezzano. Che scienza pu
essere mai, dimmelo, una disciplina che sottopone a
pubblico controllo le confidenze della gente? Insomma,
svegliati! Non ti rendi conto che la tua vita  stata fin
dall'inizio sottoposta a una specie di commissione pub-
blica in cui chiunque poteva decidere cos'era meglio per
te? Che ne sanno loro di quel che ti fa bene? Che ne sa
chiunque di quel che  bene per qualcun altro? Dicono
che il tuo terapeuta ti sta aiutando, che la tua vita co-
mincia ad avere un ordine e funziona. Sono convinta
che sia vero, ma di sicuro funziona secondo i criteri che
loro ti stanno ficcando in testa, non secondo i tuoi. Ti
asfissiano, ti dicono che sei madre e che hai dei doveri
di madre, ma se di figli non ne hai, trovano un altro
punto debole per farti capitolare. Sara, ritorna in te,
vattene. Fa' una pernacchia colossale a tutti quanti,
scappa e affronta il tuo vero destino, qualunque esso sia.
Rischi di finire in un centro di accoglienza per donne
abbandonate? Che cosa importa? Nessuno potrebbe
trattarti peggio in un posto simile di quanto gi non fac-
cia tua figlia, nessuno ti consiglier cose pi astruse di
quelle che ti consiglia quel figlio di puttana del tuo psi-
canalista. Ti serviranno un caff al mattino, un pasto
caldo due volte al giorno e ti daranno un letto per
dormire. Cosa potresti desiderare di pi, dopo aver fat-
to quel che volevi? Sei ancora in tempo, scappa.
Avevamo bevuto un bel po', questa  la verit. Ben pi
di quel teorico bicchiere di troppo oltre il quale si
perde la prudenza e la lucidit. Per questo avevo di-
menticato il mio abituale senso della misura e stavo
parlando con tanta veemenza. Non avevo previsto di
farlo. In condizioni normali non mi sarebbe mai venuto
in mente di pronunciare una simile arringa. Non  nel-
le mie intenzioni dare consigli alla gente su quel che
deve fare, intromettermi in modo diretto e inequivo-
cabile nelle vite altrui. Ma non mi aspettavo nessuna
particolare reazione da parte di Sara, non le avevo par-
lato con la speranza che lei balzasse in piedi e piangesse
di gioia. Non mi aspettavo che mi dicesse: "S, lo
far, mi hai mostrato la luce. Dopo tanto tempo pas-
sato nelle tenebre, ora finalmente so che cosa devo fa-
re. Torner indietro, ritrover la visione della vita
che avevo in giovent, la mia allegria, la mia inco-
scienza. Non vedo l'ora di mettermi all'opera. Appena
arriver a casa far le valigie. Me ne andr mentre mia
figlia dorme, e quando si sveglier non mi trover
pi. Che si arrangi, che muoia di fame, che chiami i vi-
cini, i pompieri, suo padre, che sappia che i suoi gior-
ni di torturatrice sono finiti, si cerchi pure un'altra vit-
tima, un'altra preda in cui affondare i suoi dentini acu-
minati. Non l'ho mai amata, e questa non  una colpa.
Se si fosse comportata diversamente, forse, se il mon-
do fosse diverso... ma non lo , e io sono come sono,
e ho il diritto di esserlo. S, me ne vado, posso ancora
recuperare il tempo perduto. Ti ringrazio di avermi det-
to la verit in modo cos crudo. La mia vita  stata un
disastro, ma ora rimedier". Non mi aspettavo certo
che dicesse qualcosa di simile, non era l'obiettivo che
mi ero posta, nemmeno una possibilit che prevedessi.
Quel che fece, per, fu tacere. Guardava il suo bic-
chiere a met, poi guardava me. Cominci a sorridere
con una smorfia da idiota di Velzquez, un sorriso in-
decifrabile, intraducibile, incomprensibile. Poi si rilass,
si lasci cadere all'indietro sulla poltrona.
Non sai quello che dici. Se davvero ti preoccupassi
per me non mi consiglieresti una cosa simile. E' assur-
do, capisci? Ho una figlia, una responsabilit e un
posto nel mondo, un lavoro. Non vivo alla giornata n
mi lascio sbatacchiare qua e l. Pu darsi che io sia sta-
ta un disastro in passato, per i problemi che ho avuto,
ma non credo che dureranno per tutta la vita. Sto fa-
cendo un lavoro su me stessa perch tutto si sistemi il
prima possibile. Non ho intenzione di fuggire, n di ab-
bandonare mia figlia. Sono sua madre. Lei  la sola co-
sa sostanziale che io abbia fatto in vita mia, e non vo-
glio rovinare tutto. Collezionista di falli, ma cosa dici?
Di che diavolo stai parlando? Sono anni che ho lasciato
perdere quella pazzia, milioni di anni. E' uno sport che
non mi interessa pi. Credi forse che col sesso si pos-
sa riempire una vita? Berta lo ha sempre detto che sei
un'intellettuale, che pensi solo a raccogliere materiale
per i tuoi libri. Tu non vivi davvero, e non ti interes-
sa quel che vivono gli altri. Il mondo  quello che , e
io non mi sto perdendo chiss quali possibilit, vi-
viamo tutti allo stesso modo, diamo valore alle stesse
cose e abbiamo stili di vita simili. Ma tu osservi gli al-
tri e prendi nota come se fossimo tutti degli animali di
laboratorio. Non capisci, non ti lasci coinvolgere. Hai
avuto un marito, ti sei separata, ma di questo non ab-
biamo quasi mai saputo niente. Naturalmente, tu ti tie-
ni fuori dalla scena, tu non hai bisogno di nessuno, tu
sei un essere superiore. Credi che non mi sia mai ac-
corta dello sguardo di biasimo che mi gettavi addosso
solo perch stavo cercando di vivere come una perso-
na normale? S, certo, a te piacevo quando non riu-
scivo a combinare niente nella vita. Ero una forza
della natura, un uragano scatenato, una donna senza
alibi morali; me l'avevi detto, qualche volta. E intan-
to tu stavi a guardare da fuori, prendendo appunti per
i tuoi romanzi. Molto interessante, molto nuovo. E ne
avevi di cose da annotare: giovane amazzone fallisce nel
matrimonio, com'era previsto, come dev'essere. Poi fal-
lisce con quegli amanti tremendi che non si sa come
possano piacerle, con cui va a letto solo alla ricerca di
umiliazioni. Infine si rivela incapace di trovare un
nuovo uomo disposto a condividere la sua vita. Sono
scema, ma non tanto, come vedi, lo so cosa hai sempre
pensato di me. E, da ultimo, la poveretta fallisce anche
con sua figlia, una bambina spaventosa, un mostro. So-
no un disastro assoluto, nessuno darebbe un centesimo
per me. E quando mi sforzo di risalire a galla con
l'aiuto dei miei amici, allora tu pensi che io commetta
il peggiore degli errori. Quel che dovrei fare, secondo
te, sarebbe perseverare nel fallimento e nel disastro. O
tornare indietro, in un appartamento da studenti, a ri-
cevere gli amici come una ragazzina, a scopare, a ri-
dere. No, non sono cos incosciente da non sapere
che cosa pensi di me. Lo so benissimo. Ma tu, tu non
hai mai avuto il coraggio di dirmelo in faccia. Nem-
meno io ti ho mai detto quello che penso di te. La ma-
ternit, ma perch le neghi ogni valore? Perch ti
ostini a considerarla una condizione di schiavit?
Io non mi ostino...
Tu ti ostini, s, tutte le donne che, come me, cerca-
no di tirar su i loro figli con orgoglio e con gioia, ti
sembrano...
Basta, Sara, per favore, non ne parliamo pi.
E invece voglio parlarne ancora. Quanto basta per do-
mandarti che cosa hai fatto tu della tua vita. Dimmi: 
invidiabile quello che hai? Io non lo definirei cos. Un
matrimonio fallito alle spalle, qualche libro pubblicato
senza grande successo, e tanta solitudine. Nessuno ti
scoccia, questo s, hai fatto capire bene a tutti quanti
che tu non hai bisogno degli altri. Strano, io s, io ho
sempre avuto bisogno degli altri per farcela. Tu sei au-
tosufficiente. Una volta mi hai detto che non avresti
mai preso un cane, anche se morivi dalla voglia di
averne uno, perch sarebbe stato un impegno troppo
grande per te. Tu vuoi che nessuno dipenda da te. Tu
sei indipendente, detesti che chiunque eserciti su di te
la minima influenza, ed eviti di esercitare la tua sugli al-
tri. A meno che non sia con i tuoi libri, certo, allora s,
allora fai delle eccezioni, ti mostri attraverso le parole,
i personaggi, la storia. Allora non ti dispiace lasciare
un'impronta, pi forte  meglio , nella mente dei
tuoi lettori. Ma che nessuno si azzardi mai a rivolger-
si a te personalmente, a farti delle domande, a voler sa-
pere qualcosa di preciso, per banale che sia. Anni fa,
anch'io ho buona memoria, quando eravamo all'uni-
versit, hai fatto un favore a un compagno di corso.
Era un favore importante, decisivo per i suoi interessi.
Ebbene, poi l'hai evitato per giorni, solo per non essere
ringraziata. Non riuscivi a sopportare che qualcuno ti
ringraziasse in modo sincero e commosso; dicevi che
non ce la facevi. Potevi aiutare gli altri, ma non acco-
gliere i loro omaggi, il loro affetto, la loro gratitudine.
Questo  un tratto patologico, un piccolo indizio di co-
me funziona in realt la tua mente. Tu ti nascondi mol-
to bene agli occhi degli altri, hai elaborato una perfet-
ta architettura di espedienti perch nessuno possa
guardare dentro di te. E il risultato  stato ottimo, di-
co sul serio. Nessuno sa che cosa sia successo nella tua
vita, mentre la mia  di pubblico dominio e commen-
tata come un telegiornale. Anche se non so chi di noi
due sia messa peggio. Almeno io ho agito sempre con
umilt, mentre nel tuo occultamento sistematico c' una
componente innegabile di megalomania. Tu non ti sei
mai chiesta che cosa ci sia di sbagliato in te.
"No, non me ne vado. Rimango, cercher di andare
avanti e di essere felice. Voglio che ogni giorno sia un
passo avanti per me. Rimango, il tuo  un pessimo con-
siglio, non serve a niente,  mal posto. Io non me ne
vado".
Un'invettiva perfettamente elaborata, una catilina-
ria completa lanciata dal suo maestoso seggio in se-
nato. Come se Cicerone si fosse letto un intero ma-
nuale di autoaiuto, come se si fosse sdraiato per anni
sul lettino dello psicanalista con la tunica raccolta in
un'elegante piega laterale. In realt non saprei come
definire quel suo lungo discorso n la situazione che
cre. L'innaffiatoio innaffiato, chi la fa l'aspetti, gli
abiti nuovi dell'imperatore... qualunque luogo comu-
ne sarebbe stato perfetto per l'occasione. Ma quello
non era un discorso improvvisato. Sara ci aveva pen-
sato prima. Di sicuro ne aveva parlato con Berta,
con Ramona, con Gabriel. Io e i miei misteri, io e il
mio ermetismo, io e i principi inamovibili a cui rima-
nevo aggrappata e che nel corso della vita avrei fatto
meglio ad abbandonare. Certo, il mio era un cuore
chiuso che, a pensarci bene, non meritava nemmeno di
essere sondato. L'orgoglio mi faceva apparire come un
essere estraneo, indurito a forza di distanza. Il mio era
il ritratto odioso di una donna che si crede superiore.
Non avrei mai pensato che i miei amici si fossero
fatti un'idea simile di me. Immagino che questa non
fosse la sola opinione, e che in margine a quel catalo-
go di difetti mi fosse pur riconosciuta qualche virt.
Ma la cosa non mi preoccupava granch, n si pu di-
re che le parole di Sara fossero una rivelazione asso-
luta. Una cosa per mi incuriosiva: perch Sara aveva
reagito cos? In fin dei conti, era abituata a ricevere
consigli. Anzi, sui consigli degli amici si reggeva la co-
lonna portante della sua vita. Allora, che cosa la di-
sturbava tanto del mio tentativo di influire su di lei?
Due erano le risposte possibili a questa domanda.
Una, che la sua mente fosse gi del tutto condiziona-
ta dalle idee che le erano state inculcate. Due, che di
fronte alle esortazioni della sola persona che non ave-
va mai tentato di influenzarla, provasse una fitta al
cuore. Ero diventata anch'io come gli altri. A ripen-
sarci ora con pi tranquillit, credo che furono en-
trambe queste ragioni a spingerla contro di me. Da
troppo tempo si stava sforzando di mettere in pratica
certi valori, e non poteva accettare che di colpo qual-
cuno tentasse di persuaderla dell'esatto contrario.
Anche se in fondo, a farle perdere le staffe, doveva es-
sere stato il mio desiderio di influire su di lei. Proprio
quando il momento peggiore era passato, le dimo-
stravo che anch'io mi ritenevo dotata di strumenti mi-
gliori dei suoi per indicarle la via della salvezza.
Avevo commesso una sciocchezza. Come tutti gli altri,
mi ero creduta depositaria di una responsabilit che
nessuno mi aveva conferito. Ma in quel momento,
pararmi di fronte a lei e gridarle di fare attenzione mi
era parso quasi un dovere, prima che fosse troppo
tardi. Fu uno stupido errore. Aveva ragione lei: se ave-
vo passato la vita facendo di tutto per nascondermi agli
altri, che senso aveva che ora impartissi consigli come
un faro di saggezza? Come potevo avere la minima
idea dei suoi problemi e della loro soluzione?
Sara smise di parlare e smise anche di guardarmi. L'ef-
fetto dell'alcol non bastava a sciogliere l'atmosfera rag-
gelante che si era creata. Come uscirne disinvoltamente,
ora? Questa era la cosa che pi mi preoccupava: non sa-
pevo come mettere fine a quel discorso. E tuttavia,
era molto importante riuscire a farlo bene. Da quel finale
dipendeva il futuro della nostra amicizia. Quel che si era
detto poteva avere un'importanza relativa, l'importan-
te era la mia reazione. Se mi fossi mostrata offesa, l'e-
pisodio sarebbe parso abbastanza grave da determinare
una rottura definitiva. Se le avessi risposto che la sua let-
tura del mio carattere si avvicinava molto alla realt, Sa-
ra avrebbe potuto pensare che le dessi ragione come si
d ragione ai matti. Eravamo in un vicolo cieco. Mi do-
mandai che cosa desiderassi esattamente, ma non seppi
darmi una risposta. Desideravo solo sparire di l quanto
prima. Ma se non volevo che quella serata mandasse al-
l'aria tutto, dovevo riuscire a concluderla in modo ele-
gante ed educato. Detesto le scenate, e questa l'avevo
provocata io. Detesto i salvatori della patria, e proprio
in questo mi ero trasformata.
Finalmente Sara torn a guardarmi in faccia. Osservai
bene la sua espressione. Era come una bambina sod-
disfatta perch ha avuto il coraggio di reagire, e al tem-
po stesso timorosa di avere esagerato. Contrasse le
labbra e scosse il capo decisa. S, pensava di avere fat-
to bene e si congratulava con se stessa per il proprio co-
raggio. Me l'ero meritata, quella risposta. Lei non era
un disastro n lo sarebbe stata mai pi. Il mistero
della vita quotidiana le era stato svelato.
Provai piet nel vederla cos. Non una piet condi-
scendente, che muove a carit e comprensione, ma la
piet ammirata che si prova di fronte ai pazzi veri, agli
artisti scomparsi senza alcun riconoscimento, alle gran-
di anime sprecate e patetiche. La mia chiaroveggenza
in quegli istanti mi parve assoluta. Capii perfetta-
mente che non ce l'avrebbe mai fatta, capii che sarebbe
morta troppo presto, vidi l'aura dei disadattati e dei
martiri avvolgere la sua figura.
Le dissi che forse era meglio andare, nel modo pi
normale che potei. L'aria fresca della strada riusc a
tranquillizzarmi un po'. L'addio fu breve e in tono di-
stintamente virile. Sara mi diede una pacca sulla spal-
la e io alzai la mano come se la stessi salutando da lon-
tano. Ci sorridemmo e ci incamminammo in due dire-
zioni opposte. Avrei dovuto voltarmi a guardarla, ma
non lo feci. Me ne pento. Quando la rividi, era morta.
Un mese fa, nella camera ardente, mi avvicinai alla sal-
ma. Quasi non la riconoscevo. Era invecchiata da
quell'ultima notte, e il terribile colore ceruleo dei
morti le tingeva la pelle. L'avevano avvolta in una
specie di tunica bianca che la copriva completamente.
La famiglia aveva voluto l'incinerazione. Un corpo
negato alla scienza.
Gli psicanalisti dicono che se un paziente si uccide, si-
gnifica che ha seguito il suo vero destino: non aveva un
autentico desiderio di guarire. Ma Sara aveva conclu-
so da tempo la terapia quando si uccise. Teoricamente
aveva acquisito gli strumenti necessari per affrontare il
mondo. Ci stup tutti con la sua morte. In apparenza
stava bene, si era adattata agli usi sociali e ai tempi
nuovi, cos diversi da quelli della nostra giovent. Ma
nessuno sapeva esattamente come vivesse; perfino
Berta aveva smesso di vederla se non di tanto in tanto.
Qualunque ipotesi su quel che stava accadendo dentro
di lei nell'ultimo periodo sarebbe viziata dall'immagi-
nazione. La sola cosa evidente  che osserv tutte le re-
gole. Il suo comportamento quotidiano non fu tale
da attirare l'attenzione, n da infastidire, n da scan-
dalizzare. Tenne in serbo tutto l'esplosivo per il gran fi-
nale. Una vera fortuna per i suoi amici: non c' molto
da fare per un morto, lo si seppellisce e basta. Forse fu
questa la vera ragione del suicidio: non se l'era sentita
di chiedere di nuovo aiuto. Non pi.
Ramona mi ha raccontato che la maggior parte dei sog-
getti che si uccidono ci hanno gi provato altre volte.
Non  stato il caso di Sara. Lei ci riusc al primo ten-
tativo. Il fatto che mai prima di allora avesse accennato
a togliersi la vita dimostra, secondo Ramona, che la no-
stra amica non soffriva di nessuna patologia specifica.
Detto in altro modo, non era pazza. Poteva soffrire di
disturbi dell'emotivit, di difficolt di adattamento o
di tendenza alla depressione, ma non era psicotica n
maniaca. Rientrava in quella percentuale di uomini e
donne che senza essere degli alienati, decidono di
mettere fine alla propria vita.
Ho sempre detto che Sara era un bel caso per uno
psicanalista, e invece, guarda un po'. Molti anni dopo
la fine della terapia, era di nuovo a pezzi. Qualcuno
penser che il trattamento non le fosse servito a nulla,
ma sarebbe una semplificazione. Non era malata, quin-
di i suoi colloqui con l'analista possono a malapena con-
siderarsi una terapia.
E cos il suo psicanalista rimane esente da ogni colpa,
vero?
Lei rise tranquilla, e mi guard in faccia, quasi divertita.
Be', in un certo senso s, e in un certo senso no. Par-
lando sul serio, chi potrebbe incolpare uno psicanalista
che ha smesso di vedere una paziente da tanto tempo?
No, no, cerchiamo di essere ragionevoli, qui non si trat-
ta di un chirurgo che abbia dimenticato una forbice
nella pancia di qualcuno. E nemmeno si pu parlare di
diagnosi errata o precipitosa. Ci troviamo in un altro
ambito, in un altro ordine di idee. E tuttavia devo am-
mettere che non capir mai perch Sara si sia uccisa.
Di solito chiedeva aiuto prima di naufragare.
Questa volta avr deciso di non farlo. L'aiuto che le
era stato prestato non le era servito.
Ti ricordo che  arrivata pi o meno bene fino ai cin-
quantanni.
Ed  questo l'importante? Resistere il pi possibile?
Non lo so, non sono in grado di risponderti. Smet-
tiamola di discutere.
In realt non stavamo discutendo, ma Ramona sentiva
in me, intatta, la diffidenza che avevo sempre provato
nei confronti della sua professione. Anche se avesse
avuto ragione lei, non valeva la pena di insistere ancora
su un argomento cos delicato. Nessuno di noi cono-
sceva i veri motivi per cui Sara aveva voluto morire. Io
ero sicura che avrei continuato a vedere Ramona di
tanto in tanto, e mi proposi di non riparlarle mai pi di
quel suicidio. Era un episodio chiuso.






Pensieri su Ramona.

Ramona, il momento che sto attraversando  emoti-
vamente neutro. La morte di Sara non mi ha sconvol-
ta; ma  vero che dal giorno del suo funerale mi capita
di pensare molto a lei, e le cose che penso non sono pia-
cevoli. So bene che tu non avevi una buona opinione di
Sara. Il tuo collega, lo psicanalista che l'aveva avuta in
cura, doveva averti detto che era una donna molto me-
no interessante di quanto non sembrasse. Un'adulta po-
co adattata alla realt poteva essere un caso promet-
tente, ma quel tuo collega probabilmente era rimasto
deluso. Forse ti aveva perfino detto che Sara era poco
intelligente e senza criterio. Pensavi anche tu qualcosa
di simile, non  vero? Per questo l'avevi messa in ma-
no a uno psicanalista. Mi spiace, ma ho sempre avuto
questa impressione: nemmeno tu hai troppo rispetto per
la psicanalisi. E un giocattolo vecchio, ormai, che non
trovi pi molto utile. Non mi dirai che, dopo tanti an-
ni, ci credi ancora come nei primi tempi? Non dirme-
lo, non ti crederei. Ti capita ancora di scoprire qualcosa
di nuovo nell'esercizio della tua professione? Di cosa
parli con i tuoi pazienti?
Con te la psicanalisi ha funzionato, su questo non ci
sono dubbi. Ti ha dato una vita organizzata e un mo-
do di guadagnarti da vivere. Ma come terapia, cara
amica... una terapia da consigliare a Sara... Permettimi
di non credere alla tua buona fede. Da anni la tua
scuola non fa che proporre alla gente l'adattamento.
Tu e i tuoi correligionari vi divertite con i casi dei pa-
zienti come in un passatempo intellettuale. Ma la-
sciamo stare,  assurdo rinfacciarti i vizi e le carenze di
un sistema psichiatrico. Fa lo stesso. Eppure, se mai ti
venisse in mente di giustificarti pensando che hai de-
dicato tutta la vita alla cura dei malati di mente, non
ti ingannare, per favore. Hai usato la psicanalisi per
riempire i vuoti della tua triste vita. Non hai trovato
un uomo che potesse soddisfarti e procurarti tutta la
considerazione sociale che, a quanto pare, il matri-
monio offre. Ma non importa, l'aura del padre Freud
ti ha protetta, dandoti una professione, prestigio,
amici, colleghi, e forse qualche amante. Molto pi di
quanto non abbia mai dato a Sara. Sei anche riuscita
a influire sulla psiche di qualche disgraziato. Quegli
onanisti compulsivi e rituali di cui tanto ti piaceva ri-
dere, dove sono adesso? Immagino tu non perda il son-
no pensando a loro. Dal momento in cui si sono chiu-
si alle spalle la porta del tuo studio, per te sono scom-
parsi. Di sicuro non resta altro di loro che una scheda
nel tuo computer. Qualcuno ha seguito il suo destino
e si  autoimmolato sull'altare di Freud? E un dato
senza importanza.
Non provo vero e proprio odio per te. Hai collaborato
all'impresa comune, facendo s che Sara rinunciasse al-
la sua personalit, guadagnandoti una parte di re-
sponsabilit per il fatto che abbia passato il resto del-
la sua vita vagando come un fantasma. Tu pensi che se
non fosse stata rieducata la sua fine sarebbe stata al-
trettanto tragica: un centro di accoglienza per donne
abbandonate e altri orrori da telefilm. Ma sta' pur si-
cura che su questo ti sbagli. Nessuno sa come sarebbe
finita la nostra cara amica se l'avessimo lasciata in
pace. Tu pensi che se non altro cos ci ha provato, ha
lottato per avere una vita felice^ integrata e normale.
Ma anche su questo ti sbagli. E' stato proprio il suo
provarci ad avvilirla, a farne una patetica casalinga fal-
lita a caccia di marito, bisognosa d'amore, ansiosa di
dare a sua figlia un altro padre, incapace di trovare un
angolo che potesse chiamare "suo". Ma che belle aspi-
razioni, cara mia! L'universo femminile  uno schifo. A
lei, che poteva avere il mondo intero, avete proposto la
ciliegina appiccicosa di una torta industriale. A lei, che
avrebbe potuto libare il delizioso miele di tutti i falli
eretti che collezionava! A lei che avrebbe potuto essere
la regina della libert sterile, che  la sola libert!
Tu dovresti comprendere meglio di chiunque altro la
terribile tragedia che vi  in tutto questo. Anche tu sei
scampata all'ospizio femminile, ma, attenzione! an-
che tu hai fallito. Non sei che un'ombra solitaria in un
mondo di sogni reinventati secondo le ricette di Freud.
Tu non sei niente, Ramona, come una di quelle pato-
logie che ti piace diagnosticare: per met invenzione,
per l'altra met interpretazione soggettiva e azzardata.
Prova a vivere con questa consapevolezza e vedrai, ca-
ra, vedrai quant' difficile.






5.

Ieri Gabriel era da me. Ultimamente viene, si siede sul
divano e, quasi subito, si addormenta. Ieri, la stessa
cosa. La situazione comincia a essere assurda, ma presto
si risolver. Fra un mese mi trasferir nella mia casa al
mare, e questo interromper la sequela di visite di Ga-
briel. E' pi di un mese ormai che hanno sepolto Sara.
Perch continua a venirmi a trovare? Che cosa ci trova
nel mio divano? Non abbiamo quasi niente da dirci. Non
mi d fastidio, ma non  piacevole averlo sempre qui.
Non mi va di ridare vita alle vecchie amicizie. Ma prima
di perderlo di vista, credo che gli chieder un favore. Ho
bisogno che mi accompagni a casa di Camila. Voglio sa-
perne di pi sull'ultimo periodo trascorso da sua madre
nel mondo. Nessuno ha notizia di come vivesse Sara ne-
gli ultimi sette anni. Sette anni sono tanti. Per poco che
sappia dirmi la ragazza, mi baster. Perch desidero
farlo? Perch provo questa curiosit che prima non pro-
vavo? Non posso escludere che mi attiri morbosamente
il fatto stesso della morte. La morte ha il potere di ri-
destare interesse per la persona morta. Che contraddi-
zione. Non mi sento spinta a compiere una sorta di do-
vere nei confronti della mia amica morta. Forse sto ten-
tando di completare il quadro dei ricordi che mi hanno
assalita in questi giorni, cos frammentari e disordinati.
Se resta nel buio una parte della vita di Sara, e proprio
quella in cui si prepar il suo suicidio, tutta la sua storia
rimarr priva di senso. E non  cos. Ricordare la vita di
Sara, la sua personalit, mi ha molto toccata, forse pi del
fatto che sia morta.
Gabriel non ha avuto niente in contrario ad accom-
pagnarmi, anche se ha tenuto a dirmi di non essere mi-
nimamente interessato alle possibili rivelazioni di Ca-
mila. Si  mostrato del tutto indifferente. Ormai Sara
 scomparsa, per lui. Non ci penser pi.
Gabriel non cessa di rappresentare un mistero per me,
ma un mistero che non ho nessuna voglia di sondare. Se
dovessi definirlo, direi che  un uomo moderno nel sen-
so pieno del termine: sempre alla ricerca dell'amore e
della donna ideale. E' strano, proprio oggi, quando noi
donne abbiamo smesso di stare su un piedistallo, loro ci
vogliono come compagne dell'anima. Oggi, che l'amo-
re non  pi fra le nostre priorit, gli uomini si ostina-
no ad amare sopra ogni altra cosa. Non sarebbe meglio
se si impegnassero in qualcos'altro? Noi siamo occupate
a costruirci la nostra epica, che  ancora tutta da fare.
Battaglie sanguinose, continenti devastati, chi pu sa-
perlo? Un giorno o l'altro ci saranno. Chiss se allora
potremo scrivere un'epopea che valga la pena, qualco-
sa sul tipo di Guerra e pace. Nel frattempo, gli uomini
piangeranno sul disamore in qualche posto tranquillo,
magari facendo la calza o qualcosa di simile. Non riu-
sciremo mai a coordinarci come si deve,  pi facile che
riescano a convivere in pace i poveri e i ricchi, i bianchi
e i neri, gli atei e i credenti.
Camila non ha fatto obiezioni alla nostra richiesta. Ci
ha dato subito un appuntamento. Perch no? In fondo,
se eravamo gli odiosi amici di sua madre, lei non c'era
pi. Niente da temere, dunque.
Ci ha aperto la porta tutta seria, rigida, con quella stes-
sa aria indolente che aveva sempre di fronte a sua
madre. Io ero decisa a non lasciarmi irritare da nulla.
Non eravamo l per aggredire la ragazza, ma per chie-
derle qualche informazione. Qualunque cosa avesse
detto contro Sara, gliel'avrei lasciata passare. Avevo
pregato Gabriel di fare lo stesso e lui mi aveva sorriso
stancamente. S, certo, che senso avrebbe avuto di-
fendere la figura di sua madre morta?
La casa stava subendo dei cambiamenti. I mobili era-
no stati spostati ed erano in corso lavori di ritinteg-
giatura. Camila si  accorta della mia curiosit e ha rea-
gito subito:
Se devo rimanere a vivere qui, ho bisogno di rinno-
vare un po' l'appartamento. Era tutto cos trascurato e
fuori moda.
Speravo che ci risparmiasse il numero della figlia ribelle
che finalmente riesce a liberarsi. Per questo era stra-
tegicamente importante interrogarla subito, senza la-
sciare spazio a istrionismi o giustificazioni.
Che cosa faceva mia madre negli ultimi anni? Cosa
volete? Scrivere un libro su di lei o qualcosa del ge-
nere?
E molto probabile che io lo faccia.
E cos speri che io parli bene di lei, adesso che 
morta.
No, voglio solo sapere come viveva.
Lei si  strofinata un occhio, ha accennato una risata
che voleva essere sarcastica. Gabriel ha tirato fuori un
pacchetto di sigarette con aria annoiata, come per far
capire che si trovava l solo come accompagnatore.
Non lo so esattamente. Passava molto tempo in casa.
Andava a lavorare, comprava delle riviste che poi la-
sciava sparse in giro... Mia madre era un disastro,
questo lo sapete. Di sicuro vi avr detto che tutto
quel che faceva nella vita lo faceva per me. Be', io non
le ho mai chiesto niente. La sola cosa che le chiedevo
era di essere lasciata in pace.
S, questo lo sappiamo, ma...
Guarda, non prendertela, ma il fatto  che non ho
molta voglia di parlare di mia madre. Immagino sia
comprensibile. E dire che voi due mi siete sempre
stati abbastanza simpatici. Di tutta la gente che mia
madre frequentava, eravate il meglio, con la vostra aria
da ragazzacci. E poi avete dimostrato un certo talento
nell'allontanarvi da lei prima degli altri. E' stata una
buona scelta, la sola possibile. Mia madre era molto di-
struttiva, finiva per avvolgere tutti nella sua ragnate-
la. Succhiava energia da chiunque le capitasse a tiro. So
che molte donne sono cos, anche donne importanti: at-
trici, pittrici... donne problematiche che succhiano il
sangue degli altri. E' strano, accanto a loro ti senti co-
me se stessi facendo un corso intensivo in un manico-
mio, come se per loro fossi il padre, l'amico e l'a-
mante insieme. Sono donne che stanno malissimo,
come Marilyn Monroe. Certo che Marilyn scopava
con Kennedy, mentre mia madre... be', mia madre sco-
pava con un mucchio di gente, ma erano materiale di
scarto, almeno quelli che ho conosciuto io. Mi rac-
contava che in giovent era stata una grande sedut-
trice. Immagino che, vedendosi cos bastonata dalla vi-
ta, volesse far bella figura almeno con me. Mi rac-
contava che ai tempi dell'universit poteva scegliersi
tutti i ragazzi pi belli e portarseli a letto. Che suc-
cesso! Quelli erano i suoi momenti di gloria. Povera
mamma! Aveva fatto delle sue imprese da puttanella
l'emblema di un passato splendore. Me ne parlava
tutta orgogliosa e sportiva, come se fossi una sua ami-
ca. Pensate un po', io me ne guardavo come la peste.
Se gi era abbastanza drammatico essere sua figlia, es-
sere sua amica sarebbe stato ancora peggio. Secondo lei
avrei dovuto aiutarla e cercare di risolvere il suo di-
sordine. No, no, grazie, esserle nemica mi conveniva di
pi. Non sono mai riuscita a starmene del tutto in pa-
ce, ma almeno non mi sentivo responsabile per lei. C'e-
rano altri che la responsabilit se la prendevano pi che
volentieri. Come la Gran Berta, non c'era un cannone
che si chiamava cos? Accidenti alla Gran Berta! Ma
ditemi voi, da dove salta fuori una cos? E' un prodotto
tipico della vostra generazione? Ma l'avete vista il
giorno del funerale? Tutta d'un pezzo come una statua
del dolore, ma con la faccia dura, come se dicesse: "Io
ho fatto quel che ho potuto,  stata lei a cercarsela". Se
aveva figli, un lavoro, perch passava la vita a dire a
mia madre quel che doveva fare? Mi pare ancora di
sentirla: "Coraggio, Sara, ce la farai, nessuno potr dir-
ti che non hai fatto il tuo dovere". Maledizione, ma da
dove le tirava fuori queste cose? Da un manuale per il
reinserimento delle ex prostitute? Patetica, la Berta! E
bisognava vederla, quando veniva qui, come si attac-
cava alla bottiglia del whisky. Prima, consigli e parole
di incoraggiamento; poi, cominciava a versarsi da be-
re e a raccontare i suoi problemi. A quanto pare il pri-
mo marito la trattava di merda, le aveva messo un paio
di corna fino al soffitto, qualcosa del genere. Li sentivo
dal mio letto, i suoi discorsi, sfilze di parole che non fi-
nivano pi. Mia madre non diceva niente. Stava ad
ascoltare la sua maestra di morale, la consigliera che le
avrebbe dato le chiavi della felicit. Non era lei quel-
la che per poco il marito non la strangolava? Ma certo!
Con una moglie cos, uno non aveva molta scelta: po-
teva solo andarsene a scopare in giro o cercare di as-
sassinarla. E pensare che a una deficiente come quella,
mia madre dava retta, era la sua consigliera spirituale,
il suo nume tutelare, la guida della sua anima. Le rac-
contava le sue umiliazioni, le miserie della sua vita as-
surda. Io mi coprivo la testa col cuscino per non sentire
le loro voci. Certe notti, invece, avevo voglia di stare
a sentire i loro spropositi e mi nascondevo in corridoio
ad ascoltare. Come poteva un essere simile permettersi
di dare dei consigli? Quella aveva una gran confusio-
ne nella testa, non sapeva nemmeno lei cosa diceva! Io,
che ero piccola, lo capivo benissimo. Come faceva
mia madre a non rendersene conto? Lei la usava,
quella troia usava mia madre per non pensare alle sue
frustrazioni. Bella amica! Ma non era l'unica. E la fi-
glia di Freud? Basta vedere come si veste per render-
si conto della vita che fa: quei capelli bianchi da vec-
chia, quei camicioni... come le zitelle dei film! Ma
qualcuno se la sar mai scopata, quella l? E parlava co-
me un libro di psicologia per dilettanti! Ramona era co-
me una suora, rideva per niente e si eccitava come una
scolaretta in gita appena sentiva parlare di uomini. No,
no, io preferivo voi due, almeno avevate un'aria nor-
male. Negli ultimi anni quelle stupide hanno smesso di
venire. All'inizio ero contenta. Che sollievo uscire da
camera mia e non vedermele l, sedute in poltrona, co-
me due puttane in attesa di clienti. Che pace non
trovarle pi al tavolo di cucina, a confabulare, a insi-
nuare il loro veleno negli orecchi di mia madre. Eppure
non ho mai pensato che senza i loro consigli la nostra
vita potesse migliorare. No, avrebbe dovuto andarse-
ne anche mia madre. Il solo fatto di vederla mi infa-
stidiva, mi metteva di malumore. Capivo che sentiva la
mancanza delle sue amiche. Immagino che si vedesse-
ro qualche volta fuori casa, ma io non l'ho mai saputo.
In ogni caso, il gineceo delle consigliere si era sciolto,
e lei, inaspettatamente, sembrava capace di sopporta-
re tutta quella solitudine. Forse lo sforzo di volont di
non chiamare in soccorso le amiche  stata la cosa pi
meritevole che abbia fatto in vita sua. Ma, come vi di-
co, non  stata quella gran meraviglia perdere di vista
le due streghe, perch mia madre era ancora l, e a sta-
re da sola il suo carattere si era fatto pi introverso,
pi enigmatico. Da quel momento in poi mi sono sen-
tita in pericolo, non solo psicologicamente, anche fi-
sicamente. Temevo un incidente. La mattina la vede-
vo scaldare il latte in cucina e avevo paura che lasciasse
il gas aperto. Se aveva deciso di farla finita, speravo
che almeno avesse la delicatezza di lasciar viva me. Ep-
pure, preferivo rischiare piuttosto che pregarla di fare
attenzione. Se la casa fosse saltata in aria, c'era sempre
la possibilit che lei rimanesse sotto le macerie mentre
io ero fuori. Questa era l'intensit del mio odio. Alla
fine non ero pi cos certa che quel periodo fosse me-
no spaventoso di quando lei aveva tutta una corte
che girava per casa dandole consigli per la sua felicit.
Per fortuna io crescevo, e stavo fuori il pi possibile.
Ma nei momenti pi impensati lei veniva ad aspettar-
mi all'uscita da scuola o aveva l'idea geniale di portarmi
al cinema per rompere la monotonia. Si sforzava fino
all'estenuazione per dimostrarmi un amore che non
sentiva, per coprirmi di premure in modo da assolvere
a quello che lei riteneva un sacro dovere. Aveva la sop-
portazione di una santa, di una martire, di qualcuno
che esercita la passivit con la segreta fiducia che un
giorno questa dia i suoi frutti. Peccato che abbia com-
messo l'errore irrimediabile di suicidarsi, non entrer
nel Regno dei Cieli, non occuper il posto che si  gua-
dagnata con il suo stoicismo imbattibile. Ma voi vo-
levate che vi dicessi qualcosa sui suoi ultimi anni. E'
molto semplice, rassegnata a un lavoro alienante, chiu-
sa in casa per il resto della giornata, a poco a poco per-
deva energia. La sua vita si stava trasformando in
una forma di esistenza vegetale. Mi lasciava perfino in
pace. E poi io cercavo di non litigare per non darle mo-
tivo di agitarsi. Siamo vissute in silenzio per qualche
anno. Io mi concentravo sulle mie cose e cercavo di
non guardarla nemmeno. Da molto tempo non la guar-
davo pi in faccia, ma alla fine riuscivo a non guardarla
del tutto. Per me era il solo modo di sopravvivere ac-
canto a lei, nell'attesa di non vederla pi, definitiva-
mente. E cos  successo. Ma un anno prima di mori-
re era riuscita a spezzare l'equilibrio che avevamo
raggiunto. Vi fa piacere, vero? Qualcosa da racconta-
re, un pettegolezzo in pi, per quando uscirete di
qui. Un giorno mia madre arriva a casa e mi dice che
deve parlarmi seriamente. Potete immaginare il mal di
stomaco che mi  venuto, e la voglia di scappare che
avevo. Ma l'ho ascoltata, anche perch, a dire il vero,
un po' ero curiosa. Che cos'ha quest'isterica, adesso,
qualcosa che la psicanalisi non riesce a risolverle? Era
come la morbosa voglia di sapere che ti prende sul luo-
go di un incidente stradale: ti avvicini a vedere anche
se sai che non vedrai niente di bello. Bene, io la ascol-
to e lei mi annuncia che si  innamorata. "Vedi, cara,
quando ormai non lo aspettavo pi". Le ho subito vol-
tato le spalle. Non potevo credere che cercasse ancora
una volta di gettarmi addosso la sua spazzatura amo-
rosa. Si  messa subito a dire che non mi dovevo
preoccupare, che quell'amore non avrebbe cambiato la
sua vita, che era una storia senza la minima possibilit
di avere degli sviluppi. Prima che avessi il tempo di
uscire dalla stanza e di sbattere la porta, ha aggiunto:
"E un sacerdote". Bella roba. Ci mancava solo questa.
Nel circo in cui si era sempre esibita era passata dal
ruolo di funambola a quello di clown. Prima aveva
camminato sul filo, adesso si prendeva le torte in fac-
cia, fra le risate del pubblico. Anch'io ho riso. Di
quale religione sar, il sant'uomo? Cattolico, buddista,
ind? Come andr in giro vestito? In sottana, in
clergyman, in tunica color zafferano, elegantemente sol-
levata a mostrare il divino polpaccio? Mio Dio, c'era
da aspettarsi qualunque cosa da mia madre, ma quella
volta aveva superato se stessa. L'ho mandata al dia-
volo, ma poi, nei giorni successivi, ci ho pensato e ri-
pensato. Dove l'aveva conosciuto, il prete? In quale
sacca isolata della civilt l'aveva incontrato? Non
gliel'ho mai chiesto, ma in qualche modo spiavo i
suoi movimenti. Ero tornata a guardarla, alla fine, e mi
accorgevo che la sua faccia da vittima era diversa da
prima. Doveva averla copiata da qualche adattamento
cinematografico della triste storia di Marguerite Gau-
tier. Poveretta, aveva trovato l'essenza della sua per-
sonalit: il ridicolo! La sua ridicolaggine era perfetta,
si era calata nel vuoto dell'anima tormentata da un
dramma segreto, senza accorgersi che le si vedeva il cu-
lo attraverso uno strappo nei pantaloni. Una cosa
grottesca. Pensavo che il dolore la spingesse a chia-
marvi tutti quanti, a convocare un nuovo conclave
di amici alla ricerca di una soluzione. Ma non l'ha fat-
to. Dopo un paio di mesi, visto che non succedeva
niente, ho cominciato a convincermi che quella storia
non fosse vera. Era pazza, la psicanalisi le aveva dato
solo una parvenza di normalit. Delirava, si era in-
ventata la figura assurda di un sacerdote per poter cre-
dere a un amore impossibile. Eppure, un giorno l'ho
visto. Ero rientrata a casa prima del solito ed erano l
tutti e due. Sono passata dal soggiorno e l c'era mia
madre, con un uomo in abito scuro. In una situazione
normale me la sarei svignata dicendo buongiorno, ma
ero cos sbalordita che ho fatto qualche passo verso di
loro. Lui era alto, sulla sessantina, robusto, un bel-
l'uomo: capelli bianchi, naso diritto... Portava il col-
larino da sacerdote e piangeva. Anche mia madre
piangeva, aveva gli occhi rossi e la faccia bagnata di la-
crime. Sono rimasti l a guardarmi senza reagire, come
se li avessi svegliati da un'estasi. Allora mia madre ha
teso una mano verso di me e ha pronunciato il mio no-
me, come un lamento. Io ho girato i tacchi e me ne so-
no andata. Non sono tornata fino al mattino dopo.
Non avevo mai perdonato a mia madre nulla di quel
che aveva fatto dal giorno della mia nascita, ma quel-
la era la goccia che faceva traboccare il vaso. Un uc-
cellaccio del malaugurio che veniva a piangere nel
soggiorno di casa, un caso disperato di amore impos-
sibile... la battaglia interiore, il tormento, la fede...
Troppa spazzatura per un riciclaggio! Mancava solo che
quello si portasse dietro due chierichetti, a intonare co-
ri mentre si sbatteva mia madre sul sof. E dire che lei
se ne era portata a casa di rifiuti umani, gente che met-
teva paura solo a guardarla... ma quello... quello an-
dava al di l del pensabile, soprattutto per una che ave-
va deciso di vivere nella normalit, come lei non faceva
che ripetere! Un prete di merda come quelli dei ro-
manzi che ci obbligavano a leggere a scuola! Non
chiedetemi chi fosse, n da dove diavolo l'avesse tira-
to fuori. Non so come si chiamasse. E nemmeno per-
ch non gettasse la tonaca alle ortiche e non si deci-
desse a vivere con mia madre il suo amore eterno. Se
vi interessasse, potrei anche cercare qualche informa-
zione, ma non  facile. Il prete non  pi ricomparso,
e le poche carte che mia madre aveva lasciato le ho
bruciate la settimana scorsa. Non avevo certo voglia di
mettermi a frugare negli affari suoi per ritrovarmi
sotto il naso qualche altra sorpresa. Vi suggerisco di
guardare la cronaca nera dei giornali, chiss che qual-
che prete non si sia suicidato in questi giorni. Anche se
mi stupirei se un sacerdote avesse compiuto un gesto
cos estremo per quella stupida di mia madre. Al mas-
simo avr detto qualche messa per la sua anima. Io, da
parte mia, sono contenta che la vostra amica Sara
non sia pi fra i vivi. Ma neppure troppo, sono abba-
stanza grande per capire che non mi liberer tanto fa-
cilmente di lei. Il suo ricordo mi perseguiter e mi tor-
menter. Solo se l'avessi uccisa io potrei riposare tran-
quilla, ma non  stato cos. Magari un giorno o l'altro
toccher anche a me andare dallo psicanalista per im-
parare a sopportare me stessa. Sto addirittura pensando
di convocare un'assemblea di amici per chiedere con-
siglio su cosa fare della mia vita, se dovessi decidere di
andare avanti, perch non escludo l'idea di farla fini-
ta anch'io. Di una cosa, per, potete star sicuri: io di
figli non ne avr mai. Trover un medico che mi ste-
rilizzi definitivamente. E se no, far il possibile per
non partorire un essere in cui sopravviva un solo gene
di mia madre. Io sono la fine dell'incubo, e questo, al-
meno, mi d la forza di vivere.
No, non avevo nessuna intenzione di scoprire l'identit
del misterioso sacerdote. E non per la difficolt della ri-
cerca, ma perch conoscere il suo nome non mi inte-
ressava. Perch completare l'ultimo capitolo se il finale
mi pareva, in ogni caso, felice? Proprio come aveva
detto sua figlia, alla fine Sara si era innamorata. Pian-
geva d'amore per un uomo, e anche lui piangeva. Non
mi sarei permessa di fare congetture. I fatti sono fatti:
entrambi versavano lacrime d'amore. In quella vita di-
sastrosa, compendio di tutte le miserie morali che una
donna pu attraversare, era brillato alla fine un raggio
di speranza. Colmo delle meraviglie, quel sacerdote era
un bell'uomo, secondo la breve descrizione di Camila.
Un finale perfetto per la mia amica. Un amore impos-
sibile secondo la migliore tradizione romantica. L'a-
mato non era un tipo qualunque, il marito di un'altra
o un sopravvissuto reclutato in qualche locale nottur-
no, ma un uomo animato da una luce spirituale, capa-
ce di vedere il mondo da una prospettiva diversa.
Forse solo lui era dotato della sensibilit necessaria per
scoprire il tesoro nascosto di Sara, quel cuore libero na-
to per essere indomito ma non per trionfare.
La tentazione di rintracciarlo fu molto forte, per qual-
che tempo, ma la lasciai spegnere. Parlare con lui
avrebbe potuto essere una bella esperienza, mi avreb-
be permesso di sentir dire finalmente che Sara era
una donna unica e affascinante, e che era stata amata.
Ma incombeva su di me la paura di subire un'ultima
delusione. E se fosse venuto fuori che era un impo-
store, un poveretto, un prete che approfittava delle
donne indifese, un pederasta pentito che cercava il
conforto di un'anima angelica? No, meglio non sapere,
meglio continuare a pensare che Sara avesse trovato il
vero amore in un uomo pieno di virt, fuori dal greg-
ge, poco convenzionale quanto lei. Ero decisa a credere
che solo un problema di fede religiosa avesse reso im-
possibile la loro unione.
Sono contenta. Era troppo ingiusto che la vita infelice
di Sara fosse finita senza infamia e senza lode. Sareb-
be stata ingiusta anche una triste fine in un ospizio, do-
po una vita vissuta seguendo regole altrui. No, lei
aveva vinto la partita. Credo che non fosse amareg-
giata, n sull'orlo della disperazione, nel momento
della sua morte. Dubito che avesse progettato di vivere
una vita normale accanto a un prete spretato. Non ave-
va raccontato a nessuno la sua storia d'amore. Non ave-
va chiesto aiuto a nessuno. Aveva aspirato fino alla fi-
ne la sua vittoria sul mondo come il fumo di una siga-
retta. Si era uccisa in silenzio. Aveva smesso di desi-
derare la normalit, che non  che un compendio di
sordidezze non confessate. Era uscita dalla vita come
una principessa, come una santa, orgogliosa e sicura, di-
gnitosa e felice.






6.

Gabriel  venuto a salutarmi. Per un po' non torner
pi. Dice che non sa ancora cosa far nei prossimi me-
si. Com'era prevedibile, la pittrice thailandese se ne va,
lo lascia. Non ne pu pi della Spagna, che ha finito
per apparirle come un paese provinciale dove nessuno
si interessa davvero all'arte d'avanguardia. A quanto
pare, prima di venire qui, pensava che l'anima dei
grandi maestri del passato aleggiasse ancora fra noi. Ma
 rimasta delusa. Secondo lei l'ambiente  invaso dal-
le conventicole e dai gruppi di pressione che si scon-
trano in miserabili battaglie per il potere. Pura me-
diocrit. Nessuno si  interessato ai suoi quadri, che so-
no audaci, dirompenti, ricchi di sfumature che non pos-
sono essere colte senza una sensibilit avanzata. "La
Spagna  un paese impermeabile al talento"  stata la
sua diagnosi. Ovviamente, le  impossibile fermarsi qui
un giorno di pi. La sua vita dipende in gran parte dal-
la sua opera. L'amore e le vicende private devono ri-
manere in secondo piano, per lei. Anche se ci provas-
se, non potrebbe far nulla per salvare questo matri-
monio. Chiaro che Gabriel questo lo sapeva, era un ri-
schio calcolato.
S, certo, avevo accettato le sue condizioni. Se non
fosse riuscita ad avere successo qui, se ne sarebbe
andata. Questo lei me l'aveva detto subito, e io ero
d'accordo, lo ammetto. Ma chi pensa alle condizioni
del contratto nella fase iniziale di un amore? Adesso
mi rinfaccia di non aver fatto molto per aiutarla, dice
che avrei dovuto spingerla di pi. Forse ha ragione.
Ma dimmi tu se ha senso che uno come me, incapace
di aiutare se stesso, si mobiliti e si faccia delle illusioni
per un'altra persona, pur amandola tantissimo. Ho
paura che il nostro modo di concepire l'amore sia
molto diverso. Per lei l'amore  un'entit dinamica,
per la quale bisogna lottare, una rivoluzione perma-
nente. A sua volta, quest'amore che corre a tutta ve-
locit genera cambiamento e crescita. Dice che le
passioni sono il motore delle grandi opere, delle vite
fruttuose, dei progressi dell'umanit. Non c' posto
per il quotidiano, per il caff insieme a met pome-
riggio. Con un'impostazione simile le cose si fanno dif-
ficili. Stavo per dire che, per me, l'amore  qualcosa di
pi statico, ma questo implicherebbe gi una defini-
zione, una teoria che non ho. Mi sono innamorato
molte volte, adesso sono stanco, ho ben poco da ag-
giungere. Forse sarei capace di aderire alla vecchia me-
tafora secondo cui l'amore  una pianta da innaffiare
ogni giorno, ma poco di pi. Il massimo che sarei
disposto a dare  un po' d'acqua di tanto in tanto. Ma
lo vedi anche tu che non  questo che la gente cerca:
passioni tormentose, grandi opere, rivoluzioni, piante
carnivore di origine esotica che bevono l'acqua, e
poi si mangiano anche l'innaffiatoio, la mano del
giardiniere e il giardiniere stesso, stivali compresi.
Sono stanco. La forza di ardere del fuoco di un nuo-
vo amore, chi la trova pi ormai?
Ero tentata di dirgli che Sara invece l'aveva trovata, lei
era entrata nel fuoco con tutti i suoi crepiti, le sue
fiammate e le sue scintille. Pur sapendo che si sarebbe
consumata, che non avrebbe lasciato altro che un
mucchietto di polvere innamorata, alla Quevedo.
 che non me la sento pi di vivere un grande
amore, sar meglio che non ci riprovi. Ho deciso di
mettere fine alla mia vita amorosa e coniugale. Basta
con le relazioni sentimentali. Dir addio alla mia ulti-
ma compagna e chiuder le porte. Lei parte domani.
Credo che menta quando dice che torna al suo paese.
Penso che vada a New York piuttosto, la terra della
modernit e del futuro, la terra della giovent. Certo
che New York  piena di pittori d'avanguardia, thai-
landesi e di ogni provenienza, tutti alla ricerca del
successo come se fosse l'aria di cui hanno bisogno per
respirare. Non so quali siano veramente i suoi proget-
ti, e dubito che ne sapr mai qualcosa. Quando se ne
sar andata, sar scomparsa per sempre. Non credo che
mi mander il suo nuovo indirizzo. Eppure lei dice che
non ha niente contro di me. Lo dice continuamente, di-
ce che sono stato tenero e affettuoso con lei, come un
animale da compagnia. Non  un paragone fortunato,
ma lo attribuisco al suo scarso dominio dello spagnolo.
Io non mi sento affatto un cagnolino abbandonato
sull'autostrada. Continuer a stare come sempre, come
stavo prima che arrivasse lei, come in realt sono sempre stato: vagamente addolorato perch la vita  una
presa in giro, ma senza alcuna disposizione a cambiare il mondo.
Non ti suiciderai?
E' scoppiato a ridere con una certa amarezza, mi ha guardata negli occhi, divertito. Ha fatto segno di no con la testa, pi volte.
Proprio no. Se non ho mai trovato troppe ragioni per vivere, come potrei trovare delle ragioni per uccidermi?
Nemmeno io mi suicider.
Abbiamo riso tutti e due per un po', della nostra incapacit di provare una fede che muova le montagne. In fondo lui era tranquillo, senza preoccupazioni per il futuro. Non sapeva cosa fare, ma era sicuro di sopravvivere. Essere dei sopravvissuti, ma non cos delusi da farsi invadere dall'amarezza  una delle ultime aspirazioni della mia generazione. Non sembrava un finale cos negativo: relativizzare tutto, non cadere nel completo disinganno. Che si realizzino i progetti per i
quali abbiamo lottato, non  un gran merito. Sarebbe meraviglioso se si avverassero i nostri sogni, senza che per questo dovessimo sporcarci le mani.
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Come nelle favole. Ma sarebbe ancora meglio se non avessimo n sogni n progetti, se sapessimo vivere nel presente bevendo fino all'ultima goccia l'esistenza con un'intensit animale. Come Sara, fiera e bella nel suo stato originario, non la segreta Penelope piena di sensi di colpa in cui l'avevamo trasformata. Com' logico, non confesser mai ai miei amici i pensieri d'odio che ho concepito nei loro confronti. Perch farlo? Provocherei una serie di reazioni colleriche, inutili. Di sicuro mi rivolgerebbero l'inevitabile domanda retorica: chi sei tu per ergerti a giudice? Non  facile rispondere, perch, in effetti, chi sono io?

Barcellona, ottobre 2002.
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...
FINE.